L’insediamento altomedievale delle campagne toscane. Paesaggi, popolamento e villaggi tra VI e X secolo. moreBiblioteca del Dipartimento di Archeologia e storia delle arti dell'Università di Siena - Sezione di Archeologia, Firenze, All'Insegna del Giglio, 2004 |
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L’insediamento altomedievale delle campagne toscane. Paesaggi, popolamento e villaggi tra VI e X secolo.
Marco Valenti
Introduzione: Villaggi dell’altomedievo: archeologica.
invisibilità sociale e labilità
1. Dalla fine degli anni Novanta l’Area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena sta realizzando un grande progetto sui “Paesaggi Medievali della Toscana”, con particolare riferimento alla parte meridionale della regione, in sinergia con la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che si è fatta, con grande generosità, promotrice dell’iniziativa. Il progetto ha come obiettivi principali quelli di costruire un sistema integrato di parchi e musei, capace di valorizzare un patrimonio culturale straordinario costituito non solo da monumenti, ma anche da un numero altissimo di “rovine” ed aree archeologiche, che segnano in profondità le caratteristiche del paesaggio della regione. Fra i motivi sostanziali del progetto vi è quello inoltre di introdurre massicciamente, nella gestione del patrimonio, una diffusa pratica di uso della tecnologia innovativa. Il progetto si articola attraverso interventi archeologici su specifici siti, sui quali vengono poi delineati progetti di valorizzazione che investono i resti materiali emergenti, la costruzione di centri di documentazione e la realizzazione di strumenti di comunicazione raffinati: pannellature particolarmente sofisticate, sistemi informativi territoriali, banche dati destinate ad un pubblico differenziato, ma sempre più attento ai segni della storia inestricabilmente legati al territorio toscano. L’uso di tecnologie avanzate caratterizza il progetto sia nella fase di raccolta delle informazioni, dai rilievi con scanner 3d di manufatti e monumenti, dalla gestione in GIS, dei rilievi e della documentazione di scavo e del patrimonio diffuso. Fino ad oggi sono stati raggiunti tutti gli obiettivi definiti, grazie al formidabile impegno dei ricercatori coinvolti, andando alla realizzazione di mostre e centri di documentazione in aree urbane e rurali, da Siena a Grosseto, alla costruzione di parchi, da quello archeologico e tecnologico di Poggibonsi ai segmenti centrali del sistema dei parchi della Val di Cornia, da Gavorrano a Roccastrada, dall’Amiata al territorio di San Galgano. Sono inoltre in atto collaborazioni con strutture di gestione di parchi quali quello della Maremma, il Parco archeologico e tecnologico delle Colline Metallifere, il Parco della Valdorcia, ma soprattutto con un laghissimo numero di governi locali, in particolare della Provincia di Siena e della Provincia di Grosseto, mentre non mancano iniziative significative nella Città e nella Provincia di Firenze, come nelle provincie di Pisa e di Livorno.
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Gli interventi puntuali si iscrivono nel quadro di un’ articolata sistematizzazione di quanto si è conosciuto relativamente al patrimonio archeologico regionale, attraverso una schedatura di vasto respiro: solo per dare un esempio, si ricorda che parte integrante del progetto è l’”informatizzazione” georeferenziata del celebre Dizionario di Emanuele Repetti, che si è conclusa proprio in questi mesi, come della letteratura archeologica e storico topografica della Regione, che si è andata accumulando soprattutto nel corso del secolo passato. Al lavoro tradizionale degli archeologi, la realizzazione del progetto ha permesso di affiancare un valore aggiunto di grande significato per la ricostruzione dei quadri ambientali attraverso la realizzazione dei laboratori di scienze applicate all’archeologia in grado di apportare contributi sostanziali alla definizione delle trasformazioni geomorfologiche, vegetazionali, come allo studio dei manufatti e dei materiali organici. Ma, accanto agli obiettivi di valorizzazione, “comunicazione” del patrimonio e costruzione delle banche dati, si vanno raccogliendo risultati significativi nell’ambito strettamente attinente la ricerca. Infatti la scala subregionale e urbanistica degli interventi, che si affiancano a quelli già realizzati negli anni Ottanta e Novanta, sta contribuendo ad elaborare una documentazione per la storia delle dinamiche e delle trasformazioni dell’insediamento rurale fra tarda antichità e i secoli centrali del medioevo tale da perrmettere di elaborare quadri ricostruttivi innovativi e certamente in grado di “sfidare” quanto delineato sulla base delle mere fonti scritte. 2. In questo contributo Marco Valenti elabora la vasta messe di nuovi dati, accumulati soprattutto negli ultimi anni, ma anche quelli emersi nel corso dell’ultimo venticinquennio, e li colloca nel quadro della discussione che l’archeologia europea ha aperto sul terreno delle dinamiche insediative tra tardo antico e medioevo, e sfida coraggiosamente i ricercatori a rendere compatibili le interpretazioni storiografiche con queste diverse e nuove tipologie di fonti. Il saggio porta elementi di chiarezza e di discussione in quella nebulosa, costituita dalla ricostruzione storica dell’assetto delle campagne altomedievali che denuncia evidenti segnali di afasia fra storici ed archeologi, questi ultimi non propensi a delineare quadri interpretativi generalizzanti, partendo dai loro singoli momenti di approfondimento, e gli altri, soprattutto nell’ultimo trentennio, propensi a offrire un quadro talvolta contradditorio, ma non di rado caratterizzato da un paesaggio incerto e “derivante”, sostanzialmente, da un assetto tardo romano. Un paesaggio dove avrebbero avuto largo spazio le forme dell’insediamento sparso, mentre la struttura del villaggio, in buona parte della penisola, avrebbe assunto una propria forma consolidata solo con l’affermazione dei castelli in relazione ai processi di formazione della signoria territoriale intorno
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all’anno mille. Il modello insediativo altomedievale fondato sul villaggio accentrato, che ebbe nelle pagine di Georges Duby nel 1962 una prestigiosa espressione storiografica, è stato più o meno esplicitamente contestata, sia dagli assertori di una antitetica diffusione del popolamento sparso1, sia dai sostenitori della labilità e dell’incessante mobilità delle forme insediative accentrate2. Prescindendo dai dati emergenti dalla ricerca archeologica, si è continuato a descrivere i nuclei di popolamento contadino e i centri aziendali della grande proprietà come realtà, fra loro, diverse e ben separate non solo sul terreno socio-economico, ma anche sul piano insediativo; si sono escluse implicitamente sia la consistenza demografica sia l’identità comunitaria dei centri sui quali si incardinava la signoria fondiaria, che spesso invece costituivano rilevanti agglomerati rurali, abitati da contadini e non da allodieri giuridicamente liberi, le cui tracce documentarie possono emergere con maggior facilità dalle carte private altomedievali. In tal modo molti medievisti sembrano riferirsi ad una presunta continuità tra la villa di Varrone e quella dell’abate Irminone3, come se la villa/curtis carolingia derivasse direttamente dal latifondo romano, come se la dissoluzione dell’intero assetto politico-economicosociale romano imperiale non avesse rivoluzionato profondamente le stesse strutture agrarie, e i villaggi altomedievali non si fossero affermati attraverso profondi processi di trasformazione dei sistemi insediativi antichi 4. Numerosi storici dell’Italia altomedievale sono giunti a supporre l’esistenza di un popolamento rurale sparso sulla base di indicatori desunti esclusivamente dall’esigua documentazione d’archivio, peraltro sempre successiva alla metà del secolo VII, distribuita non uniformemente nel tempo e nello spazio, nonché sostanzialmente ambigua ai fini della ricostruzione dei contesti insediativi. Nel delineare i caratteri dell’habitat e del paesaggio agrario, Andreolli e
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In riferimento alla diffusione del villaggio accentrato nel secolo IX sostenuta da Duby, ad esempio Andreolli e Montanari ritengono che “tale immagine, se può valere per l’Europa del Nord a cui il Duby soprattutto si riferisce, non può certamente essere applicata all’Italia” (ANDREOLLI, MONTANARI 1983, pp.177-200).
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FOSSIER 1992, p. 208. Cfr. TABACCO 1967, pp. 67-110. Wickham in un suo contributo del 1998 affronta l’analisi del doppio impatto della crisi del sistema romano e della continuità delle strutture agrarie dopo essersi posto la domanda “come è stato possibile che la crisi dell’impero [romano] si sia sviluppata in concomitanza con una sostanziale continuità dell’economia agraria?” (WICKHAM 1998a, pp. 203-226 in particolare pp.204-205). 3
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Montanari proponevano, nel 1983, una sintesi sulla curtis in Italia essenzialmente incentrata sugli aspetti gestionali dell'azienda curtense in riferimento alla proprietà della terra e al lavoro contadino durante i secoli VIII-XI5. Riconoscendo che le fonti d’archivio utilizzate si prestano soprattutto a delineare i caratteri del possesso fondiario altomedievale, le relazioni economico-sociali e le forme di controllo sugli uomini, gli autori evidenziavano che il sistema gestionale “curtense” non implicò alcun tipo specifico di insediamento e di organizzazione agraria6. Sottolineavano tuttavia che dalla lettura documentaria avevano tratto l’impressione di una prevalente diffusione di un modello insediativo di tipo poderale, secondo il quale i mansi dipendenti da un centro curtense corrispondevano ad una «unità aziendale compatta, autonoma nei suoi confini, delimitabile con chiarezza nella sua individualità», presupponendo che a tale definita unità gestionale dovesse corrispondere necessariamente anche una contiguità topografica delle terre, giungendo a generalizzare tali osservazioni all’intera penisola. La posizione sostenuta, secondo cui molti riferimenti documentari altomedievali sarebbero interpretabili come indizi di popolamento sparso inserito nel quadro del sistema curtense appare fragile. Ma una simile perplessità è suscitata dalle affermazioni che generalizzano la diffusione dell’insediamento sparso anche a prescindere dall’affermazione della grande proprietà e del sistema curtense e che ne presuppongono anche una notevole diffusione nei decenni precedenti l’affermazione dell’azienda bipartita: «In Italia, nei secoli VIII-IX, il modello prevalente di habitat sembra essere quello sparso». Andreolli e Montanari giungono a sistematizzare e ad enfatizzare posizioni analoghe espresse occasionalmente dalla storiografia precedente sulle campagne altomedioevali, che a partire dagli anni cinquanta ha creduto di intravedere testimonianze di una consistente diffusione di abitazioni isolate nelle campagne altomedievali, proponendo anche una distinzione tra i piccoli proprietari, residenti nei vici, e i massari da essi dipendenti, che spesso non avrebbero abitato entro il villaggio, ma sul podere loro affidato in gestione7. Andreolli e Montanari, usando soprattutto le fonti private dell’Italia settentrionale, sono giunti ad ipotizzare per l’intera Penisola dei secoli VIII e IX, tanto nelle aree di tradizione longobarda quanto in quelle di tradizione
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ANDREOLLI, MONTANARI 1983, pp.177-200. ANDREOLLI, MONTANARI 1983, p. 180. FASOLI 1958, pp. 111-133. 4
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bizantina, una sostanziale marginalità del modello insediativo fondato sul villaggio accentrato, che tuttavia confligge con le conoscenze relative a molte regioni italiane (aree montane, sia appenniniche che alpine, gran parte della Toscana) e al quadro che si va delineando per l’Europa carolingia e nel mondo bizantino. Il pregio di queste pagine dedicate ai quadri insediativi nell’Italia “curtense” consiste nella proposta di un modello insediativo senza sostanziali ambiguità, con la quale gli archeologi possono utilmente confrontarsi; mentre posizioni storiografiche altrettanto orientate a generalizzare la diffusione del popolamento sparso durante l’alto Medioevo sono state avanzate, più spesso sottointese che esplicitate con coerente consapevolezza Si potrebbe affermare, dunque, che la medievistica interessata ai problemi della storia rurale abbia rinunciato ad usare i documenti archeologici che hanno apportato nuove conoscenze sugli elementi cardine delle forme insediative altomedievali, e che le ricostruzioni dei quadri insediativi sono state proposte dagli storici sulla base del genere di fonti scritte cui hanno fatto prevalente ricorso. Infatti, in assenza di documentazione scritta di tipo fiscale-descrittiva, la presenza del villaggio risulta sostanzialmente “invisibile” utilizzando questo o quel tipo di scrittura8. Le vecchie ricerche della scuola economico-giuridica, ad esempio, hanno ricondotto univocamente le testimonianze relative a organizzazioni comunitarie rurali a forme di organizzazione politico-amministrativa ed ecclesiastico-religiosa fondate sul villaggio o su quadri territoriali ancora più organici e complessi (vicus, casale, pagus, etc.), attingendo soprattutto alle fonti normative tardo-romane e romano-barbariche, alle non rare fonti narrative e, non ultimo, alla documentazione di tipo giudiziario9. D’altra parte anche gli studiosi che si sono avvicinati all’alto medioevo da una prospettiva storico-economica e storico sociale hanno frequentemente fatto riferimento al villaggio come cellula di un ecosistema nel quale la comunità era inserita, nell’ambito di sistemi produttivi che tendevano all’autosufficienza su base locale10. Infine, il villaggio è stato
Non pare un caso che un assetto del popolamento per villaggi emerga con chiarezza da un testo del secolo X che presenta caratteri per certi versi assimilabili a fonti di tipo fiscale, vale a dire l’inventario della pieve di S. Pietro di Tillida (nella pianura veronese) riguardante i vici i cui abitanti erano tenuti a versare la decima ecclesiastica presso l’ente ecclesiastico (CASTAGNETTI 1976; cfr. anche CASTAGNETTI 1982, p. 62).
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SCHNEIDER 1914, pp 182-183 e SCHNEIDER 1980; BOGNETTI 1927; FASOLI 1958; SANTINI 1964, pp. 33-65; BOGNETTI 1965, in particolare pp. 469-490; CAVANNA 1967, p.546; MOR 1972, pp. 15-19.
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Per le comunità di villaggio altomedievali italiane cfr. FUMAGALLI 1985a, pp. 22-23; le stesse posizioni sono riprese, sottolineando l’erosione dei beni comunitativi da parte della grande proprietà dei secoli VIII e IX, anche in FUMAGALLI 1994 pp. 377-379. Sostiene che nel mondo longobardo la struttura del villaggio appare dominante dai nostri primi documenti scritti WICKHAM 1992, pp. 240-241. Più in generale, per i villaggi tardo5
considerato come il fulcro dell’organizzazione del territorio rurale nell’alto medioevo quando ci si è occupati dell’assetto ecclesiastico altomedievale delle campagne11, come è accaduto in Toscana12, per la straordinaria disponibilità di testimonianze giudiziare raccolte in occasione della contesa tra il vescovo di Siena e quello di Arezzo in merito alla titolarità di un gruppo di pievi poste al confine tra i due territori13. Ma le posizioni sull’insediamento altomedievale in Europa e in Italia sembrano differire non solo tra “storici” e “archeologi”, quanto piuttosto in relazione alla formazione dei singoli ricercatori e al genere di fonti cui si è fatto riferimento. Una più estesa analisi riguardo ai temi dell’insediamento altomedievale lascerebbe emergere più profonde distinzioni tra chi (storico o archeologo) è ricorso a paradigmi interpretativi, attingendo a modelli noti o elaborandone di autonomi, e chi, invece, ha organizzato le informazioni in forma disaggregata e meramente descrittiva. Appare chiaro che l’archeologo che appiattisse un inquadramento dei dati materiali prodotti dal proprio lavoro sul campo entro modelli costruiti sulle fonti scritte si priverebbe di strumenti essenziali, tali da escludere interpretazioni innovative, anche a livello storiografico, e si priverebbe degli strumenti indispensabili per individuare i contesti e le strategie per le indagini future. L’unica strategia possibile per accrescere la conoscenza dell’insediamento altomedievale è quella di costruire e mettere alla prova i paradigmi interpretativi, rimanendo disponibili a modificarli e a superarli sulla base delle nuove conoscenze acquisite, e la verifica delle interpretazioni storiografiche non può che ripartire dalla lettura delle fonti: chi le ha usate infatti non necessariamente si è confrontato con sufficienti strumenti critici alle fonti materiali. Ma anche questa strada non necessariamente, sopratutto in fasi di elaborazione intermedie, porta a conclusioni definitive: la logica di conservazione della materialità della storia è ben diversa dalla logica di conservazione delle fonti scritte. In particolare per l’altomedioevo dobbiamo aver chiaro che ormai gli scavi hanno prodotto, in relazione alle strutture dell’habitat, documenti che investono qualità e quantità di dati assai superiori ai pochi documenti privati superstiti
antichi e del primo altomedioevo nel contesto dell’Europa occidentale cfr. CONTAMINE, BOMPAIRE, LEBECQ, SARRAZIN 1997, pp. 29-31, mentre per il villaggio del IX secolo è ancora utilissima la lettura di DUBY 1984, pp. 8-10.
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Cfr. VIOLANTE 1986, pp. 105-265.
Cfr., ad es., l’analisi della charta repromissionis dell’ottobre 746 relativa alla chiesa di S. Pietro di Mosciano, presso Lucca (CDL, I, n. 86, pp. 252-254), in MENGOZZI 1915, pp. 271-273 .
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CASTAGNETTI 1982, pp. 34, 41, 272-274. 6
3. La Toscana è stata, ed è, contrassegnata dalla compresenza di contesti geografici e ambientali molto differenziati14 e le varie subregioni conobbero vicende storiche divergenti già durante l’alto medioevo15, determinando condizioni specifiche che influenzarono localmente la geografia del popolamento rurale. Tuttavia, le differenze nei quadri insediativi altomedievali proposte sulla base dell’analisi della documentazione d’archivio superstite16 non hanno trovato riscontro sul terreno dell’indagine archeologica: i risultati delle ricognizioni topografiche e degli scavi dei siti rurali delineano in modo concorde una realtà tendenzialmente omogenea entro i diversi comprensori indagati. Infatti, in Toscana – come, del resto, nella generalità delle regioni oggetto di estese ricognizioni archeologiche -, l’esame dei dati relativi ai secoli VX consente di escludere una diffusione del popolamento sparso, mentre gli scavi hanno frequentemente portato alla luce centri abitati di altura, contrassegnati generalmente da una consistenza demografica percepibile piuttosto rilevante, con fasi di occupazione che prendono avvio già a partire dal primo altomedioevo17. Per alcune aree della Toscana, una difficoltà di cogliere i segni di una identità sociale fondata sul territorio di villaggio attraverso l’analisi della documentazione privata di età carolingia e post-carolingia ha indotto a ipotizzare una diffusione a tratti pervasiva dell’insediamento sparso, non solo nella piana di Lucca, strettamente legata alla città, ma persino in aree montane, quali l’Appennino casentinese e l’Amiata18. A fronte di tali ipotesi ricostruttive la ricerca archeologica di superficie avrebbe dovuto individuare in buon numero tracce di residenze rurali isolate, che – invece – risultano del tutto assenti: per quali motivi l’insediamento sparso, che per altri contesti cronologici emerge con chiarezza nell’indagine di superficie, non viene individuato in queste medesime ricerche? Appare allora chiaro, come ci conferma Valenti, che l’”invisibilità” del popolamento altomedievale si debba alla ricorrente presenza di nuclei altomedievali nei centri a continuità di vita fino al basso medioevo o alla sua ubicazione in
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PINTO 2002, pp. 7-73. Cfr. WICKHAM 1995, pp. 232-233.
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Per due recenti sintesi sull’articolata organizzazione socio-insediativa delle campagne altomedievali toscane, realizzate appoggiandosi ai documenti scritti, cfr. WICKHAM 1992, pp. 239-251 e FRANCOVICH, GINATEMPO 2000 pp. 7-24.
17
FRANCOVICH, HODGES 2003, pp. 61-74, 106-114; WICKHAM 1990, pp. 79-102. WICKHAM 1995, WICKHAM 1997. 7
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corrispondenza di alture, per le quali l’esistenza di fasi altomedievali è accertabile attraverso scavi programmati o, più semplicemente, alla sua coincidenza con i centri abitati di lunga durata che ne hanno obliterato le tracce sino a renderle non percepibili fuori da indagini archeologiche mirate, data la “monumentalità” delle strutture in pietra delle fasi successive all’ XI secolo e, viceversa, per la labilità dei materiali costruttivi dei secoli compresi fra il VI e l’XI. Possiamo inoltre chiederci se le differenze negli assetti delle campagne toscane altomedievali, delineate dagli storici, riflettano una disomogeneità nelle definizioni socio-insediative delle fonti, utilizzando una terminologia notarile, finalizzata a descrivere rapporti giuridici privati, non in grado di farci capire quale fosse l’assetto reale delle strutture del popolamento, aderendo invece ad altri schemi di riferimento mentale19. Dopo il collasso dei sistemi distributivi e delle principali vie di comunicazione di epoca romana, le popolazioni rurali furono costrette a contare su se stesse per il soddisfacimento dei bisogni primari. In tale contesto, le logiche distributive del popolamento furono orientate da dinamiche completamente diverse rispetto a quelle che avevano caratterizzato i paesaggi antichi: il popolamento rurale, fortemente ridotto, anziché disperdersi tra i boschi e gli incolti, si andò rapidamente aggregando in nuovi insediamenti20, dopo una fase di disarticolazione degli impianti insediativi tardo antichi, spesso collocati ai margini degli spazi fino ad allora utilizzati. Le condizioni socio-economiche e l’insicurezza politico-militare che contrassegnarono la regione nel corso del VI secolo fecero sì che una organizzazione di villaggio tornasse a soddisfare le esigenze di sussistenza delle popolazioni rurali21, concorrendo al sedimentarsi di strutture mentali che vincolavano la comunità ad un centro abitato ben caratterizzato nella sua identità, ancorchè labile per i materiali utilizzati nelle strutture abitative. L’accentramento delle abitazioni contadine in nuclei di popolamento consentiva inoltre di raggiungere una ‘massa biologica’ di consistenza adeguata, vale a dire un numero di abitanti che giungesse almeno alla soglia del centinaio di individui, al di sotto della quale difficilmente la solidarietà e la sussidiarietà comunitaria potevano raggiungere quella massa critica utile per ottenere una produttività agricola efficace per la
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Cfr. le esemplificazioni in WICKHAM 1992, p. 241.
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FRANCOVICH 2002, pp. 144-167; FRANCOVICH, HODGES 2003, pp. 61-74; WICKHAM 1992, pp. 240-241.
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FRANCOVICH, HODGES 2003, pp. 31-74. 8
sopravvivenza: in quel contesto, per un gruppo umano troppo esiguo e isolato, una comune infezione batterica sarebbe bastata a compromettere l’esito di un raccolto. I villaggi - che tra l’altro costituivano il naturale quadro di riferimento anche per le popolazioni germaniche migrate nella Penisola22 – rappresentavano, poi, una sede ove accumulare le scorte alimentari, uno spazio privilegiato per la produzione, la riparazione e lo scambio degli utensili e, non ultimo, il contesto di riferimento privilegiato per la conservazione e la trasmissione del patrimonio di conoscenze tecniche, tanto più prezioso, quanto più ciascuna comunità era forzatamente spinta all’autarchia in quasi tutti i settori produttivi. Lo sviluppo di una vita comunitaria entro questi nuovi centri fu favorito dall’abituale conduzione di pratiche collettive: la mietitura, la vendemmia, la caccia e persino le rivalità con i centri vicini dovevano costituire ragioni per consolidare i legami di villaggio, mentre le dinamiche dei rapporti parentali interni e esterni a questi centri abitati rimangono ancora da indagare in una prospettiva archeologica e antropologica23. Il popolamento rurale non si esauriva nelle comunità di villaggio, doveva includere infatti l’esistenza di elementi marginali: i vagabondi, i pellegrini, i lavoratori forestieri specializzati, forse anche i pastori transumanti. Non vi è dubbio, tuttavia, che, sulla base delle indicazioni archeologiche, nella sua sostanza lo scheletro insediativo del primo medioevo fosse costituito da villaggi di dimensioni non trascurabili, vale a dire da strutture socio-insediative in grado di assolvere alla massima parte delle necessità dei propri abitanti, in un contesto complessivo di profonda crisi delle città, dell’economia di scambio, delle infrastrutture viarie e degli assetti politico-amministrativi. L’economia di sussistenza delle popolazioni rurali si fondava sulla raccolta, sulla caccia e sull’allevamento, quanto sulle tradizionali attività agrarie, il cui ruolo si andava ridimensionando rispetto alla tarda antichità, come emerge con chiarezza anche prendendo in considerazione l’evidenza archeozoologica (un crollo della presenza di ossa di bovini adulti, legata all’impiego come animali da tiro, a fronte di un incremento percentuale di capriovini e di suini24). Pertanto, i nuovi centri abitati, che talvolta occuparono insediamenti d’altura dell’età del Bronzo o del Ferro sostanzialmente abbandonati dopo la romanizzazione, andarono a collocarsi vicino a sorgenti perenni, presso le quali vennero impiantati gli
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GALETTI 1997; GALETTI 2001; GASPARRI 1996, pp. 317-320. Cfr. FUMAGALLI 1976, p 34. SALVADORI 2003, pp. 180-181. 9
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orti, e si insediarono non lontano dagli estesi manti boschivi montani, dove il castagno e il cerro consentivano di sfamare uomini e bestiame anche quando una carestia stagionale o un conflitto avrebbero compromesso il raccolto cerealicolo25. Il ruolo centrale ricoperto dall’allevamento brado nell’economia agraria del primo medioevo concorse a favorire l’accentramento insediativo delle popolazioni rurali, che impiantarono le residenze e le connesse colture orticole, arboree e arbustive, entro una sorta di “oasi”, ben separate dal paesaggio semi-selvatico circostante attraverso alte siepi, che dovevano impedire agli armenti e alle bestie selvatiche di danneggiare le colture e gli animali domestici. Si determinò, così, quasi ovunque una ripartizione colturale che nella sua rudimentalità dovette andare a separare nettamente i due fondamentali territori agrari: quello prossimo al villaggio, e quello esterno comprendente in apparente fluidità le colture cerealicole, quelle tessili, i pascoli e i boschi. In tale contesto, il manso di villaggio (vale a dire la casa attestata nei documenti d’archivio a partire dalla metà del secolo VII) costituisce l’elemento in grado di garantire una gestione familiare individuale piuttosto che “individualistica”, integrandosi con l’uso comunitario degli incolti e delle stesse terre coltivate esterne alla cintura ortiva dell’abitato, durante i periodi di riposo26. La documentazione archeologica raccolta, e ben illustrata nel contributo di Valenti, spinge inequivocabilmente a ricostruire un quadro dove l’habitat era già accentrato, anche se non ancora gerarchizzato, e collocato, nella stragrande parte dei casi, sulle alture. In Toscana, al cui interno si riscontravano quasi esclusivamente terreni collinari o montani, spesso piuttosto fragili a causa della loro scarsa profondità, la scelta delle alture come sede dei villaggi altomedievali fu favorita anche dalla possibilità di coltivare i suoli più leggeri delle colline, né aride, né suscettibili di inondazione, lavorabili a zappa senza ricorrere necessariamente all’impegnativa e dispendiosa pratica delle arature. L’assetto economico complessivo rendeva, infatti, improponibile la realizzazione e la manutenzione di opere volte a irrigare le terre colpite da aridità stagionale o a prosciugare dalle acque terreni inondati periodicamente; pertanto, nelle aree più lontane dalle città, le pianure vennero lasciate al prato, all’acquitrino o alla palude e utilizzate come tali, mentre le colture di maggior reddito, evitando i fondovalle, venivano tendenzialmente collocate sulle alture e, poiché richiedevano una maggior
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Cfr. QUIRÓS CASTILLO 1998, pp. 177-198; QUIRÓS CASTILLO, GOBBATO, GIOVANNETTI, SORRENTINO 2000, pp. 147-175.
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SERENI 1962, p. 335. 10
intensità di lavoro ed un più diretto controllo, attraevano a sé gli abitati rurali. I villaggi andarono a collocarsi spesso in prossimità del limite superiore dell’utilizzazione agricola del suolo, ponendosi per così dire “a metà strada” tra i coltivi, a valle, e l’incolto, a monte27. La scelta delle sommità era favorita dalla stabilità e dalla resistenza all’erosione dei ripiani rocciosi sommitali a fronte della franosità di molti pendii argillosi, poco adatti, per queste ragioni, ad ospitare le fragili dimore contadine. Inoltre, in un contesto orografico molto mosso e irregolare, le diverse parcelle afferenti ad un manso di villaggio, vale a dire le terre legate ad una casa, potevano disporsi su due o più versanti dell’altura occupata in sommità dal nucleo insediativo, per limitare i rischi di cattivi raccolti legati alle avversità atmosferiche, in modo che “la posizione dominante delle sedi abitate e la loro centralità rispetto all’insieme delle particelle coltivate” consentissero ai contadini “ un più coerente, più regolare e quindi meno costoso esercizio dei lavori sullo spezzettato patrimonio terriero” 28 Nella riconquista delle sommità dovette pesare l’intento di occupare luoghi contrassegnati, anche simbolicamente, da una particolare vocazione al controllo territoriale, talvolta coniugata all’opportunità di riutilizzare le strutture di centri fortificati di età preromana29. Ma non si deve contrapporre al continuismo insediativo di quei ricercatori, che prolungano i paesaggi antichi sino all’incastellamento, un altrettanto fragile modello di continuità del villaggio altomedievale con quello protostorico, che valuta la romanizzazione come una semplice e lunga parentesi, tutto sommato priva di duratura incisività sul piano dell’assetto territoriale delle campagne toscane. E’ possibile, semmai, che ragioni simili spinsero, a distanza di secoli, popolazioni rurali, culturalmente diverse, ad adottare scelte insediative in parte sovrapponibili. Tuttavia, le motivazioni di tale processo non possono essere ridotte a quelle strategico-militari, non si capirebbe infatti né la rinnovata centralità dei villaggi di altura nei quadri del popolamento rurale, né la capacità dimostrata di sovvertire radicalmente gli assetti paesaggistici antichi e di improntare con duraturo successo quelli dei secoli a venire. Per tali ragioni, la forte insistenza su questi aspetti da parte di molta storiografia, anche recente, non è condivisibile30, tantopiù che anche molti siti dell’Italia
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Cfr. per il Piemonte GRIBAUDI 1951, pp. 19-33; per il Lazio TOUBERT 1973, pp. 135-198. GRIBAUDI 1951, pp. 19-33, in particolare p. 27. Emblematici a tale riguardo i casi dei castelli di Scarlino, Donoratico, Castel di Pietra e Montemassi. SERENI 1962, p. 22; inoltre CHIAPPA MAURI 2002. 11
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settentrionale indagati dagli archeologi delle fortificazioni tardoantiche/altomedievali si sono rivelati nient’altro che villaggi contadini d’altura, dotati di modeste opere fortificate e normalmente privi di chiese e di residenze di rappresentanza per il potere pubblico31. 5. Valenti nel suo saggio ricostruisce come, in Toscana sulla base degli indicatori archeologici, nel corso del VI secolo la rete del popolamento rurale risulta caratterizzata da forme “residuali” di insediamento, talvolta edificate sugli stessi impianti di ville tardoromane che avevano cambiato destinazione. Le strutture abitative erano molto semplici, monovano, in pietra o più spesso in materiale deperibile e con copertura laterizia. Le attività produttive erano caratteristiche di un’economia di sussistenza. Generalmente non si colgono elementi di una gerarchizzazione sociale ed economica. In sostanza sulle aree di popolamento tardoantico, e negli spazi agrari connessi, si coglie il lungo processo di “esaurimento” dei paesaggi antichi. Il grande intervallo cronologico per il quale l’indagine archeologica di superficie non produce informazioni sulla struttura dell’habitat rurale (metà VI/VII–XI secolo) è invece ampiamente colmato dai risultati provenienti dai cantieri di scavo sui castelli, di cui Valenti ci da una più che esauriente selezione. In sostanza ciò che appare chiaro ormai è che l’incastellamento interessò soprattutto realtà insediative preesistenti e stabilmente popolate, villaggi e curtes. Sulla base della documentazione archeologica possiamo quindi affermare che l’incastellamento si incardinò su una rete di popolamento già stabilizzata, sulla cui ossatura si era modellata l’organizzazione del lavoro contadino. L’altomedioevo, almeno a partire dall’VIII secolo, non è un periodo di crisi del popolamento, al contrario, proprio in quella fase si va consolidando la nuova trama insediativa delle campagne, sulla quale si innestò più tardi la rete dei castelli. Anzi il periodo compreso fra la fine del VI e l’VIII secolo appare una fase cruciale nella formazione delle forme accentrate di popolamento rurale, all’interno delle quali è difficile, se non impossibile, cogliere indicatori archeologici che ci permettano di individuare diversificazioni sociali, e si è spinti a pensare che nella formazione di questi insediamenti comunitari si seguirono “logiche contadine”, piuttosto che indirizzi di possessores. All’interno di questi villaggi si innescarono, soltanto a partire dalla metà dell’ VIII secolo, processi di gerarchizzazione sociale nell’assetto “urbanistico”, simmetrici all’affermazione delle aristocrazie rurali. Tali forme di gerarchizzazione si colgono, in particolare, attraverso i segni della costruzione di fortificazioni,
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CAGNANA 2001, pp. 101-117. 12
di cinte difensive dell’intero insediamento, o di parti di questo, e attraverso la formazione di residenze di maggior prestigio. La signoria territoriale, a sua volta, si sviluppò in un assetto fondiario che si era andato a definire in questi secoli. I monumentali castelli di pietra rappresentano il segno forte del nuovo ruolo sociale, politico ed economico che andavano assumendo aristocrazie laiche ed ecclesiastiche, cittadine e rurali, grandi e medi proprietari. 6. Dalle indagini archeologiche dell’ultimo venticinquennio sulle fasi di vita altomedievali di quegli insediamenti, che si trasformeranno poi in castelli, è emerso che il materiale da costruzione più diffuso nella Toscana, in questo periodo, fu il legno, ma anche altri tipi di materiali costruttivi deperibili: terra, paglia, incannicciati,etc. In generale, nell’Italia centrale, la pietra non è più usata per le abitazioni e compare nuovamente e massicciamente nei villaggi verso l’XI secolo, non solo in relazione alle strutture difensive o a quelle ecclesiastiche, ma anche alle residenze signorili e, successivamente, anche in quelle contadine. E questo profondo mutamento nel modo di costruire, che coincide con l’inizio di una documentazione scritta sempre più consistente e con il consolidarsi e il manifestarsi attraverso un’edilizia monumentale dei poteri locali, ma è sufficiente a impedirci di vedere l’esistenza di comunità ben solide, e con una lunga storia di trasformazioni interne, nei secoli VI-X, quando le strutture delle curtis si andarono formando su insediamenti che appaiono socialmente omogenei ? Ci viene da pensare che forse la pratica e la strategia della ricerca sul campo si mostra troppo incline a privilegiare i paradigmi storiografici sugli assetti del potere piuttosto che elaborare le labili realtà che ha di fronte, che è espressione di contesti sociali che sfuggono alla tradizione scritta.
7. Se l’habitat di altura altomedievale nasce, come mostra la documentazione archeologica, con la fine dei paesaggi antichi, ancora sulle ultime fasi di questi ultimi non è stata prodotta una mole di scavi sufficiente a conseguire una ricostruzione esaustiva, nonostante l’attenzione recentemente dimostrata dai ricercatori a questi temi32.
Generalmente, la rete insediativa tardo antica così come era sopravvissuta alla crisi del V secolo, si dissolse fra VI e i primi decenni del VII secolo: sui ruderi delle ville si impiantarono talvolta nuovi abitati in legno o strutture precarie, interpretabili come elementi catalizzatori per la popolazione residua oppure per elementi di popolazioni allogene33. D’altronde, alcuni indicatori archeologici mostrano che attorno alla metà del VI secolo si determinarono profondi mutamenti sociali nelle campagne toscane: la
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Per un quadro generale FRANCOVICH 2002 e FRANCOVICH, HODGES 2003. 13
scomparsa delle ultime produzioni ceramiche legate per morfologia, tecnologia e reti distributive al mondo antico34 e l’egemonia delle strutture ecclesiastiche nella gestione dei rituali funerari che sfociò nella fine delle sepolture di tipo “germanico” e in un progressivo incremento delle chiese rurali35.
Sotto il profilo dell’organizzazione religiosa dobbiamo evidenziare che non emerge un ruolo centrale delle chiese rurali nella costituzione di una identità socio-insediativa di villaggio36. Ragionando sulla base dei dati acquisiti per i secoli successivi, attraverso le prospezioni topografiche e la documentazione d’archivio, possiamo forse intravedere una maggiore resistenza ad abbandonare i paesaggi antichi da parte degli edifici ecclesiastici rispetto alle tendenze complessive del popolamento.
All’interno dei villaggi altomedievali, prima dei secoli IX e X, non è documentata archeologicamente la costruzione di edifici religiosi in pietra e i nostri scavi ci consentono anche di escludere la preesistenza di chiese lignee all’interno degli abitati d’altura, mentre è possibile che alcune chiese rurali, in particolar modo quelle battesimali, maggiormente legate agli episcopati cittadini, si andassero a configurare come luoghi d’incontro temporanei per gli abitanti dei villaggi circostanti.
Gli enti ecclesiastici, talvolta dotati dai fondatori di patrimoni ancora legati agli assetti proprietari tardo antichi, presentavano infatti non di rado una collocazione in corrispondenza dei gangli delle direttrici viarie preesistenti - che normalmente lasciavano ai margini le alture ove avevano trovato sede i nuovi villaggi - e raramente tali siti coagularorno attorno a sé il popolamento rurale. Per secoli i villaggi d’altura, da un lato, e le chiese pievane, dall’altro, si fronteggiarono in un rapporto dialettico che improntava l’organizzazione religiosa e insediativa delle campagne toscane. Generalmente i villaggi giunsero, alla fine, ad attrarre presso di sé gli edifici religiosi, ma ciò accadde solo nel corso di un arco temporale molto esteso. Nel frattempo, le comunità di villaggio, contrassegnate inizialmente da una omogeneità socio-economica degli abitanti, avevano conosciuto una progressiva affermazione di élites rurali, tradottasi anche in interventi di gerarchizzazione dell’insediamento chiaramente leggibili in termini di
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CAMBI et alii 1994; VALENTI 1995; VALENTI 1997; VALENTI, 1999. FRANCOVICH, VALENTI 1997; VALENTI 1999. FRANCOVICH 2002, pp.144-167.
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Anche in Toscana le conoscenze sulle chiese rurali tardo-antiche e altomedievali sono scarse, soprattutto nei loro rapporti con i quadri insediativi complessivi (cfr. i quadri di sintesi esposti in PERGOLA 1999). Per alcuni riferimenti ai casi di chiese rurali toscane attestate dalla metà del VII secolo nei loro rapporti con i quadri insediativi circostanti, ricostruiti attraverso analisi topografiche e studio documentario si veda FRANCOVICH, FELICI, GABBRIELLI 2003. 14
documentazione archeologica37. Durante i periodi di difficoltà economiche e politiche molti piccoli proprietari liberi avevano infatti ceduto i propri mansi di villaggio ad un grande proprietario per ottenerli in concessione come terra tributaria collegata ad un centro curtense. Pertanto, in età carolingia, i nuovi poteri legati al grande possesso fondiario, all’esercizio di attività funzionariali, all’organizzazione della difesa e del controllo territoriale, investirono massicciamente i gangli pulsanti dell’economia rurale e si imposero all’interno dei villaggi. In tale contesto nuovi edifici, magazzini e strutture, che manifestavano in modo concreto l’egemonia locale cui aspiravano i nuovi soggetti di potere, andarono ad occupare le parti privilegiate dei villaggi altomedievali. Proprio i nascenti soggetti signorili, a partire dal secolo IX si rivolsero con progressiva convinzione ed efficacia all’istituzione ed al controllo delle chiese di villaggio (o, utilizzando termini documentari, di curtis, di villa o di castrum), concependoli come un elemento-chiave per il consolidamento ulteriore del proprio prestigio.
Per contro, l’offensiva dei potentes per la loro affermazione sulle comunità di villaggio dovette determinare la crisi di un sistema di gestione collettiva delle terre e dell’uso comunitario dei pascoli e dei boschi. Nonostante tali dinamiche, tuttavia, possiamo ritenere che in gran parte della campagna toscana l’identità del villaggio altomedievale si mantenne a lungo sostanzialmente integra. Infatti, tra XII e XIII secolo i processi di ulteriore accentramento insediativo, nel quadro dell’”incastellamento” o di terre nuove promossi dai principali signori territoriali o dai comuni cittadini, avvennero non attraverso un indistinto afflusso di popolazione dalle campagne circostanti, ma con modalità che rispettavano le antiche fisionomie di villaggio. Vale a dire attraverso meccanismi di tipo sinecistico, per le popolazioni dei villaggi e dei castelli circostanti che, abbandonati gli originari centri di residenza, si insediarono entro i nuovi contesti per quartieri topograficamente omogenei e trasferirono al loro interno le proprie antiche chiese.
8. Dopo aver appurato la qualità di informazione che emerge dal lavoro archeologico, così come ci è narrato da Marco Valenti, appare sempre più evidente che la ricostruzione delle strutture insediative altomedievali si può appoggiare solo in misura marginale sui documenti scritti, sia a causa della loro intrinseca inadeguatezza a illuminare questi temi, sia in relazione alle irrimediabili lacunosità, frammentarietà e disomogeneità distributiva che li caratterizzano nel loro complesso38. Nonostante che per la Toscana di età longobarda risalti una sua peculiare ricchezza rispetto alla tradizione complessiva delle scritture documentarie altomedievali (due terzi dei documenti diplomatici di questo periodo
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FRANCOVICH 2002, pp. 144-167; FRANCOVICH, HODGES 2003, pp. 61-105. 15
proviene da archivi toscani39), e che tale materiale sia utile per conoscere l’esistenza di un certo numero di insediamenti, tuttavia esso rimane di per sé strutturalmente inadatto a ricostruire le forme insediative di quel periodo40. Alla luce di tale stato di cose, è utile tornare ad una lettura delle fonti scritte attraverso i modelli elaborati sulla base di quelle archeologiche, capovolgendo quanto è stato proposto in sede storiografica, vale a dire che «le poche fonti materiali» relative al periodo compreso tra la fine del VII e l’inizio del X secolo debbano «ancora essere lette attraverso le fonti scritte»,41 a causa dell’esiguità delle conoscenze conseguite su base archeologica42. Quindi dobbiamo verificare se un sistema insediativo fondato sul villaggio, che emerge chiaramente dalle indagini sul campo, risulti o meno compatibile con i documenti disponibili per l’alto medioevo. Nella documentazione d’archivio altomedievale, l’unità elementare dell’insediamento rurale è designata casa, vale a dire un insieme di strutture e di appezzamenti fondiari, di cui si componeva un’azienda contadina retta da un nucleo familiare43. I meccanismi mediante i quali queste case si correlavano reciprocamente non sono chiariti dal dettato di questi testi, poiché attraverso questi generalmente non è possibile stabilire se tali dimore contadine fossero disperse nelle campagne o invece raggruppate in villaggi44. Non vi è dubbio inoltre che risulta assai arduo determinare anche quali concreti contesti di popolamento stessero dietro alle definizioni vicus, fundus, locus, casale o curtis, poiché l’uso di questi termini non è sempre riconducibile a un significato generale e univoco in contesti documentari e cronologici diversi45. Anzi, in alcuni casi si ha la netta sensazione che il
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Sull’irrimediabile penuria di fonti scritte altomedievali, Stefano Gasparri ha messo in risalto che tra la discesa dei Longobardi e l’inizio del secolo VIII si sono conservati (in originale o in copia) solo nove documenti d’archivio relativi al Regno d’Italia, cui si aggiungono otto testi per l’Italia bizantina, una breve fonte cronistica e la raccolta legislativa di Rotari (GASPARRI 1983, pp. 118-121). 39 Su 296 documenti autentici editi nei primi tre volumi del CDL, quasi duecento provengono da centri toscani (poco meno di 160 dall’archivio arcivescovile di Lucca, una ventina circa da quello del monastero di S. Salvatore al Monte Amiata ed una trentina circa dagli antichi archivi di altre istituzioni ecclesiastiche).
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Per la messa a punto di questi temi, cfr. GINATEMPO, GIORGI 1996, pp. 7-52 e FRANCOVICH, GINATEMPO 2000.
41 42 43
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CAROCCI 2000, p. 426. GINATEMPO, GIORGI 1996, pp. 7-52. CAMMAROSANO 1991, p. 131. GINATEMPO, GIORGI 1996, pp. 7-52.
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Ad esempio, in riferimento alla documentazione di Farfa dei secoli VIII e IX ove si menzionano domus cultae, cellae, curticellae, curtes, casalia, Pierre Toubert osservò a suo tempo: “il arrive que les mêmes mots définissent, selon le contexte documentaire, des réalités diverses et parfois même contradictoires” (TOUBERT 16
loro utilizzo sia stato sostanzialmente intercambiabile, mentre in altri sembra più probabile che esso variasse nel tempo, in relazione al mutare dei caratteri degli abitati o della loro percezione individuale da parte dei diversi estensori dei documenti. In linea generale, tuttavia, risulta piuttosto evidente la loro valenza semantica collettiva, che li rende riferibili a contesti di villaggio, sebbene siano possibili valutazioni diverse sul grado di accentramento insediativo che poteva contrassegnare questi abitati nel caso in cui si prescinda dai risultati delle indagini archeologiche46, oppure se si consideri queste ultime determinanti per la piena comprensione del significato di tali definizioni insediative47. Nel contesto documentario toscano il termine vicus48 rimanda in modo meno ambiguo a forme di villaggio, ricalcando una designazione già presente nell’età classica che tende rapidamente a scomparire durante il secolo X a favore di nuove dizioni (villa, curtis, castellum), per sopravvivere in seguito nel solo ambito toponomastico. Nonostante un evidente nesso del vocabolo con l’assetto insediativo antico, sarebbe erroneo ritenere che gli abitati designati vici siano da riferire soltanto a villaggi tardo antichi49. In sede storiografica viene normalmente registrata l’ambiguità del termine casale, che - come del resto il vocabolo curtis - può essere utilizzato indifferentemente con accezione insediativa o patrimoniale, anche in considerazione del fatto che non di rado un intero insediamento (casale o curtis) poteva essere ascritto al patrimonio di un singolo soggetto50. Talvolta si è colto nell’uso del termine casale un nesso con una organizzazione di villaggio alternativa alla grande proprietà, legata allo sfruttamento collettivo di spazi incolti51 e, in area bizantina, a iniziative di colonizzazione e dissodamento52.
1973, p. 456).
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Wickham sostiene che i termini vicus, villa, casale e castrum non possono dire qualcosa sul carattere concentrato, disperso o intermedio di questi habitats (si veda il suo intervento in NOYÉ 1988, p.215). 47 FRANCOVICH 1998, pp. 13-20; FARINELLI 2000, pp. 13-20; FRANCOVICH, GINATEMPO 2000, pp. 724.
48
49
CASTAGNETTI 1982, pp. 272-273. Come dimostra, ad esempio, il caso del vicus di S.Ansano, formatosi durante l’età longobarda in corrispondenza dell’omonima chiesa, entro il territorio conteso tra le diocesi di Siena e Arezzo CASTAGNETTI 1982, p. 273.
50
Cfr. le considerazioni in FUMAGALLI 1992, p. 77. I casalia del secolo IX sono intesi come complessi fondiari minori delle curtes, gruppi di poderi accentrati, ma privi di dominico, proiettati ad una conquista dei boschi alla agricoltura, in FUMAGALLI 1976, p. 29. Per i diversi significati attribuiti in sede storiografica al termine casale nei secoli VIII e IX cfr. PASQUALI 2002, pp. 45-46. Sulla valenza insediativa delle curtes menzionate nei documenti toscani cfr. FARINELLI 2000 pp. 161-166. Sull’appartenenza nel X secolo di interi villaggi situati in aree marginali del territorio lucchese a soggetti signorili che utilizzavano la curtis per l’organizzazione dei patrimoni rurali cfr. ANDREOLLI 1998, pp. 154-155.
51 52
ANDREOLLI 1989, pp. 362-363. ANDREOLLI 1989, p. 366; CASTAGNETTI 1982, pp. 225-247. 17
In riferimento alla Toscana orientale, alcuni autori hanno interpretato il casale come una ripartizione territoriale al cui interno poteva essere inquadrato un popolamento più o meno intensamente nucleato53, per la Toscana meridionale, invece, è stata rilevata la frequente identificazione dei casalia attestati nei documenti d’archivio con nuclei insediativi, normalmente d’altura, talvolta di dimensioni modeste54. Le ricerche più organiche sul significato insediativo delle informazioni provenienti dai testi altomedievali toscani sono state compiute da Chris Wickham, che ha proceduto ad una faticosa analisi della dimensione insediativa rurale. Wickham, che si è dimostrato attento anche a considerare i dati e i modelli scaturiti dalle prime e frammentarie indagini archeologiche, ha proposto paradigmi interpretativi alternativi a quelli che è possibile elaborare sulla base delle più recenti indagini archeologiche. Infatti, a più riprese ha sostenuto la possibilità che un’organizzazione territoriale per villaggi sia corrisposta, da un lato, a un tenue accentramento dell’insediamento55, dall’altro all’apparente debolezza dell’identità di villaggio prima dell’XI secolo”56. Per quanto poi concerne specificamente l’assetto del popolamento per l’area del Monte Amiata, Wickham, concordando con le posizioni espresse anche da Manuel Vachero Piñero in riferimento alla Valdorcia, ha ritenuto che né i vici o i casalia, né, in una prima fase, gli stessi castelli avrebbero determinato una pronunciata concentrazione dell’habitat sino al pieno XII secolo, poiché sino a quell’epoca un ruolo determinante sarebbe stato ricoperto dall’insediamento sparso57. Le argomentazioni di Wickham risalgono ad una ventina di anni fa, quando dovevano ancora essere avviate indagini sistematiche sui contesti archeologici amiatini. Le ricognizioni di superficie, le ricerche sul sopravvissuto e quelle di aereofotointerpretazione condotte nell’ultimo quindicennio, tuttavia, hanno portato nuovi dati che possono indurre a elaborare interpretazioni alternative rispetto a quelle a suo tempo proposte dallo studioso anglosassone58. Infatti, l’archeologia dei paesaggi non ha portato alcuna conferma della presenza di un habitat altomedievale disperso, evidenziando invece la diffusione di villaggi nucleati, spesso collocati in sommità e non di rado in corrispondenza di località in cui
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Su tale accezione del casale altomedievale hanno insistito DELUMEAU 1996, pp. 118-121 e WICKHAM 1997, pp. 186-187
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Si vedano anche gli accenni in CONTI 1965, pp. 9-14. WICKHAM 1990, pp. 79-102; WICKHAM 1989, pp. 101-137; WICKHAM 1995; WICKHAM 1997. WICKHAM 1995, p. 233; WICKHAM 1988, p.215. WICKHAM 1989, pp. 110-111; VAQUERO PIÑEIRO 1990, pp. 21-23.
57 58
CAMBI 1996; FRANCOVICH et alii 2002, pp. 40-46; ma nuovi elementi emergono da recenti tesi sul territorio amatino (CAPRASECCA 2002; CAVALLO 2003; GIUSTARINI 2004; MENCI 2004; BOTARELLI c.s). 18
furono ubicati edifici religiosi medievali o insediamenti qualificati nella documentazione d’archivio come curtes, ville o castelli. Alla luce di queste indicazioni dovrebbe essere riconsiderata la portata generalizzante riguardo alla scarsa coesione insediativa dei casalia e dei vici posti nelle pendici occidentali e orientali dell’Amiata59. Gli indizi raccolti da Wickham provengono da cinque documenti, pertinenti a un periodo piuttosto tardo (uno risale all’830 e gli altri al X secolo), in cui la grande proprietà aveva già raggiunto una forza tale da spezzare i legami dei rustici con le rispettive comunità di origine60. Inoltre, solo alcuni di questi testi mostrano con sufficiente chiarezza la collocazione di edifici abitativi all’esterno del nucleo centrale del villaggio (un molino in località Comulo nel casale Plana o una casa da costruire in prossimità del tracciato della Francigena), mentre niente permette di escludere che la maggior parte dei riferimenti potrebbe riguardare residenze contadine poste in villaggi accentrati. Per altro verso, la discussione sul tema della labilità delle strutture comunitarie locali sino all’età dei castelli, intravista da Wickham attraverso l’analisi dei testi scritti, non può trovare nei risultati della ricerca archeologica elementi di contradizione, - come viceversa è possibile per quelle aree dove i cantieri stanno dimostrando la solida e prolungata presenza di villaggi altomedievali, - a causa dell’assenza di scavi, ma certo la stessa assenza di documentazione relativa alla presenza di insediamento sparso non sembra cofermarla. Speculare rispetto a questa problematica è la proficua prospettiva di Valenti quando confronta il modello storiografico degli assetti sociali e di organizzazione del potere nelle campagne fra VIII e X secolo, elaborato sulla base della documentazione scritta, con le evidenze che macroscopicamente emergono sotto gli insediamenti incastellati, sia in termini di produzione agricola accumulata sia in termini di organizzazione topografica dell’insediamento. Valenti riesce a darci un quadro delle diversificazioni e delle specificità delle abitazioni in legno, con varie e ben percepibili destinazioni funzionali, o della formazione di aree privilegiate degli insediamenti con la costruzioni di cortine in pietra o legno, con il chiaro intento di rendere compatibile l’interpretazione storiografica con le realtà materiali emergenti dal terreno. Tale tentativo, se può in alcuni casi apparire una “fuga in avanti”, certamente contribuisce a rendere possibile un’interpretazione innovativa delle fonti scritte. 9. In conclusione, se il modello, prospettabile attraverso l’interpretazione
WICKHAM 1989, pp. 110-115. Presoniano (CDA I, n. 108); Talassa (CDA I, n. 178); Lamula (CDA I, n. 174; CDA I, n.194); Plana (CDA I, n. 167; CDA I, n.194).
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delle fonti archeologiche, ci delinea un quadro del popolamento altomedievale radicato ad una variegata, ma solida, realtà di villaggio, pare delinearsi chiaramente un quadro nel quale le fonti scritte non necessariamente contraddicano tale dimensione, mentre l’esistenza di un insediamento sparso, significativo in termini di consistenza demografica, attende una conferma archeologica e documentaria. La ricostruzione dei grandi processi di trasformazione dei quadri ambientali nella lunga fase di transizione fra il tardo antico ed il medioevo si basa sulla valutazioni di fonti diversificate e l’interpretazione dei “frammentari” indicatori sui quali si fonda il processo di ricostruzione storica non può fare a meno di ottimizzarne il loro potenziale informativo e a rivolgersi alla fonte materiale non solo per “fletterla” a vantaggio di questa o quella interpretazione storiografica, ma piuttosto per esplorare la complessità delle realtà insediative, le cui logiche di conservazione, di “uso” e di interpretazione differiscono profondamente da quelle delle fonti scritte. Sapendo bene che soltanto le fonti archeologiche sono in grado di rinnovarsi e di produrre nuove e sostanziali informazioni. Se nel nostro disattento paese si sarà in grado di mettere in campo strategie di conservazione e di valorizzazione di un patrimonio paesaggistico ed archeologico, che rischia di essere usurato senza aver potuto comunicare il suo straordinario potenziale conoscitivo, non solo potremo realizzare politiche efficaci di conservazione del patrimonio, ma sapremo trovare quei segni della storia davvero capaci di orientare lo sviluppo e una pianificazione equilibrata del territorio. Sarebbe un grave errore che il mondo della ricerca, nel suo complesso, si ritenesse estraneo al problema della conservazione di fonti tanto centrali per riscrivere capitoli di storia e all’uso pubblico che di questo patrimonio si fa. E allora entra in gioco di nuovo il Progetto “Archeologia dei Paesaggi Medievali” della Fondazione Monte dei Paschi di Siena che non solo permette di operare su una scala quantitativamente significativa, ma scommette sulla possibilità di trasmettere ad un grande pubblico temi apparentemente complessi attraverso elaborazioni di immagini, capaci di rendere comprensibili assetti insediativi passati, che hanno marcato, e continuano a marcare, il territorio toscano. Molte delle ricostruzioni grafiche, utilizzate in questo volume, frutto di un lavoro di sintesi operato da illustratori di grande capacità e da archeologi, sono al tempo stesso un mezzo efficace didatticamente e il risultato narrativo più incisivo del nostro lavoro di archeologi-storici.
Riccardo Francovich
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1 - Le problematiche61
L’organizzazione economica delle campagne altomedievali italiane è un tema consolidato nella letteratura storica dell’ultimo trentennio. Provare a tracciare una sintesi sugli aspetti legati alle forme del popolamento non risulta però facile. Le informazioni, più approfondite quando riguardano alcuni grandi patrimoni monastici, sono circoscritte soprattutto al periodo che va dal IX all’XI secolo, privilegiando gli aspetti giuridici, economici e sociali. L’interesse della ricerca non si è concentrato sui luoghi del vivere, bensì sul loro ruolo nello sfruttamento delle campagne. La casistica insediativa, i suoi caratteri topografici, l’entità demografica, gli aspetti strutturali e la funzionalità degli spazi nei centri di popolamento sono identificabili solo per deduzione.62 In generale, per l’Italia del centro nord, non disponiamo di modelli economico-insediativi attendibili precedenti alla formazione dell’azienda latifondistica. Esistevano grandi tenute fiscali e aziende fondiarie, talvolta interpretate come eredi del sistema di gestione della proprietà rurale tardoromana, ma delle quali si sa poco ed è impossibile comprenderne tanto la reale articolazione quanto l'impatto avuto sul territorio. La media e grande azienda sembrano avere avuto una lenta affermazione, ostacolata dalla presenza di molti poderi di grande estensione con i quali conviveva,63 tant’è che ancora nel corso dell'VIII secolo la disponibilità fondiaria dei maggiori proprietari contava pochi centri rurali di
Questo saggio si basa sui risultati ottenuti dall’Area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena in oltre un ventennio di ricerche sulla storia dell’insediamento nella Toscana centro-meridionale. Fa parte inoltre del progetto “Archeologia dei Paesaggi Medievali”, in cooperazione tra Fondazione Monte dei Paschi di Siena ed il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena, incentrato sulla conoscenza e la valorizzazione dei territori di Siena, Firenze, Livorno e Grosseto. Le persone da ringraziare sono molte. In particolare voglio sottolineare la continua discussione con Riccardo Francovich, da sempre mio maestro e punto di riferimento nelle ricerche che conduco. Il confronto, anche animato, che ci caratterizza è e sarà sempre fondamentale per migliorare sia la qualità della mia ricerca sia la qualità della ricerca degli allievi che ci seguono. Sottolineo anche il dialogo, talvolta sulla base di idee contrastanti, che è intercorso con Gian Pietro Brogiolo e Sauro Gelichi, ai quali devo alcune indicazioni di percorso. Allo stesso modo ringrazio Chris Wickham che anche in quest’occasione non ha mancato di interagire e sottoporre a critiche scrupolose quanto andavo elaborando. Voglio poi citare una gruppo di amici con i quali condivido da anni lavoro e ricerca; soprattutto Vittorio Fronza, Luca Isabella, Alessandra Nardini, Frank Salvadori, Federico Salzotti, Carlo Tronti, Marie-Ange Causarano, Benjamin Tixier; ad essi si aggiungono Gaetano di Pasquale, Giuseppe Di Falco e Giovanna Bianchi. Infine dedico questo lavoro a mia madre, Laurina Marraccini, che purtroppo ci ha lasciati mentre avevo da poco iniziato a scrivere. 62 Alcuni interventi di Fumagalli (FUMAGALLI, 1978a), Andreolli e Montanari (ANDREOLLI, MONTANARI, 1983) si sono sforzati di andare oltre i limiti delle fonti scritte. Solo nell’ultimo quindicennio Galetti ha affrontato con sistematicità il tema delle forme abitative altomedievali italiane; seguendo dichiaratamente le riflessioni di Marc Bloch sulla necessità dello storico di interagire con fonti diversificate nel trattare “fatti profondi”, elabora con parità di valore informativo dati storici ed archeologici (in particolare GALETTI, 1987; GALETTI, 1994; GALETTI, 1997; GALETTI, 2001). 63 FUMAGALLI, 1978b, pp.XII-XIII.
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piccole dimensioni o con dominici di estensione molto ridotta rispetto all'insieme dei poderi aggregati.64 Fu nella metà dell’VIII secolo che si avviò una decisa tendenza verso la concentrazione della proprietà della terra, dando luogo ad entità fondiarie a struttura bipartita, sebbene facessero parte di molti patrimoni anche numerose e piccole aziende contadine, le casae, assegnate a servi o coloni e forse sottoposte ad un regime di gestione diretta.65 Rappresentava comunque lo spazio di dominio diretto di un vescovo, o di un abate, o di un grande proprietario laico, o di un esponente del gruppo dei possessores. Questo dominio veniva detto latinamente domusculta, o con termini d’origine germanica sundrium-sala sundrialis, o infine con il più ampio e diffuso curtis. Per il IX secolo è assodato il carattere portante della curtis nell'intero edificio economico, affiancata da modalità gestionali, sempre di tipo aziendale o in essa comprese, come il casale e la villa. Il suo processo di espansione culmina tra X e XI secolo, quando la corte stessa si frantuma: gli spazi tenuti in economia vennero lottizzati in fondi affidati a contadini e in seguito dispersi tra più proprietari.66 Vengono proposti tre tipi di organizzazione dell’azienda fondiaria attraverso i quali si tenta di modellizzare una situazione che, in realtà, era molto più articolata: la curtis "pioniere" (caratterizzata dall’assenza di una casa dominica; vero e proprio organismo di rottura di fronte all'incolto); la curtis con sfruttamento diretto verso i settori di profitto agricolo (gestiva un piccolo settore silvo-pastorale, la produzione era specializzata nell'olivicoltura e viticoltura, con ruolo secondario della cerealicoltura, controllava e provvedeva al mantenimento di dispositivi tecnici con al primo posto i mulini); la curtis di tipo "classico", divisa in parte domocoltile e massaricia.67 Non sono state prodotte descrizioni dei centri della parte massaricia, per la quale spesso si prospetta un frazionamento in singoli poderi. L’area del dominico, invece, secondo calcoli sommari basati sui Polittici di IX e X secolo dell’Italia settentrionale, pare aver occupato mediamente degli spazi intorno ai 5000-6000 mq68. Si articolava in edifici dove vivevano il proprietario od il suo amministratore ed i servi prebendari, magazzini o altre strutture di servizio e forni. Solo occasionalmente vi trovavano posto le stalle, poiché gli animali dovevano essere custoditi in edifici staccati dal caput curtis. Inoltre sembrano essere state assenti strutture
Si vedano VIOLANTE, 1953; FUMAGALLI, 1974. TOUBERT, 1995, pp.188-189. Sulle casae presenti invece nella Romania (e sulla loro progressiva identificazione con il fundus ad indicare un’azienda agraria con un centro di popolamento: «il territorio di un centro demico della consistenza di un villaggio») si veda anche CASTAGNETTI, 1991. 66 FUMAGALLI, 1980a, pp.21-22; inoltre si veda SERGI, 1993 con bibliografia per una riorganizzazione dei dati sulla curtis. 67 TOUBERT 1995, pp.159-167. Si veda inoltre CAPITANI, 1992, pp.86-93. 68 FUMAGALLI, 1980a, pp.28-29.
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per la produzione di manufatti artigianali, nella maggior parte dei casi oggetto di canoni e quindi forniti dai massari, benchè sia nota l'esistenza di alcuni laboratori artigianali (lavoratoria, genitia).69 Questo è il quadro per grandi linee che possiamo tracciare sul popolamento altomedievale e più nello specifico per la Langobardia.70 I modelli storici, calibrati soprattutto sugli aspetti giuridico-istituzionali, economici e sul tema del servaggio, non offrono spunti concreti per capire la formazione e la lunga durata dell’insediamento.71 Nella maggior parte dei casi la struttura dei contesti abitativi resta nebulosa; non mostrano una loro dinamicità, come se un insediamento accentrato altomedievale non fosse stato oggetto di trasformazioni prima dei grandi cambiamenti strutturali registrati a partire dall’anno Mille. Al riguardo, pochi hanno colto il significato del modello di Fossier e la portata della sua discussione in tema di insediamento72 e quindi intrapreso delle ricerche mirate. L’autore, che ha utilizzato anche dati archeologici collaborando con l’archeologo Chapelot, nega l’esistenza del villaggio per tutto l’alto medioevo73 e colloca la sua nascita nel periodo che va dal 930 al 1080.74 E’ espressione di un profondo cambiamento nella struttura insediativa rurale, nella pratica agricola, nell’ordinamento sociale e signorile; elementi di trasformazione che sono utilizzati soprattutto nell’affrontare il tema della «mutation féodale».75
Per quanto riguarda la presenza di strutture artigianali nella casa dominica Toubert precisa che non si trattava comunque di un’eventualità molto frequente (TOUBERT, 1995, pp.216-218). 70 In generale si vedano le sintesi CAMMAROSANO, 2001 e PASQUALI, 2002 e le bibliografie ivi contenute. Inoltre i saggi sul medioevo (curate da Luisa Chiappa Mauri, Massimo Montanari, Alfio Cortonesi, Bruno Andreolli e Gabriella Piccinni) nella Storia dell’agricoltura italiana dell’Accademia dei Georgofili: PINTO et alii, 2002. 71 In particolare gli interessi della ricerca si sono coagulati sull’aspetto istituzionale della fisionomia aristocratica, tentando di vedere l’azione di tale classe sul territorio tra età longobarda e carolingia. Per una sintesi si veda il contributo di Vito Lorè La storiografia sulle aristocrazie italiane nell’alto medioevo, al convegno L’historiographie des élites dans le haut Moyen Âge tenuto all’Università Paris I nel novembre 2003 scaricabile al seguente indirizzo internet: http://lamop.univ-paris1.fr/lamop/LAMOP/elites/lore.pdf. A livello più generale, come Laurent Feller ha sottolineato nell’intervento L’historiographie des élites rurales du haut Moyen Age. Emergence d’un probleme? tenuto nello stesso convegno di Paris I (scaricabile al seguente indirizzo internet: http://lamop.univ-paris1.fr/lamop/LAMOP/elites/feller.pdf), dopo Bloch l’oggetto privilegiato degli studi è soprattutto la seigneurie. 72 CHAPELOT, FOSSIER, 1980; inoltre FOSSIER, 1984 e FOSSIER, 1990. 73 Duby, sino dagli inizi degli anni ’60 aveva invece sottolineato come «l’Occidente del IX secolo è popolato nel suo insieme da un contadiname stabile, radicato» e che «gli uomini vivono quasi costantemente su una terra che è quella della loro famiglia, in un agro organizzato, insediato in un villaggio»; afferma inoltre che i villaggi furono stabili e di lunga frequentazione (DUBY, 1984, pp.7-16). 74 Fossier riprende dei temi sviluppati dai geografi e dagli storici dei processi di colonizzazione di scuola tedesca che, domandandosi quali siano le condizioni necessarie per definire villaggio un insediamento rurale, hanno individuato il parametro delle dimensioni minime accettabili e della presenza di legami che trascendono le singole aziende. Si veda BADER, 1957-1973, vol I, ed i contributi raccolti in JANKUHN et alii, 1977. Più nello specifico, nella sintesi di ampio respiro curata da Bader si afferma che nell’altomedioevo dominavano i piccoli centri (Kleinsiedlungen o Weiler); non esistevano villaggi ma solo insediamenti composti da più mansi disposti a maglie e larghe senza particolare ordine. 75 Si veda la messa a punto sul dibattito in LAURANSON-ROSAZ, 2002. Il contributo è anche scaricabile
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Secondo Fossier, le campagne merovingie e carolinge erano connotate da una demografia che languiva e da habitat privi di sedi fisse,76 «un’atmosfera più vicina alla preistoria che alla grande civiltà agraria del Medio evo centrale».77 Alla fine del X secolo, con gli effetti provocati dall’encellulement, cioè con l’assoggettamento degli uomini al dominio signorile ed il conseguente radicamento delle famiglie rurali all’interno di una rete di insediamenti stabili, ebbe inizio l’opera di costruzione dei paesaggi agrari. L’incremento demografico, la stabilità residenziale (il segno viene letto nel passaggio dalle capanne a case con fondazioni in pietra), la nascita di nuove parrocchie e di edifici di culto, la chiara delimitazione dei confini dei distretti agricoli e l’espansione delle colture, a cui conseguì il fenomeno della cosiddetta “cerealizzazione”, trasformarono i centri di popolamento in comunità sociali e parrocchiali; in esse la chiesa ed il cimitero rappresentarono da questo momento in poi il nucleo centrale.78 Fossier elabora un concetto “sociale” ed organico di villaggio:79 è un complesso insediativo unitario, più o meno chiuso, comprendente numerose abitazioni, percepito come una comunità economica di vita, regolata su “strutture” che legano tra loro le abitazioni dei contadini (le terre comuni, le fontane, la strada, l'uso collettivo del bosco, regolamenti economicogiuridici, la chiesa, talvolta il castello).80 Le limitazioni imposte dai nuovi
dal sito web del GERHMA (Groupe d'Études & de Recherches sur le Haut Moyen Âge) della Faculté de Droit et de Science Politique dell’Università di Clermont Ferrand al seguente indirizzo internet: http://www-droit.u-clermont1.fr/Recherche/CentresRecherche/Histoire/gerhma/MutationFeodale.htm. Inoltre il contributo CAROCCI, 2002; dello stesso autore il testo digitale Signoria rurale, prelievo signorile e società contadina (sec. XI-XIII): la ricerca italiana in Para una Antropología de la Renta Señorial en el Occidente Medieval (siglos XI-XIV). Realidades y representaciones campesinas de la renta (Atti del convegno, Medina del Campo, 31 maggio-4 giugno 2000), distribuito in formato digitale da "Reti Medievali". 76 FOSSIER, 1981 e FOSSIER, 1990. 77 Si veda BOIS, 1991, pp.159-166 per la critica e la revisione delle idee di Fossier sulle campagne altomedievali. La sua analisi sul villaggio di Lournand e della regione di Macon è dichiaratamente finalizzata a demolire i modelli di Fossier, sottolineando che per raggiungere un grado di elaborazione attendibile è necessario lavorare nell’integrazione con tutte le fonti archeologiche disponibili (come lui stesso tenta): dagli scavi di insediamenti, a quelli di necropoli, all’uso della fotoaerea alle analisi archeobotaniche e paleoclimatiche. 78 Sulle stesse posizioni è Robert Delort affermando che i centri abitati erano sparsi, di modeste dimensioni e in gran parte precari; non corrispondevano realmente a dei villaggi pur se esistevano proprietà capaci di riunire molte aziende contadine. La trasformazione in insediamenti stabili e quindi in comunità villageoise si realizzò intorno a tre poli: il castello, la cinta paesana, la chiesa parrocchiale (DELORT, 2000, pp.105134). 79 Sul concetto sociale ed organico del villaggio secondo Fossier si veda la parte iniziale della relazione introduttiva al seminario "Per una storia delle comunità. (Ricordando i primi anni ’80)", tenutosi a Este (Gabinetto di lettura) il 20 aprile 2002 di Gian Maria Varanini dal titolo Spunti per una discussione sul rapporto fra ricerca medievistica recente e storia delle comunità di villaggio. Scaricabile al seguente indirizzo web: http://helios.unive.it/~riccdst/sdv/saggi/testi/pdf/varanini_este.pdf. 80 Il percorso di Fossier nell’elaborazione del modello di villaggio ha inizio con l’indagine sulla Piccardia (FOSSIER, 1968), dove propone come evento economico centrale del Medioevo il progresso portato dall’espansione agricola nei secoli centrali. Fossier giudica severamente il contadino altomedievale, descrivendolo impegnato ad allargare gli spazi coltivati a spese della sodaglia invece di abbattere la foresta, 24
regolamenti agrari collettivi che impedivano di operare al di fuori della comunità, e la veloce massarizzazione delle terre in precedenza gestite in economia diretta dal signore, crearono le condizioni per il superamento della signoria fondiaria basata soprattutto sulle prestazioni d’opera; la pars dominica non fu più al centro della vita quotidiana dei contadini come in età carolingia e dunque venne sostituita dalla comunità di villaggio. Per sfruttare più intensivamente i terreni si sviluppò un tipo d’insediamento articolato in tre anelli, traducibile nel modello Haufendorf della scuola geografica tedesca: il villaggio accentrato (case con orto) con un agro o campi divisi in blocchi a loro volta articolati in strisce (Gewanne) spesso sottoposti a rotazione triennale, prati e boschi comuni (Allmende).81 I sostenitori del modello di Fossier hanno ancorato spesso la loro posizione a presunte conferme fornite dalla ricerca archeologica europea. In realtà i contesti scavati non aderiscono a questo schema,82 che relega la casistica insediativa altomedievale nell’ambito dell’addensamento demografico cioè del substrato sul quale poi si svilupperà il villaggio.83 La
«guadagnando ora un solco, ora una striscia di terra» con studiata lentezza per non attirare le attenzioni «di un sorvegliante signorile dotato di buon fiuto». Il contadino diviene invece parte attiva nella colonizzazione della campagna solo fra XI e XII secolo (intitola un paragrafo «Gli uomini che lavorarono veramente per la colonizzazione»), si trasforma in uomo libero e contribuisce alla fondazione dei villaggi come comunità caratterizzate dall’uso collettivo delle risorse. Si veda per le ricerche sulla Piccardia di Fossier (con dati ed impostazioni di fondo riprese anche in DUBY, 1978) le osservazioni in FUMAGALLI, 1978b, pp.VII-X. Ancora nel 1981, a Spoleto, Fossier ripropose la sua visione negativa del contadino altomedievale sintetizzando così la realtà economica del periodo carolingio: «Una tecnica inesistente, un suolo non padroneggiato, un insediamento a mala pena stabilizzato e dei più mediocri, rare eccedenze che pochi privilegiati scambiano fra loro, una struttura produttiva pressoché incapace o perlomeno inefficiente» (FOSSIER, 1981). Si vedano le pp.275-290 degli atti spoletani per l’accesissimo dibattito che seguì alla sua relazione. 81 Su tali aspetti si veda anche GENICOT, 1990 e ROSENER, 1995, pp.92-98. Rosener negli anni ’80 sosteneva comunque una posizione diversa. Correlando dati storici ed archeologici criticava le modellizzazioni della scuola tedesca (alle quali le idee di Fossier molto vicine): leggeva nella strutturazione del villaggio medievale suddiviso in tre anelli il risultato di un lungo processo storico le cui origini erano da ricercare nel villaggio altomedievale (ROSENER, 1989, pp.59-82, in una più tarda edizione italiana). 82 Oggi i casi da citare sono ormai moltissimi; tra le raccolte di dati disponibili ed una loro tipologizzazione si vedano soprattutto DONAT, 1980; FAURE-BOUCHARLAT, 2001; HAMEROW, 2002. Come esempiotipo si pensi ad uno scavo della fine degli anni ’70 effettuato sul sito francese di La Grande Paroisse, a circa 70 km di distanza da Parigi. Il villaggio di X secolo aveva grandi dimensioni, forma allungata ed era composto dalla vicinanza degli edifici riconducibili ad almeno 8 unità agricole disposte lungo un incrocio di assi viari; comprendeva inoltre un cimitero ed un edificio forse di carattere religioso (AA.VV., 1987, pp.380-383; CUISENIER, GUADAGIN, 1988). 83 L’esistenza di uno spirito comunitario negli abitanti del villaggio altomedievale ed in particolare per quello di età carolingia, che Fossier nega, era stata invece sottolineata da Riché nel 1973 sulla base della Lex Salica emendata: «Le esigenze dei lavori agricoli e lo spirito comunitario del popolo carolingio favoriscono le riunioni periodiche. I contadini debbono mettersi d’accordo per la data delle arature, o delle semine, la messa a dimora delle chiusure mobili che difendono i raccolti, l’invio degli animali sul terreno comunale (...). Alcuni testi (troppo rari) evocano la vita di queste comunità rurali, gelose dei diritti acquisiti. Se uno straniero arriva al villaggio, non può stabilirsivi se non viene accolto da tutti: che uno solo lo rifiuti ed egli deve sloggiare dopo tre intimazioni. Se invece viene ammesso, riceve i diritti sulle erbe, le acque, le strade comuni» (RICHÉ, 1994, pp.147-149). Anche Dhondt parla esplicitamente per l’alto medioevo di comunità rurali, composte dagli agricoltori inseriti in una grande tenuta ed appartenenti ad uno stesso proprietario. Tra i fattori che influivano nella formazione dello spirito comunitario tra gli stessi contadini elenca le prestazioni dovute per diritto 25
reazione critica sul tema del popolamento altomedievale e della sua evoluzione non si è comunque fatta attendere al di fuori dell’Italia.84 Inizialmente il dibattito ha riguardato soprattutto gli storici e solo nell’ultimo decennio è iniziata la partecipazione degli archeologi, coinvolgendo tuttora molti ricercatori.85 Rémy Guadagnin, dai primi anni ‘80, pur attento a non entrare in eccessivo contrasto con Fossier nel coniare l’espressione proto-village,86 già sottolineava comunque che «dès la fin du IX siecle, l’habitat est définitivement fixé dans notre région, sous la forme de villae-village» e come l’organizzazione della villa carolingia «correspond veritablement à un village médievale».87 Ma fu con il convegno di Flaran del settembre 1988, occasione in cui si riunirono alcuni dei migliori specialisti in tema di crescita agraria, che la revisione in corso mise in discussione i temi cari a Fossier della nascita dell’Europa e del villaggio come fenomeni posteriori all’anno Mille, spostando definitivamente l’attenzione sull’età carolingia.88 Come ha sottolineato Bois, in quell’occasione, «”solo contro tutti”, secondo la sua propria espressione, Robert Fossier ha mantenuto il punto di vista tradizionale con energia quasi patetica».89 Uno dei primi archeologi a contestare il concetto di habitat disperso e provvisorio è stato Patrick Périn che ha sostenuto l’esistenza di una rete di villaggi stabili e ben strutturati sino dall’età merovingia,90 mentre Chapelot nel decennio 1993-2003 ha continuato a difendere con forza le proprie posizioni.91 Zadora-Rio ha poi posto in parallelo i due tipi di villaggio, quello
consuetudinario al signore del luogo, i diritti di usufrutto delle terre comuni, i lunghi periodi di stretta convivenza (DHONDT, 1990, p.107). Montanari individua nella comunità rurale il «referente sociale ed economico di base» per tutto l’alto medioevo sia nella Romania sia nella Langobardia (MONTANARI, 1988, pp.15-17). 84 Già Donat, contemporaneamente all’uscita del lavoro di Chapelot e Fossier, sottoponeva a critiche severe, su basi archeologiche molto più complete, i criteri di definizione del villaggio e le conclusioni di Bader sull’esclusiva presenza di un insediamento provvisorio e per fattorie o per piccolissimi nuclei nell’alto medioevo (DONAT, 1980, p.134 in particolare). 85 La discussione coinvolge storici, archeologi, antropologi sia in convegni e seminari internazionali (per esempio LORREN, PERIN, 1995), sia incontri d’ambito regionale (come il recente convegno "Autour du village". Etablissements humains, finages et communautés rurales entre Seine et Rhin (4e - 13e siècles), Louvain-la-Neuve, 16 et 17 mai 2003). Scaricabile al seguente indirizzo web: http://juppiter.fltr.ucl.ac.be/FLTR/HIST/MAGE/Colloque%20Village/AutourduVillage.htm. 86 «L’appellation de proto-village, souvent utilisée pour désigner les habitats ruraux du haut Moyen Age, est symptomatique de la difficulté à appréhender leur réalité. Elle devraie etre proscrite, tant elle constitue un frein à la réflexion»: ZADORA-RIO, 2003, p.8. 87 GUADAGNIN, 1981, p.56. 88 AA.VV., 1988. 89 BOIS, 1991, pp.124-125. 90 PERIN, 1992. 91 Chapelot, dopo aver dibattuto le obiezioni sostenendo con forza il modello elaborato con Fossier (CHAPELOT, 1993), ha recentemente ribadito il concetto di «passage de l'habitat rural du haut Moyen Age au village médiéval de l'époque classique» nel convegno "Autour du village". Etablissements humains, finages et communautés rurales entre Seine et Rhin (4e - 13e siècles), Louvain-la-Neuve, 16 et 17 mai 2003. Scaricabile al seguente indirizzo web: http://juppiter.fltr.ucl.ac.be/FLTR/HIST/MAGE/Colloque%20Village/AutourduVillage.htm. 26
delle fonti scritte e quello delle fonti materiali92 criticando il concetto del “non villaggio” altomedievale e mostrando la differenza esistente tra i modelli di centro insediativo deducibili dalla documentazione scritta e dalle fonti materiali,93 un tema ripreso da Francovich e Hodges nel proporre anch’essi il «villaggio degli storici e quello degli archeologi».94 Hamerow ha infine tentato con successo una sintesi molto articolata dei villaggi altomedievali nell’Europa del nord ovest inserendo significativamente nel titolo la definizione early medieval communities.95 Per l’Italia, l’impatto del modello francese e la mancanza di una sua discussione,96 e quindi la sostanziale assenza da un dibattito più che
ZADORA-RIO, 1995 e la più recente riflessione in ZADORA-RIO, 2003 in cui sottolinea apertamente come la ricerca storica non considera i modelli elaborati dall’archeologia, mentre le informazioni tratte delle fonti materiali oggi rivelano chiaramente quell’organizzazione per villaggi e per comunità stabili la cui esistenza era stata negata con risolutezza. 93 Zadora-Rio ha tenuto inizialmente una posizione favorevole al modello di Fossier. Nel 1990 proponeva la dispersione dell’habitat come l’elemento caratteristico della campagna altomedievale. Descriveva un popolamento distribuito in piccole frazioni, con edifici in materiali deperibili e di breve frequentazione, disposti a nebulosa intorno a siti più antichi o che rioccupavano, talvolta come area cimiteriale, le strutture in abbandono di ville (come nei casi di Mondeville, Limetz-Villez, Saint-Germain-les-Corbeil). Collegava la formazione di confini territoriali alla progressiva sistemazione della rete parrocchiale tra metà VIII e XII secolo quando, con la generalizzazione della decima, le chiese assunsero anche un ruolo fiscale. La nascita dei villaggi, fra il X e il XII secolo, era quindi una conseguenza del raggruppamento delle funzioni religiose, funerarie e difensive in un luogo unico, mentre in precedenza erano disperse sul territorio. La concentrazione di popolamento in centri stabili innescò anche la riorganizzazione in forma concentrica del territoro del villaggio (intorno all’abitato l’orticultura ed i campi coltivati intensivamente; al di là le colture estensive ed al margine la pastorizia ed il bosco). ZADORA-RIO, 1990. 94 FRANCOVICH, HODGES, 2003. I due archeologi, oltre a tratteggiare il dibattito intercorso negli anni ’90, illustrano le posizioni più recenti tenute da archeologi operanti in Italia che condividono il modello del “non villaggio”. In particolare contestano le elaborazioni di Hubert sulla Valle del Turano, una zona in cui, di fronte a ricognizioni e scavi che si segnalano per le ridotte dimensioni dell’intervento stratigrafico, viene proposto un incastellamento che non interessò villaggi di lunga frequentazione bensì realizzatosi ex novo. Anche il rinvenimento di buche di palo, quando avviene, non è mai collegato a depositi altomedievali. Si veda HUBERT, 2000. 95 HAMEROW, 2002. Sconfessa il modello del “non-villaggio” espresso da Fossier, accettato più o meno all’unanimità dalla ricerca storica (definita in altre pagine anche l’ortodossia storica dell’insediamento altomedievale isolato), molto spesso distratta verso le indicazioni delle fonti materiali. I dati archeologici mostrano in realtà che l’economia e l’interazione culturale tra i centri di popolamento furono molto complesse, con una crescita demografica lenta nel VII secolo ed una maggiore espansione delle aree popolate, affiancata dalla riorganizzazione e dalla stabilizzazione dei centri insediativi, soprattutto dall’VIII secolo. Questo cambiamento riflette un’intensificazione della produzione e la trasformazione dell’allevamento, ma anche la nascita di nuovi sistemi di distribuzione e scambio che mutarono significativamente la struttura economica delle comunità rurali, come mostrano un considerevole accesso a beni di prestigio, nuovi sistemi di sepoltura per piccoli nuclei compatti, inedite strategie di sfruttamento della terra e la commercializzazione o scambio dei surplus produttivi. Furono fondate nuove strutture amministrative (insediamenti rurali di rango superiore; dei central places, luoghi di mercato e di controllo politico del territorio con presenza quasi esclusiva di attività artigianali) che spesso smantellarono l’antico ordinamento tribale. Anch’essa, come Donat, interpreta il villaggio alla stregua di un complesso composto da fattorie; era una grande azienda o parte di essa ed esistevano “strutture” usate dall’intera popolazione che evidenziano un carattere di comunità e scelte condivise mirate ad una migliore gestione della terra. 96 Il modello di Fossier trova consenso in Francia, soprattutto in ambito storico ed è diffuso attraverso corsi universitari senza descrivere il dibattito intercorso e dando per assodato che la comunità di villaggio sia una creazione dell’XI-XII secolo. Un esempio, tra i tanti, è il corso di Géographie historique presso l’UCL (Université Catholique de Louvin – Facolta di Filosofia e Lettere); la parte 6.1 del programma è dedicata alla discussione del significato di villaggio medievale (les fonctions villageoises : culte, justice, défense) ed
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ventennale, mette a nudo lo scarso stato di conoscenza sulle forme di popolamento delle campagne altomedievali in base alle fonti scritte. In altre parole, non ci sono spunti di riflessione poiché non sono state ricostruite storie insediative approfondite, posteriori alla crisi tardoantica ed anteriori alla comparsa dei primi castelli. In generale non viene presa una posizione sull’esistenza o meno dei villaggi; il problema non fa parte del dibattito poiché le indagini, riguardando la proprietà fondiaria, mettono a fuoco soprattutto una campagna divisa in aziende rurali, che non sono in realtà traducibili in modelli urbanistici ed in stime demografiche.97 Come ha affermato Zadora-Rio «L’habitat rural du haut Moyen Age trouve difficilement sa place dans les paradigmes historiques. Dans le modèle qui postulait une filiation directe de la villa au village, il n’était conçu que comme une transition invisible. Dans le modèle de l’encellulement, il occupe une place plus importante, mais uniquement comme faire-valoir; il ne existe que comme préliminaire, par référence à la forme aboutie, supposèe connue, du village des XI°-XII° siécles».98 Di questo panorama lacunoso non è responsabile solo la ricerca storica. Anche le scelte strategiche degli archeologi italiani non hanno perseguito con decisione il tema del villaggio altomedievale; gli sforzi e gli
all’habitat altomedievale mentre la parte 6.2, La naissance du village (IX-XIe siècles), è suddiviso in le regroupement des hommes (motte castrale, village emmuré, église), le remaniement des terroirs, les facteurs explicatifs. Si veda l’indirizzo web: http://pot-pourri.fltr.ucl.ac.be/histoire/HIST2180/ Un’ulteriore testimonianza si osserva nella versione on-line della rivista francese “Historia”, dove è pubblicata la versione digitale ridotta di un dizionario tematico del medio evo (Le Moyen Âge de A à Z), edito dalla Presses Universitaires de France nel 2002 sotto la direzione di Claude Gauvard, Alain de Libera e Michel Zink, diviso in sezioni curate da 380 autori. Al termine Communauté villageoise (inserito significativamente nella sezione Les pouvoirs) viene dato il seguente significato «les villageois sont des paysans, il est tentant de faire de la réglementation agricole le motif premier de leur organisation collective. Au sens strict en effet le village est fondamentalement le centre d'un territoire, le finage, aux limites dé finies, dont l'exploitation, pour les cultures comme pour les divers espaces incultes, forêts, landes et cours d'eau, est l'activité essentielle du villageois-paysan. Les villageois sont paysans, certes, mais ils sont aussi paroissiens et sujets d'une ou plusieurs seigneuries, et les communautés de diverses natures s'enchevêtrent. À partir du XIe s., l'encadrement social plus ferme a contribué à consolider la communauté». Si veda l’indirizzo web: http://www.historia.presse.fr/data/thematique/79/07900401.html 97 Con l’eccezione dei lavori di Galetti, solo Barbero, nella sua biografia di Carlo Magno, affronta il tema delle strutture insediative rivolgendosi all’archeologia (pp.334-344) con la descrizione degli scavi di Villierle-Sec e Baillet-en-France editi nel catalogo della mostra Un village au temps de Charlemagne tenuta nel 1988 a Parigi presso il Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni popolari (CUISENIER, GUADAGNIN, 1988). Senza mai citare Fossier, prende posizione sul tema del “non villaggio altomedievale – villaggio medievale” accettando le conclusioni degli archeologi che riconoscono un villaggio a maglie allargate, disposto lungo la strada di collegamento Parigi-Amiens, con lunga continuità di frequentazione, organizzato in forma di azienda agricola e con elementi comunitari come il cimitero collettivo ed una sorta di piazza centrale. «Non si trattava di un insediamento provvisorio: il luogo era abitato ininterrottamente fin dall’epoca galloromana, ed è probabile che l’insediamento comprendesse parecchi altri mansi dello stesso genere; tutti, però, a sufficiente distanza l’uno dall’altro da conservare l’aspetto d’un abitato rurale e semisparso, non d’un villaggio accentrato e, men che mai, fortificato. Un’immagine coerente con quanto sappiamo, in genere, dell’insediamento rurale al tempo di Carlo Magno, dove il villaggio come fitto aggregato di case, strette intorno alla chiesa e magari al castello, era poco diffuso, e in molte zone prevalevano quelle che oggi chiameremmo frazioni» (BARBERO, 2000, p.335). 98 ZADORA-RIO, 2003, p.8. 28
interessi delle indagini si sono concentrati soprattutto sulle forme insediative sviluppatesi dopo la fine delle ville romane, fermandosi cronologicamente tra la fine del VI ed il VII secolo.99 Eppure senza lo studio dei resti materiali, come dimostrano le molte indagini svolte nell’Europa del centro-nord,100 risulta quasi impossibile ricostruire la storia insediativa della campagna prima del XII secolo.101 Tutto ciò sorprende poiché, citiamo ancora ZadoraRio a proposito della ricerca francese, «Il n’est pas execessif de dire que l’archéologie de l’habitat rural est en mesure de boileverser une grande partie de l’histoire du hat Moyen Age».102 Questo obiettivo può essere raggiunto articolando un questionario della ricerca archeologica diviso in tre sezioni ed esteso ad un ampia scansione cronologica (VI-X secolo). La prima sezione, di tipo più generale, è dedicata a comprendere come si sono formati e quale aspetto avevano i centri di popolamento rurale dopo
BROGIOLO, 1996, inoltre il recente seminario di Gavi (BROGIOLO, CIAVARRIA, VALENTI, 2005 cs.), dove nonostante il tema prescelto comprendesse il VI-IX secolo, la maggior parte delle relazioni italiane non è andata oltre il VII secolo; si veda il seguente indirizzo internet: http://archeologiamedievale.unisi.it/dopoleville/index.htm. 100 Le indagini effettuate in ambito germanico rappresentano dei punti di riferimento nello studio dell'edilizia altomedievale in materiale deperibile e sulla tipologia del villaggio. Nel 1980 la grande mole dei risultati è stata portata a sintesi nel contributo fondamentale di Donat, incentrato su casa, corte e villaggio nell'Europa centrale fra VII e XII secolo (DONAT, 1980). Anche la Francia si segnala per i molti contributi pubblicati, nei quali convergono stimoli provenienti dalla ricerca archeologica, antropologica ed etnografica, nonchè uno stretto legame con l'analisi dei fondi d'archivio. Contemporaneamente alla pubblicazione di Donat, usciva il già citato contributo di sintesi in ottica europea di Chapelot e Fossier (CHAPELOT, FOSSIER, 1980), accompagnato negli anni successivi da una serie di monografie regionali (si vedano come esempi LORREN, 1989; SCHNEIDER, 1992; o i saggi proposti in LORREN, PERIN, 1995). Sono da segnalare le lunghe indagini su Brebiéres, svolte a cavallo tra gli anni 'sessanta e 'settanta (DEMOLON, 1972; DEMOLON, 1974), nonchè il lavoro effettuato sui villaggi del nord (CUISENIER, GUADAGIN, 1988) e le sintesi NISSEN-JAUBERT, 1996, FAUREBOUCHARLAT, 2001. Gli studi britannici si sono concentrati sul periodo anglo-sassone, confrontandosi con i problemi metodologici dello scavo e della ricostruzione delle strutture in materiali deperibili. Dalla fine degli anni '70 iniziano ad uscire i primi lavori di sintesi fra i quali meritano attenzione quelli di Brown (BROWN, 1978), di Wilson (WILSON, 1976), la monografia dei British Archeological Reports del 1979 sugli studi anglosassoni (AA.VV., 1979), la monografia su Londra sassone di Vince (VINCE, 1990), lo studio sui timber castles di Barker e Higham (HIGHAM, BARKER, 1992) e le sintesi di Hooke e di Hamerow (HOOKE, 1998; HAMEROW, 1993 ed in particolare HAMEROW, 2002). 101 In Italia, tranne pochi tentativi (FRANCOVICH, NOYE’, 1994; BROGIOLO, 1994; FRONZA, VALENTI, 1996; per la Toscana FRANCOVICH, CUCINI, PARENTI, 1990; VALENTI, 1995a), non si sono intraprese sintesi regionali da porre a confronto per ottenere delle griglie casistiche. Se la struttura dell’abitazione rurale fra età della transizione ed alto medioevo inizia ad essere nota grazie ad esempi di scavo sempre più numerosi per l’intero centro nord italiano, sono però ancora pochi i casi di contesti insediativi datati fra VII e X secolo indagati in estensione. In generale il quadro che possiamo fornire dei processi di cambiamento delle campagne italiane sulla base dei dati archeologici comincia ad assumere una qualche consistenza, anche se permangono ampie zone d’ombra. Si deve infatti osservare che, nonostante il vasto numero di indagini di archeologia medievale condotte in Italia (quasi un migliaio negli ultimi 25 anni secondo una schedatura in progress svolta presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena) i tentativi di sintesi possono essere intrapresi solo per determinate aree, essenzialmente parte dell’Italia settentrionale, della Toscana, del Lazio, dell’Abruzzo, della Puglia, della Calabria e della Sicilia occidentale. Altre regioni, come per esempio l’Umbria e la Basilicata, sono pressoché prive di ricerche territoriali e di scavi puntuali. 102 ZADORA-RIO, 2003, p.5.
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la fine del sistema delle ville tardoantiche e da quanti individui era costituita una comunità agraria altomedievale. La seconda sezione è finalizzata a riconoscere la tipologia dei villaggi e dei suoi abitanti, quindi ad individuare quali sono gli elementi che permettono di differenziare gli insediamenti tra loro e quali possono essere gli indicatori utili per comprendere una distinzione, sia sociale sia economica, tra gli abitanti. La terza sezione, improntata sugli aspetti diacronici, intende appurare se per l'intero altomedioevo tali villaggi rimasero più o meno invariati o se furono oggetto di trasformazioni legate a processi socio-economici diversi; ed eventualmente, oltre che dal punto di vista strutturale, sotto quali forme sono riconoscibili questi cambiamenti. Infine, nell’agenda della ricerca deve trovare posto anche il confronto tra il modello di popolamento e di “villaggio” degli archeologi e la letteratura storica, facendo comunque attenzione, come sottolinea Riccardo Francovich, a non piegare e leggere la fonte archeologica alla luce della fonte scritta; che non significa volere riscrivere la storia delle campagne, bensì proporre modelli autonomi ed evitare di ricondurre e giustificare rigorosamente i dati archeologici all’interno dei quadri ricostruiti dalla storiografia. Gli archeologi dovranno convincersi della necessità di elaborare le proprie griglie interpretative per trarre dalle fonti materiali ciò che possono rivelare «sur les sociétés médiévales, avant de confronter cet éclairage spécifique avec celui qu’apportent les textes».103 In queste pagine si proporrà un bilancio delle indagini svolte in Toscana, attraverso l’illustrazione dei metodi di ricerca utilizzati, la casistica delle componenti e delle forme insediative riconosciute fra metà VI secolo e X secolo. Si cercherà inoltre di isolare nella diacronia una serie di indicatori archeologici utili nell’interpretazione della natura economica dei centri d’insediamento e dei rapporti, tra persone e di produzione, in essi attivi. I casi scelti fanno parte delle ricerche condotte dall’Area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena nelle provincie di Siena (Montarrenti,104 Miranduolo,105 Poggibonsi106), Grosseto (Rocca di Scarlino107 e Rocchette Pannocchieschi108) e Livorno (Rocca di Campiglia,109 Suvereto110
ZADORA-RIO, 2003, p.8. FRANCOVICH, HODGES, 1990; CANTINI, 2003. 105 NARDINI, 1999; NARDINI, 2001; NARDINI, VALENTI, 2003. Lo scavo è consultabile, con aggiornamenti in tempo reale, al seguente indirizzo web: http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/MIRANDUOLO/MIR.html. 106 Si vedano soprattutto VALENTI, 1996a; VALENTI, 1999; VALENTI, 2000; SALVADORI, VALENTI, 2003. 107 Oltre a FRANCOVICH, 1985, si veda la recente tesi di laurea MARASCO, 2003. 108 DE LUCA et alii, 2003. 109 BIANCHI, 2004a. 110 CUTERI, 1990.
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e Donoratico111), oltre che sui progetti territoriali avviati dalla fine degli anni ’80.112 Nel loro complesso, i dati scaturiti, mostrano come il popolamento si polarizzava in una rete di insediamenti accentrati, organizzati come aziende rurali ed in gran parte trasformati in castelli, a partire dalla metà del X secolo. Ci danno modo di osservare la nascita, l’evoluzione e le componenti di una serie di centri rurali frequentati stabilmente per secoli, su molti dei quali si basò l’affermazione dei poteri locali. Per le loro caratteristiche strutturali questi centri sono identificabili come realtà di villaggio ed in esse, come Wickham ha sottolineato recentemente confrontandosi con Chapelot sulla natura dell’insediamento altomedievale francese, «la force et la structuration n'étaient pas encore aussi développées qu'elles le seront au XII siècle: on peut ici parler des 'villages faibles'; mais à mon avis ils faisaient partie du même type idéal».113
Figura 1 e 2
BIANCHI, 2004b. In particolare le indagini sul territorio provinciale senese e su quello grossetano. Si veda FRANCOVICH, VALENTI, 2001 per le loro caratteristiche e per la bibliografia. 113 Intervento in "Autour du village". Etablissements humains, finages et communautés rurales entre Seine et Rhin (4e - 13e siècles), Louvain-la-Neuve, 16 et 17 mai 2003. Scaricabile al seguente indirizzo web: http://juppiter.fltr.ucl.ac.be/FLTR/HIST/MAGE/Colloque%20Village/AutourduVillage.htm.
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2 - Il metodo della ricerca: fra ricognizione di superficie e scavi
In Toscana, l’apporto dell’archeologia nella ricostruzione delle strutture insediative altomedievali è riconducibile a due filoni principali di ricerca. Il primo filone, attualmente forse il più diffuso, affronta il tema della crisi dell’insediamento e dell’organizzazione produttiva tardo romana fermandosi alla metà del VI secolo. La ricerca, condotta sia da archeologi di formazione classicista sia da medievisti impegnati in progetti territoriali, rappresenta un terreno d’incontro tra i due orientamenti disciplinari ed è molto attenta a mettere in evidenza il collasso del sistema delle ville ed a confrontarsi sia sui diversi effetti regionali della crisi, sia sugli indicatori della trasformazione in corso.114
Figura 3
Il secondo filone, attraverso interventi di scavo su castelli, è concentrato sulla comprensione delle dinamiche di trasformazione del popolamento post-classico, cercando di ricostruire le forme di organizzazione insediativa antecedenti le prime fasi di incastellamento. La scelta di scavare castelli trova una sua giustificazione anche nella natura delle emergenze archeologiche medievali toscane (sono oltre 1550 i castelli censiti da fonti documentarie ed ancora rintracciabili sul territorio).115 Il castello rappresenta infatti la componente più marcata del paesaggio dei ruderi toscani e la forma più evidente di quei “villaggi abbandonati”, sul cui studio ha mosso i primi passi la moderna archeologia degli insediamenti medievali.116 Inoltre scavare castelli significa ancora oggi indagare un fenomeno storico “che ha funzionato in connessione così ampia e profonda con altri, da potere assumere il ruolo di phénomène globalisant”: non «una struttura pensabile come costitutivamente essenziale alla società umana nel suo divenire, bensì un fatto empirico, emerso in dimensioni eccezionali, così da coinvolgere visibilmente gli sviluppi strutturali più eterogenei e da segnalarne la complessa interdipendenza».117 In altri termini, un evento di grande rilievo che permette di osservare le diverse strutture di una società attraverso la lente di una tendenza centrifuga da lungo tempo in atto dei poteri locali rispetto alla centralità dello Stato: attraverso la formazione e la trasformazione della base economica dei ceti egemoni.
Si vedano sulle ricerche concernenti l’età tardoantica ed il suo significato di transizione le sintesi in GIARDINA, 1999 e CAMERON, 1996, quest’ultimo anche per le ricerche sul tardoantico in relazione al medioevo. 115 Si veda FRANCOVICH, GINATEMPO, 2000. 116 Si ricordano i contributi ormai “classici” di KLAPISH-ZUBER, DAY, 1965, pp.419-459; AA.VV., 1970; BERESFORD, HURST, 1971; KLAPISH ZUBER, 1973. Inoltre QUADERNI STORICI, 1973 e bibliografie citate. Per un inquadramento sintetico sul tema dei “villaggi abbandonati”: GELICHI, 1997, pp.78-84. 117 TABACCO, 1979, pp.45-46.
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Figura 4
I quadri che sono stati ricostruiti dalle indagini territoriali riescono a fare luce sul popolamento rurale sino ai secoli della Transizione e lasciano oscure le vicende altomedievali.118 In sintesi, nel corso del VI secolo la rete insediativa risulta a maglie larghe ed articolata soprattutto per case sparse talvolta edificate sui complessi tipo villa che avevano cambiato destinazione. L’accesso ai mercati urbani od a punti di distribuzione delle merci era diversificato secondo la perifericità delle zone. Le abitazioni erano molto semplici, monovano, in pietra o più spesso in materiale deperibile e con copertura laterizia. Le attività produttive si legavano soprattutto ad un’economia agricola di sussistenza. In alcune aree non sono rintracciabili contesti che attestino una gerarchizzazione sociale ed economica; in altre, forse, iniziano a comparire i primi indicatori di un controllo seppur debole delle persone. Si tratta comunque di un panorama di disgregazione in atto, che evidenzia una crisi economica e sociale in accelerazione; è la fine dei paesaggi romani. L’impatto della cristianizzazione sul popolamento non è riconoscibile con chiarezza; sembra comunque non aver avuto un ruolo importante sino alla matura età longobarda. La generale assenza di rinvenimenti di superficie ascrivibili all’altomedioevo non ci fa conoscere le vicende del popolamento antecedenti la metà del X secolo, quando le attestazioni archivistiche lasciano intravedere un sistema di centri demici spesso organizzati in strutture curtensi. Per alcune aree come la piana di Lucca e l’Amiata, l’affondo analitico in una mole maggiore di documentazione scritta disponibile, ha fatto ipotizzare per l’VIII-X secolo dei territori in cui erano nettamente prevalenti estese agglomerazioni formate dall’unione di «small groupings of houses» e «totally dispersed settlement».119 La mancanza di riscontri materiali non concede però di proporre dati esaustivi sulla densità demografica e sulle forme insediative, che solo tra XI-XII secolo appare più chiara. I contadini si distribuivano nelle maglie strette di una rete insediativa costituita soprattutto da castelli e piccoli villaggi. Gli spazi scelti per l’insediamento corrispondono in prevalenza alle sommità di rilievi collinari ed attestano un già avvenuto fenomeno di risalita. Il grande intervallo cronologico per il quale l’indagine territoriale non produce dati utili alla costruzione di un modello diacronico dell’insediamento (metà VI–XI secolo) è in parte colmato dai risultati provenienti dai cantieri di scavo. In Toscana nello spazio di un ventennio sono stati indagati circa 37
Si veda come esemplificazione la sintesi sulla Toscana in CAMBI et alii, 1994. WICKHAM, 1999, p.16. In particolare si vedano per l’Amiata WICKHAM, 1989a e per la Lucchesia WICKHAM, 1995 e WICKHAM, 1997; in generale anche WICKHAM, 1989b.
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castelli,120 sottolineando un dato interessante: 24 contesti, una percentuale superiore al 62%, restituiscono attestazioni altomedievali.121
Figura 5
Questo dato, di per sé considerevole, deve però essere letto alla luce della quantità di spazio esplorato. Sono infatti 21 le indagini di piccola estensione, condotte attraverso saggi conoscitivi od interventi di emergenza. Un elemento che abbassa la percentuale di depositi altomedievali potenzialmente riconoscibili e soprattutto leggibili nella loro complessità urbanistica e nei cambiamenti ai quali furono soggetti.122
Figura 6
Sull’eventualità di un altomedioevo invisibile, possono inoltre avere influito le stesse vicende edilizie del sito; molto spesso, le massicce ristrutturazioni di XII e XIII secolo che investono gran parte dei castelli toscani hanno cancellato sia le evidenze della prima fortificazione sia i depositi antecedenti, rappresentati da stratigrafie labili e soprattutto da buche di palo. La percentuale indicata, di fronte a scavi maggiormente estesi e più attenti, è senza dubbio destinata ad accrescersi. Lunghe stagioni di scavo su una serie di castelli hanno iniziato quindi a far luce sulla rete insediativa altomedievale e costituiscono la base del
Dal computo sono stati esclusi i contesti che, o iniziati di recente o mai portati avanti dopo una o due campagne, hanno visto l’effettuazione di scavi ancora molto ridotti spazialmenti dei quali non si hanno notizie che si pongono aldilà della semplice segnalazione. Come esempio si citano i casi di Bruscoli, Calcinaia, Fucecchio, Monsummano tra la zona pisana e pistoiese. 121 Lucca: Montecastrese (REDI, 1997), Castagnori (curtis altomedievale attestata nei documenti scritti; CIAMPOLTRINI, 1997), Gorfigliano (QUIROS CASTILLO, 2004; QUIROS CASTILLO et alii, 2000). Pistoia: Larciano (villa altomedievale attestata dai documenti scritti; MILANESE, PATERA, PIERI, 1997), Montecatini Alto (MILANESE, BALDASSARRI, BIAGINI, 1997), Pontito-Terrazzana (QUIROS CASTILLO, 1999), Massa (villa altomedievale attestata dai documenti scritti; MILANESE et alii, 2000). Firenze: Poggio della Regina (VANNINI, 2002), Poggio Castello (DE MARINIS, 1979), Montefiesole (FRANCOVICH, TRONTI, 2003). Livorno: Campiglia Marittima (BIANCHI, 2004a), Donoratico (BIANCHI, 2004b), Suvereto (CUTERI, 1990). Pisa: Monte Castellare (solo edizione on-line - http://marolaws.iet.unipi.it:31442/gap/csgg.htm), Santa Maria a Monte (REDI, 1997). Siena: Radicofani (AVETTA, 1998), Montarrenti (CANTINI, 2003), Poggibonsi (VALENTI, 1996a), Miranduolo (NARDINI, VALENTI, 2003). Grosseto: Selvena (casale altomedievale attestato da documenti scritti; FRANCOVICH et alii, 2000), Ansedonia (HOBART, 1995; FENTRESS et alii, 1991; FENTRESS, 2003), Montemassi (GUIDERI, PARENTI, 2000; inoltre scavi ancora inediti dell’Area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena), Scarlino (MARASCO, 2003), Rocchette Pannocchieschi (DE LUCA et alii, 2003). 122 La stessa tendenza si osserva a livello nazionale, confermando che è impossibile conoscere la formazione dei nuovi centri di insediamento che caratterizzarono il periodo compreso fra il VII e l’XI secolo senza indagare i castelli. Consultando dati aggiornati al 2002 (secondo una schedatura in progress svolta presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena), su poco più di 130 casi di castelli oggetto di scavi circa il 50% mostra la persistenza dell’insediamento su centri preesistenti. E’ inoltre da considerare che soltanto in 30 occasioni si è trattato di indagini condotte su ampie aree.
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“modello continuista” d’incastellamento elaborato dall’area di Archeologia Medievale di Siena.123 L’incastellamento interessò soprattutto realtà insediative preesistenti e stabilmente popolate, dei siti altomedievali di successo ed aziende rurali talvolta riconoscibili come curtes o come il loro nucleo centrale. Fu un fenomeno che aderì ad una rete di popolamento già stabilizzata e sulla cui ossatura si era modellata la gestione del lavoro nelle campagne. Ciò non significa volere rintracciare l’origine di tutti i castelli nei nuclei accentrati altomedievali; tale processo si lega soprattutto ai castelli di prima fase, mentre non si esclude, come alcuni casi comprovano, uno per tutti Rocca S.Silvestro nel livornese, la fondazione ex novo dietro interessi particolari (lo sfruttamento minerario nell’esempio citato) e per i castelli di seconda fase.124 Per questi motivi, la ricostruzione delle dinamiche insediative territoriali ha quasi sempre una brusca frenata dopo il periodo della transizione. Non si ritrovano infatti sul terreno gli indizi di quei contesti altomedievali, che pur dovevano esistere e talvolta attestati dalla stessa documentazione d’archivio, poiché i depositi ad essi relazionabili sono per la maggior parte sepolti od erosi dalle successive fasi di vita, fino all’edificazione ed allo sviluppo dei castelli o di altri siti di successo (probabilmente quei nuclei di villaggio che hanno continuato ad essere frequentati fino ai nostri giorni). L’altomedioevo non è un periodo drammatico del popolamento e di selezione dei centri abitati, come potrebbero far pensare le evidenze negative delle ricognizioni di superficie. Al contrario, siamo di fronte alla formazione della nuova trama insediativa delle campagne, sulla quale si innestò più tardi la rete dei castelli. L’altomedioevo rappresenta una fase cruciale nella storia dell’insediamento e nell’affermazione delle aristocrazie rurali. La signoria territoriale pose le proprie basi su una serie di patrimoni fondiari formatisi in questi secoli; il sorgere dei castelli costituì sia il segno forte del nuovo ruolo sociale, politico ed economico che andavano assumendo gruppi di grandi e medi proprietari, sia la definitiva trasformazione dei centri preesistenti. Da tutto ciò ne consegue che scavare i castelli rappresenta ad oggi una tra le strategie di ricerca più redditizie per la comprensione dei caratteri del popolamento altomedievale. L’elaborazione di una modellistica concernente i centri d’insediamento pre-castrale deve comunque seguire un progetto di ricerca ben definito, sia
La definizione “modello continuista” può ingenerare fraintendimenti. Per continuista s’intende la continuità fra rete insediativa altomedievale e medievale, ovvero le forme del popolamento altomedievale costituirono l’ossatura della rete insediativa dei secoli successivi. E’ invece da intendere come “discontinuista” in relazione all’insediamento tardoantico: passaggio dall’insediamento sparso all’insediamento accentrato a partire dal VII secolo. 124 Per Rocca S.Silvestro si veda soprattutto FRANCOVICH, WICKHAM, 1994 e bibliografia citata.
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dal punto di vista operativo sia per gli aspetti “qualitativi” dei dati prodotti. Operativamente è necessario basarsi su un numero cospicuo di casi da indagare e su scavi in estensione rappresentativi di ampie percentuali dello spazio incastellato. La gamma di realtà insediative altomedievali individuate in Toscana, seguendo questa strada, evidenzia come il semplice riconoscimento di alcune buche di palo o di alcune capanne non esaurisce le problematiche a cui tentare di dare risposta. Qualitativamente è indispensabile basarsi su indagini dove l’analisi combinata di tutti i tipi di restituzione (dalle strutture edilizie, ai reperti ceramici, osteologici ed archeobotanici sino agli eventi geoarcheologici) rappresenta il mezzo principale per la caratterizzazione dei villaggi nella diacronia; troppo spesso, all’interno delle pubblicazioni di scavi, tali dati vengono relegati in una dimensione descrittivistica non funzionale alla costruzione di modelli. Dal punto di vista archeologico, infatti, il problema, oltre che nell’individuazione delle strutture e della composizione dei centri d’insediamento per comprenderne le trasformazioni, risiede nella creazione di una griglia di indicatori materiali utili nel definire la natura socioeconomica dei villaggi. Ciò significa valutare tramite sistemi correlati di fonti materiali, talvolta rischiando anche uno sbilanciamento nella loro lettura, quali tipi di rapporto esistevano fra gli abitanti, quali tipi di organizzazione del lavoro si svilupparono, come vennero gestite e in quali forme evolvettero.
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3 - Le strutture dell’insediamento
Il materiale edilizio più diffuso dell'altomedioevo è senza dubbio di tipo povero e facilmente reperibile sui luoghi in cui fu scelto di abitare. Il bosco, quindi la disponibilità di materia prima, caratterizzava la campagna.125 Ma l’altomedioevo non rappresenta solo «il mondo del legno», come più autori sottolineano parafrasando Le Goff.126 E’ un periodo in cui ne viene fatto largo uso, benchè siano stati impiegati tutti i tipi di materiali costruttivi deperibili: terra, paglia, incannicciati, ramaglie, legacci vegetali ecc. Le strutture indagate non sembrano mostrare solo pali; questi vengono invece inglobati all'interno di elevati in terra, fungendo da armatura, o coperti di terra poi intonacata. In Toscana, come in tutto il centro nord, l'uso di materiali leggeri non rappresenta una novità ed è diffuso ampiamente anche nel periodo tardoantico. A Colle Carletti a Orentano (Castelfranco di Sotto-Pisa), nel V secolo, sono attestate due abitazioni realizzate tramite impiego di materiali deperibili misti con predominanza del legno.127 Nel Chianti senese la quasi totalità delle abitazioni di V e VI secolo individuate tramite ricognizione risultano costruite in terra come ha dimostrato anche la verifica tramite scavo.128 A Poggibonsi la fase più antica di occupazione della collina è rappresentata da edifici con zoccolo in pietra ed elevati in terra. Nella piana di Sorano (Massa Carrara), sui ruderi di una grande fattoria romana coperti da coltri alluvionali, fra V e VI secolo furono edificate delle piccole case in legno su terrapieni destinati ad isolarle dall’umidità; erano tramezzate e divise in due vani e la struttura portante fu realizzata da pali infissi nel terreno con pareti di rami intonacati di argilla; questa evidenza è stata interpretata come parte di un villaggio di capanne distrutto da un evento traumatico improvviso, forse un incendio.129 A Gronda di Luscignano (Massa Carrara), in cronologie comprese tra IV-VI secolo, uno scavo per piccoli saggi ha restituito tracce molto alterate di un villaggio composto da capanne su basamento in pietra (con confronti negli abitati tardoantichi posti alle spalle di Genova come il villaggio di Savignone e San Cipriano).130
Figura 7
Anche se è forte la tentazione di accostare lo sviluppo stabile di un’edilizia per capanne ai casi già presenti nell’età tardoantica, si deve però
ANDREOLLI, MONTANARI, 1988. LE GOFF, 1981. 127 ANDREOTTI, CIAMPOLTRINI, 1989. 128 VALENTI, 1995b. 129 GIANNICHEDDA, LANZA, 2003, pp.78-79; CAGNANA, 1994, p.172; MANNONI, MURIALDO, 1990. 130 FERRANDO CABONA, CRUSI, 1981; DAVITE, 1988; inoltre la messa appunto sulle ricerche archeologiche nella provincia di Massa-Carrara in GIANNICHEDDA, LANZA, 2003.
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sottolineare come il periodo compreso fra la fine del VI secolo ed il X secolo mostra caratteristiche proprie e di rottura con le tecniche in uso nella tarda antichità. La tendenza verificabile a livello nazionale sembra convergere in questa direzione; nel VI secolo coesistono abitazioni in materiale deperibile131 con abitazioni in materiali misti,132 mentre nei tre secoli successivi, vengono edificate strutture interamente deperibili e sottoforma di capanne. Il problema principale è comprendere i motivi di questo assoluto predominio e perchè la pietra trovi scarso uso, venendo utilizzata in strutture miste, come fondazione per elevati in legno o terra. In generale, soprattutto per l’Italia centrale,133 la pietra decade e compare nuovamente nei villaggi
A Villandro, nella prima metà del V secolo, il villaggio di edifici in pietra fu distrutto da un incendio; pochi anni dopo venne effettuata una sistematica rioccupazione del sito e gli strati di bruciato furono scavati per recuperare l’uso degli ambienti; durante il VI secolo le strutture abitative subirono un abbandono definitivo e nel VII secolo venne costruito un villaggio di capanne fondate su un esteso vespaio di pietrame che obliterò sistematicamente i resti delle strutture preesistenti (DAL RI', RIZZI, 1994). A Manerbio (Brescia), in cronologia di generico altomedioevo, è attestato un insediamento di capanne in numero imprecisabile, testimoniate dalla presenza di oltre cinquanta buche di palo (BREDA, 1986, pp.127, 128). A Sizzano (Novara), su una villa che nel V secolo era stata dotata di una chiesa, dopo l’abbandono di VI secolo furono impiantate strutture abitative interamente lignee (PANTO’, PEJRANI BARRICCO, 2001, pp.40-41). 132 A Volano (Trentino meridionale), tra IV-VI secolo, è stato indagato un edificio in muratura e legno (CAVADA, 1992, pp.113-114). A S.Giorgio (Val Curone-Alessandria), con cronologia di V-VI secolo, si sono documentate una serie di strutture di planimetria imprecisabile, caratterizzate dalla presenza di uno zoccolo in muratura, mentre gli elevati hanno struttura portante lignea tamponata con argilla e paglia (WATAGHIN, 1994; PANTO', 1992). A Belmonte (Torino), con datazione compresa tra V-VII secolo, sono state identificate strutture delimitate tramite basamenti in pietra legata da malta povera, mentre l’elevato era costituito da legno o da altro materiale deperibile che collegava una serie di pali interni a ridosso dei muri perimetrali (WATAGHIN, 1994; PEJRANI BARICCO, 1984, pp.285-286; PEJRANI BARICCO, 1986, p.229; PEJRANI BARICCO, 1991, p.202-204; PEJRANI BARICCO, GALLESIO, 1988, p.104; PEJRANI BARICCO, PANTO, 1992, pp.157-170; SCAFILE, 1985, pp.30-31). A S.Stefano di Lenta (Vercelli), intorno ad una chiesa battesimale paleocristiana, sono stati riconosciuti alcuni edifici rettangolari con fondazione a secco in ciottoli e frammenti di laterizi ed alzato ligneo databili fra V e VI secolo (FRONDONI, 1998; FRONDONI, 2001, pp.752-763). A San Cipriano (Appennino ligure-Genova), in cronologia compresa tra V-VII secolo, una struttura di piccole dimensioni e di forma rettangolare aveva un basamento in pietra, lungo il quale poggiavano un numero non precisabile di pali inseriti in elevati di materiale deperibile (D’AMBROSIO, 1985; CAGNANA, 1994); a Savignone, IV-V secolo, una capanna era costituita da un basamento in pietra a secco, costeggiato da un numero non precisabile di pali e con impiego di ramaglia intrecciata ed intonacata (FOSSATI et alii, 1976; CAGNANA, 1994; MANNONI, 1983; GIANNICHEDDA, 1988, p.27; CASTELLETTI, 1976, pp.326-328). A Castelseprio è stato scavato un edificio con pali portanti angolari poggianti su basi in pietra e cronologia di generica età tardoanticaaltomedioevale (DABROWSKA et alii, 1978-1979). A Idro (Brescia), in età tardoantica, sono state individuate capanne con perimetrali in filari di pietre legate da terriccio ed elevati in legno (BROGIOLO, 1980, pp.186-193). Alla Pieve di Manerba (Brescia), tra VI-VII secolo esisteva una capanna seminterrata con tracce di zoccolo in muratura sul fondo (CARVER et alii, 1982, pp.237-298). A S.Lorenzo di Quingentole (Mantova) tra V e VII secolo, su un’area occupata da un edificio di culto posto ai margini di una villa abbandonata nel IV secolo, fu costruito un edificio con fondazione a secco in frammenti di laterizi ed elevati in legno e terra (MANICARDI, 2001). Recenti scavi nella zona di San Marino, a Domagnano in località Paradiso, hanno mostrato un complesso di età gota tipo fattoria con un nucleo centrale di 200 mq, che rioccupa un più vasto edificio romano ricostruendo elevati definiti in “tecnica edilizia rustica”: erano in legno con fondazioni in pietra (BOTTAZZI, BIGI, 2001). 133 Nell’Italia settentrionale, invece, l’impiego del legno nell’edilizia continua ad essere prevalente. Si veda al riguardo BROGIOLO, GELICHI, 1998, pp.103-154.
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verso il X secolo, quasi a rappresentare una sperimentazione preliminare, «i primi tentativi di una muratura corrente».134 Nell’Italia cento-settentrionale, con il periodo longobardo, cambia radicalmente la tecnica costruttiva delle abitazioni e le cause sembrano essere molteplici. Nel passaggio ad un'edilizia abitativa per capanne sono riconoscibili l'importazione di modelli di tipo germanico, il recupero od il riperpetuarsi di tradizioni costruttive rurali, la capacità di costruire la propria abitazione (nella quale la terra ed il legno trovavano larga diffusione) compresa nel background del contadino altomedievale, una scelta deliberata e di convenienza per la grande abbondanza di materiali deperibili disponibili.135 Le conseguenze più vistose si osservano nella perdità della capacità di impastare buone malte e alzare mura in pietra; un fenomeno acuitosi con i progressivi ricambi generazionali, benchè la rinuncia alla tecnica della muratura non decretò comunque una sua definitiva scomparsa.136 Vengono meno le coperture laterizie, sostituite da tetti in paglia o simili; questo passaggio deve essere collegato alla scomparsa quasi totale di ogni forma di produzione industriale a larga distribuzione, con alcune eccezioni locali ed una probabile fabbricazione occasionale per specifici monumenti.137 E’ questo il quadro generale nel quale s’inseriscono anche le strutture dell’insediamento toscano che oggi, sia per i caratteri degli edifici sia per la topografia dei nuclei insediativi, iniziano a proporre dei modelli di lettura dai contorni più netti. I contesti rintracciati negli scavi di castelli mostrano così undici tipi di depositi altomedievali riconducibili a capanne abitative, magazzini, granai, annessi, attività artigianali, corti, steccati, palizzate, strade, fossati e muri.
3.1 - Le capanne abitative138.
Sono riconducibili a quattro macro-gruppi: grubenhaus, con armatura di pali a livello del suolo, con zoccolo in muratura, a materiali misti.
PARENTI, 1990. A Carvico (Bergamo), un edificio datato tra IX-XI secolo, posto a fianco della chiesa di S.Tomé, era costituito da muri con travi portanti inserite (BROGIOLO, 1985, pp.137-140); a Ponte Nepesino (con cronologia incerta) una struttura abitativa aveva perimetrali in pietra non lavorata, impiegati come zoccolo per elevati in legno (PHILPOT, POTTER, 1984, pp.81-82). 135 In generale, oltre a BROGIOLO, 1994, si veda anche BROGIOLO, GELICHI, 1998, pp.103-154. 136 All'interno di organizzazioni curtensi di VIII e IX secolo, esistevano dei servi specializzati nella costruzione di muri in pietra. Sembra trattarsi di eccezioni, pertanto la portata del dato non è da generalizzare. I casi maggiormente citati (il magister carpentarius, il magistro de ligno et lapide, i magistri ad muros et casas et buttes faciendum ecc.) sono infatti collegati alla grande proprietà fondiaria dei monasteri di Bobbio (la struttura del polittico voluta dall’abate Walla, nel primo trentennio del IX secolo, si iscriveva nelle linee suggerite dal Capitulare de villis) e di Santa Giulia di Brescia. Si consultino GALETTI, 1987 e FUMAGALLI, 1980a. 137 Si vedano BROGIOLO, 1994 e PARENTI, 1994, pp.487-489 con ampie indicazioni bibliografiche. 138 Per la casistica europea ed italiana delle strutture in materiali deperibili altomedievali si veda FRONZA, VALENTI, 1996. Per i criteri interpretativi delle strutture in materiale deperibile provenienti da scavo si vedano FRONZA, VALENTI, 1997 e FRONZA, VALENTI, 2000.
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Nella loro attestazione si intravede una specie di linea cronologica. Le capanne seminterrate rappresentano il tipo più antico; vengono edificate dalla metà-fine del VI secolo e continuano ad essere presenti sino all’VIII secolo. Dalla metà del VII secolo convivono con una serie di strutture a pali piantati a livello del suolo, di forma circolare e rettangolare, che raggiungono il X secolo segnalandosi come il tipo di maggior successo. Ad esse si affiancano edifici di pianta ellittica con la metà dell’VIII secolo, mentre nel X e nell’XI secolo fanno la loro comparsa abitazioni a materiali misti e con fondazione in pietra, elevati sia in terra sia in incannicciato o graticcio intonacati e copertura talvolta in lastrine di calcare. Dalla casistica tracciata sono riconoscibili capanne tipiche della prima età longobarda (grubenhauser) e capanne che entrano in uso con gli inizi dell’età carolingia (a livello del suolo con pianta ellittica). Inoltre, il lento passaggio da un’edilizia in materiali deperibili verso edifici realizzati in pietra, che avvenne nel periodo iniziale di evoluzione delle signorie fondiarie in territoriali, è sottolineato dall’uso di materiali edilizi diversificati fra loro, tra i quali il legno e la paglia non hanno più il predominio assoluto. Grubenhaus - A Poggibonsi questa capanna, scavata sul terreno vergine per una profondità di circa mezzo metro, ha forma circolare e diametro mediamente intorno agli 8 m. Doveva essere costituita da un'armatura lignea rivestita da alzati in terra; la pianta e la presenza di grossi pali interni, combinate con le tracce di buche esterne al taglio stesso, evidenziano una copertura a cono molto alta ed appuntita, appoggiata fuori dal circuito. L'accesso era spesso rappresentato da un ingresso a scivolo: una sorta di corridoio scavato anch'esso sul terreno vergine. Lo spazio abitativo risulta diviso in due navate da una fila di pali centrali; in un caso, la presenza di un vasto taglio di forma rettangolare con fondo spianato (2,60 x 2 m, profondità 40 cm) è da leggere come una lettiera che doveva ospitare un semplice pagliericcio. La sua comparsa segna il passaggio dalle case tardoantiche di terra con copertura laterizia all’abitato altomedievale. Anche a Donoratico è stata recentemente individuata una grubenhaus circolare e di forma regolare, diametro di 3,5-4 m circa, con corona di almeno 7-8 pali perimetrali; non è possibile valutare la profondità dell'escavazione o l'eventuale presenza di un palo centrale a causa degli interventi succedutisi sull'area nelle fasi successive. Si conserva invece il livello di vita della struttura, ancora da scavare, e un probabile focolare d’incerta messa in fase. Doveva trattarsi di una capannna probabilmente semiscavata circa 40-50 cm in origine, con pali perimetrali e copertura poggiante a terra all’esterno del taglio di escavazione; recentissime indagini radiocarboniche, sul livelli ancora in corso di scavo, datano per il momento la struttura intorno alla metà dell’VIII secolo.139
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Le grubenhauser, o sunken-featured buildings, sono un tipo di capanna sulla quale il dibattito è ancora aperto. 40
Figura 8
Capanne in armatura di pali a livello del suolo - Rappresentano il tipo maggiormente attestato; ognuno dei centri scavati mostra l’esistenza di strutture con pianta rettangolare, ellittica o circolare. Pianta rettangolare - A Scarlino, sono state indagate capanne di lunga frequentazione che mostrano successivi rifacimenti e livelli precedenti erosi o cancellati nel corso di tre secoli. Agli inizi del X secolo tali abitazioni erano di due tipi, cioè più o meno estese. Nel settore di scavo «C» sono state rilevate misure di 5 x 3,5 m, mentre nel settore «A» una planimetria incompleta è stata ricostruita nelle dimensioni di 10 m circa x 4-4,50 m. Gli edifici avevano comunque strutture portanti sotto forma di pali inseriti in buche riempite da terra sciolta e pietrame con funzione di rincalzo; il materiale usato per le pareti non ha lasciato stratificazioni distinte ad eccezione di concrezioni argillose e accumuli di terra molto carboniosa nei
Sinora, oltre ai casi qui descritti di Poggibonsi e Donoratico, sono state rinvenute a Brescia (BROGIOLO, 1992), Siena (sottosuolo del Duomo: CAUSARANO, FRANCOVICH, VALENTI, 2003) ed a Supersano in provincia di Lecce (ARTHUR, 1999; ARTHUR, MELISSANO, 2004). Tutte le strutture, tranne, per il momento, quella di Donoratico, sono datate tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo. Molto diffuse nell’Europa settentrionale, la discussione in passato si è incentrata sulla disposizione dei piani di calpestio e sulla presenza o meno di pavimenti lignei (RHATZ, 1976; CHAPELOT, FOSSIER, 1980, pp.116133; GIANNITRAPANI et alii, 1990). In realtà il problema non sussiste, in quanto sono riscontrabili ambedue le possibilità: sia vita sul fondo della capanna sia pavimenti in assi con un vano ad uso cantina-magazzino sottostante. Inoltre non devono essere confusi con le grubenhauser quegli edifici che, pur seminterrati (i fond de cabannes), sono però destinati a piccoli laboratori-tessitoi ed i cui esempi più noti provengono dall’area merovingia. In Italia si vanno profilando comunque due posizioni interpretative. Da una parte (i casi bresciani e senesi) si tende a riconoscere l’origine di queste capanne nell’importazione di modelli germanici, come mostrano i confronti con gli scavi in ambito pannonico (si veda BONA, 1976a; BONA, 1976b; BROGIOLO, GELICHI, 1998, pp.132-133). I recenti rinvenimenti piemontesi di Collegno (TO), dove tra le strutture sono presenti anche grubenhauser associate a tombe longobarde di prima fase (PEJRANI BARICCO, 2004) sembrano confermare questo modello; anche Leciejewicz, in un recente contributo di sintesi sulla formazione dell’Europa dall’età della transizione interpreta tali strutture come tipiche dei longobardi (LECIEJEWICZ, 2004). A questi casi si aggiunge un ulteriore recente rinvenimento piemontese di Frascaro, d’ambito goto, ma anch’esse forse riconducibili all’esperienza precedente l’insediamento in Italia (MICHELETTO, 2003; MICHELETTO, 2004). Dall’altra, a seguito dei rinvenimenti leccesi ed applicando letture di tipo etnografico, si tende a sconfessare la prima interpretazione ed a ricondurre queste strutture ad una tradizione plurimillenaria tipica delle zone umide o con condizioni climatiche molto deteriorate: «testimonianze di un’architettura “povera” o contadina che è sopravvissuta in Italia dall’età protostorica sino, almeno, all’alto medioevo, in determinati contesti ambientali» (ARTHUR, 1999, p.175). Il dibattito su tale tema è ancora ben lungi da chiudersi e la ricerca dovrà ancora disporre di un maggior numero di casi da elaborare. Dal nostro punto di vista le grubenhauser databili tra fine VI e VII secolo presenti nell’Italia centro-settentrionale sembrano introdotte dai longobardi (Brescia, Collegno, Siena e Poggibonsi); il tipo, come mostrato in questo paragrafo ha successo per oltre un secolo (l’esempio di Donoratico) e quindi pare sfumare la sua connotazione “etnica”. Da comprendere sono invece ancora i due casi leccesi; può avere ragione Arthur quando riconduce la loro presenza ad una tradizione millenaria ma è da verificare anche un’eventuale ”contaminazione” di elementi germanici in loco; un caso forse raro ma del quale esistono alcune testimonianze: per esempio la ceramica longobarda rinvenuta nel castrum bizantino di Sant’Antonino di Perti. In conclusione, l’esempio leccese, da solo, non ha al momento la forza di mettere in dubbio quanto ipotizzato sulla base dei casi del centro-nord. 41
livelli di abbandono, per cui non dovrebbe essere lontano dalla realtà immaginare alzati di frasche impastate con argilla cruda. La copertura, in paglia tenuta insieme da legature vegetali (assenza di chiodi dalle restituzioni), poggiava su un sistema di incastri e perni. I piani pavimentali erano stati costruiti su uno strato di terra livellato e relazionabile al disfacimento di muri in pisée di edifici ellenistici; formati da terra battuta molto limosa, erano soggetti ad accrescimento progressivo. Il focolare, circoscritto da pietre, si posizionava alle estremità e nei pressi della porta vista la presumibile assenza di un sistema di tiraggio. Le capanne di Montarrenti sono anch'esse al livello del suolo e pianta rettangolare. La più piccola (in area 2000), frequentata tra metà VII e seconda metà VIII secolo, ha misure pari a 4,5 x 2,5 m ed occupava uno spazio di circa 11 mq; l'armatura dei pali perimetrali era alloggiata in buche scavate nella roccia. Il piano di calpestio era costituito dalla roccia stessa che presenta tracce di livellamento. In una seconda fase l'edificio venne ristrutturato livellando ancora di più la zona e coprendola di terra; la presenza di un focolare, situato nella parte nord, è attestata da quattro piccole buche di palo, disposte a formare un quadrato; alcuni pali interni senza un ordine preciso dovrebbero rappresentare rinforzi della copertura che sembra essere stata ad uno spiovente. Tra fine X-inizi XI secolo nella parte sommitale (area 1000) si osservano altre tre capanne rettangolari con dimensioni più o meno simili. La più piccola, di pianta irregolare, era composta da 10 buche di palo, occupava uno spazio di 27,5 mq ed aveva dimensioni di 5,5 x 5 m. L’intermedia, con pianta regolare, era composta da 14 buche di palo, occupava uno spazio di 33 mq ed aveva dimensioni di 5,5 x 6 m; le buche angolari appaiono di grandi dimensioni ed era dotata di un focolare contornato da pietre e spostato sul lato est dell’edificio. La più grande, delimitata da 12 buche di palo, occupava uno spazio di 37 mq ed aveva dimensioni di 7,5 x 5 m. Nell’insediamento di Poggibonsi, fra IX-X secolo, si osservano almeno due capanne rettangolari, una con il lato ovest leggermente stondato e semiscavato per livellare il pendio della collina. La capanna non è interamente conservata (manca una piccola parte del lato nord), ma si possono comunque ipotizzare un ingombro di circa 33 mq e dimensioni di 6,9 x 4,8 m. La struttura portante è costituita da un allineamento centrale e da pali perimetrali piuttosto regolari che denotano una buona qualità delle tecniche costruttive. Presso il perimetrale sud si trova una canaletta (3,4 m di lunghezza) riferibile ad un rifacimento strutturale o, più probabilmente, ad attività svolte all’interno dell’edificio: aveva quindi funzione abitativa e artigianale. A Donoratico sono state individuate recentemente una serie di capanne a livello del suolo ed a pianta rettangolare, con focolare centrale e misure
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piccole (circa 4 x 3 m).
Figura 9
Pianta circolare – Nei siti di Poggibonsi, Miranduolo e Rocchette Pannocchieschi, nello stesso periodo cioè tra VIII e X secolo, alcune capanne hanno struttura in armatura di pali e pianta circolare con diametro di poco superiore agli 8 m. Risultano perimetrate da pali di grandi dimensioni, con diametro medio intorno a 45 cm, posti a distanza più o meno regolare di circa 150 cm; non possediamo tracce del materiale impiegato negli elevati tranne che pochissimi frustoli di intonaco e veli di polvere tipo gesso-legante sabbioso che fanno ipotizzare un incannicciato rivestito di terra intonacata. Il tetto, in paglia, doveva avere forma di un cono molto largo con armatura di travi tenuti insieme da legacci vegetali e puntoni in legno. Il piano di calpestio era in terra battuta poggiante su un vespaio di pietre in assetto caotico spesso circa mezzo metro, l'ingresso era invece aperto a nord ovest. Nel caso di Miranduolo la struttura si appoggiava alla palizzata che coronava la parte sommatale della collina ed i pali perimetrali erano molto ravvicinati fra loro tanto da far pensare all’assenza di elevati in terra di collegamento; aveva una pavimentazione in assi di legno ed al suo interno doveva vivere una famiglia che sembra essere impegnata nella lavorazione dell’osso e del corno.
Figura 10
Pianta ellittica – Alla Rocca di Campiglia le tracce di capanne sono disposte lungo il margine del pianoro ed ascritte al X secolo. Le dimensioni appaiono standardizzate (11-12 x 4 m) e sono suddivise in due navate dall’allineamaneto centrale di pali per il sostegno della copertura. A Poggibonsi le capanne di forma ellittica sono attestate dalla metà dell’VIII secolo alla fine del IX-inizi X secolo. Hanno piccole e medie dimensioni: occupavano uno spazio variabile fra 20 mq e 52-53 mq circa. I pali perimetrali erano inseriti all'interno di una canaletta scavata nel terreno, gli elevati realizzati con pali di medie dimensioni e la canaletta (un tracciato con larghezza variabile tra 28-30 cm), ospitava anche terra di riempimento e pietre a zeppa. L'assenza di chiodi conferma ancora un largo impiego di legacci vegetali e puntoni. La copertura era a doppio spiovente e sorretta internamente da pali con diametro di 25-30 cm, alternati a paletti con diametro di circa 15 cm, collocati sia regolarmente lungo il limite del battuto sia con disposizione caotica verso il centro. In altre parole il tetto veniva eretto sui pali più grandi destinati a sopportare il peso maggiore e rinforzato lateralmente. In alcuni casi erano dotate di un focolare interno sottoforma di
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punto di fuoco appoggiato sul battuto.
Figura 11
Un’eccezione è costituita dalla presenza di una longhouse a forma di barca: edificio accuratamente pianificato, con un lato seminterrato e dimensioni di 17 x 8,5 m, occupante quindi uno spazio di 144 mq. Venne costruita scavandone la pianta sul terreno vergine in corrispondenza del lato lungo sud e dei lati brevi; per la parte nord fu sfruttato lo spazio che precedentemente ospitava altre capanne. Aveva uno scheletro in armatura di pali ed elevati in terra. Mostra una suddivisione in tre ambienti: zona domestica, zona magazzino, zona ad uso misto. L'ambiente domestico presentava un focolare ricavato su una base quadrangolare di terra vergine sormontata da un'incastellatura di almeno tre pali. A breve distanza veniva lavorato il grano come prova la macinella impiantata sul piano di calpestio. Una fila di paletti posta in orizzontale nella zona ovest separava poi lo spazio domestico dall'ambiente destinato a magazzino, dove liquidi e derrate alimentari venivano conservati in contenitori ceramici di grandi dimensioni alloggiati in buche poco profonde; i grani erano invece accumulati in due silos di forma cilindrica. Il tetto, in paglia o altro materiale vegetale, era a doppio spiovente.140
Longhouses a forma di barca non hanno attestazioni per il momento in Italia. Confronti e similitudini sono invece individuabili in una vasta gamma di edifici attestati a livello europeo: per esempio in Danimarca a Omgard tra IX-X secolo, una capanna aveva misure di 19,40 x 6,80 m, struttura a barca con armatura di pali a livello del suolo, forse tre navate e divisa in due vani tramite una parete interna (NIELSEN, 1979, pp.180-185, fig.7). Anche dei rinvenimenti francesi mostrano analogie per pianta e dimensioni: per esempio la casa VII del timber castle di Mirville era una capanna a barca con misure di 17 x 8 m (HIGHAM, BARKER, 1992, pp.265-267). Altre similitudini sono riscontrabili in capanne bipartite tipo wohnstallhaus molto diffuse in ambito germanico e danese; l'edificio 1 di Eielstaedt, frequentato tra IX-XI secolo, misure pari a 16 x 8 m, aveva forma di barca con due ingressi contrapposti sui lati lunghi e un’allineamento di buche di palo orientato nord-sud che fungeva da separazione tra i due vani (WILBERS, 1985, pp.219-221 e fig.4); a Telgte-Woeste, nella prima metà del IX secolo, è attestata una capanna di 19 x 7 m, leggermente a forma di barca con due ingressi contrapposti sui lati lunghi, caratterizzata da un portico/navatella che copriva il lato corto fungendo anche da sala/ambiente d’ingresso (REICHMANN, 1982, pp.170, 171 fig. 113.1). In generale, abitazioni a due navate con dimensioni analoghe alla longhouse di Poggibonsi sono particolarmente diffuse in area franco-alamanna. Confronti per le dimensioni e per i materiali impiegati sono rintracciabili in Germania. A Eching per il generico altomedioevo, la casa B era costruita in armatura di pali con elevati in materiale deperibile, battuto in terra, pianta a due navate di 10 x 8 m; mentre la casa D era estesa 17,4 x 6 m ed i molti frammenti bruciati di intonaco in argilla rinvenuti fanno pensare a pareti con intonaco d’argilla misto a pagliericcio intrecciato (WINGHART, 1987, pp.139-140). A Gladbach la casa 14 aveva misure di 13 x 7 m (DONAT, 1980, pp 15, 17; SAGE, 1969); a Wuelfingen, è stata indagata una struttura a livello del suolo con armatura di pali, a due navate, misure di 16 x 8 m (DONAT, 1980, p.17); a Barbis, la casa III.1, aveva misure di 18 x 6 m ed una parete divisoria di due vani entrambi dotati di focolare (DONAT, 1980, p.24). In molti insediamenti rurali sassoni individuati in Germania e in modo chiaro per Warendorf, capanne a barca con dimensioni simili alla longhouse di Poggibonsi venivano destinate alla manovalanza servile mentre i proprietari dimoravano in strutture anch'esse a barca ma molto estese, sino a raggiungere i 30 m. La differenza più significativa tra il nostro caso e molte delle abitazioni di Warendorf è riconoscibile nella presenza diffusa di paletti esterni inclinati a rinforzo delle pareti (uno in corrispondenza di ogni palo), nell'assenza di navate interne e dalla costante apertura di due ingressi contrapposti. Si vedano DONAT, 1980; FEHRING, 1991, pp.162-163; inoltre la tipologia abitativa presentate in CHAPELOT,
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Figura 12 e 13
Capanne con zoccolo in muratura - Nel villaggio di Scarlino, agli strati di abbandono delle capanne che costituivano la frequentazione più antica, si sovrappone l'impianto di nuove unità abitative, caratterizzate da una commistione di murature, pali lignei e probabile completamento con altri materiali deperibili (paglia, stuoie ecc). Le fondazioni dei muri perimetrali sono costituite da piccoli pezzi di pietra non lavorati e legante composto da terra con residui vegetali, mista a calce grossolana, impiegate anche per l'allestimento dei piani pavimentali. Si sono identificati almeno quattro edifici; la cronologia dei reperti ceramici presenti nei livelli di abbandono di questo periodo consente una datazione alla fine del X-XI secolo, dunque in concomitanza con la prima menzione nelle fonti scritte di una curtis a Scarlino. Anche alla Rocca di Campiglia questo tipo di struttura viene attestato nella medesima cronologia. Si tratta di edifici a pianta rettangolare, dimensioni di circa 6 x 10 m, fondazioni in pietre di calcare di medie e grandi dimensioni non lavorate, legate da malta di terra; erano a doppia navata e l’allineamento di pali centrali, con dimensioni regolari, presentava una corona argillosa di terra e sabbia come rinforzo. Un possibile focolare, adagiato sui battuti e privo di delimitazioni, era posto quasi al centro della struttura: il tetto, quindi, doveva avere uno sportello apribile per lo sfogo dei fumi. Due ulteriori esempi, definiti in passato “capanne in muratura”, sono presenti a Montarrenti; hanno pianta rettangolare, pareti in materiali deperibili rivestiti da argilla, impostate su una base realizzata con pietre non sbozzate e non legate da malta. Il piano di calpestio era costituito da strati argillosi ricchi di carboni e non è riconoscibile una ripartizione funzionale interna alle strutture: i focolari, accesi sui battuti, furono spostati continuamente.
Figura 14
Capanne a materiali misti - Miranduolo è l’unico contesto che presenta questo tipo di edificio. E’ databile tra fine X ed inizi XI secolo, contemporaneo all’incastellamento del sito. Si addossava alla cinta ed alle pareti rocciose, aveva pianta quadrangolare con copertura ad uno spiovente; la funzione portante di alcune buche rimanda ad una struttura in tecnica mista; la necessaria inclinazione della copertura, in materiali deperibili,
FOSSIER, 1980, Fig.17 pp.86-87. Per altri esempi si vedano le capanne documentate a Haldern, Wijk bij Duurstede e Sleen tra VIII-IX secolo, a Odoorn tra VII-VIII secolo (DONAT, 1980, pp.11-12), a Kirchheim (CHRISTLEIN, 1980, pp.162-163). Al riguardo si deve sottolineare la diversa interpretazione delle piccole buche esterne; gli archeologi di Sleen e di Trellerborg hanno visto in esse le tracce di capriate riconducibili a copertura inclinate fino a terra (si veda PESEZ, 1976, pp.776-777 sulla questione). 45
suggerisce un’altezza originaria contenuta dello stesso muro di cinta e, forse, un’elevazione maggiore della parete rocciosa sul lato opposto. Gli elevati presenti solamente sul lato ovest dovevano essere ad intreccio rivestito d’argilla, come provano gli intonaci rinvenuti. Era dotata di un focolare circolare alloggiato in una grande buca delimitata da pezzame di pietra; gli alloggi per grandi contenitori, già in dotazione di una capanna precedentemente in vita, furono riutilizzati ed aumentati di numero e ciò suggerirebbe la presenza di un edificio a destinazione abitativa e funzionale.
Figura 15
3.2 - Magazzini, granai, annessi funzionali
Magazzini141 – L’edificio riconosciuto a Poggibonsi, ascrivibile al periodo longobardo, ha una pianta leggermente trapezoidale e misure mediopiccole (base maggiore 3,5 m, base minore 2 m, altezza 6 m). La struttura portante è a pali perimetrali, probabilmente rinforzati da un allineamento interno di paletti, asimmetrico rispetto all'asse longitudinale; tale asimmetria fa presuppore la presenza di una copertura ad unico spiovente, inclinato da est verso ovest con traverse che poggiano sui tre allineamenti di pali (i due lati lunghi e quello asimmetrico interno). Gli elevati dovevano essere ad intreccio di ramaglia e vimini ricoperti da intonaco di argilla. Una parete trasversale interna, in armatura di pali e incannicciato, divideva la struttura in due ambienti, con piani di calpestio differenti: l'ambiente a nord, dove con ogni probabilità si trovava l'ingresso, sembra avere funzioni di magazzino per la conservazione delle derrate alimentari ed è caratterizzato dalla presenza di un silos per grano semiscavato all'estremità nord; il vano a sud, invece, sembra essere stato utilizzato quale semplice rimessa per attrezzi.
Figura 16
Il contesto di Miranduolo, attestata invece una tipologia articolata e sono quattro le strutture destinate a questa funzione; in tal senso testimoniano le decine di migliaia di resti archeobotanici rinvenuti nelle stratigrafie.
I casi di magazzini ascrivibili all’alto medioevo indagati in Italia sono pochi. In particolare è da citare quello di Otranto – cantiere Mitello, datato alla fine del VI-VII secolo, con pianta rettangolare, fondazione in muratura a secco ed elevati in materiale deperibile, del quale sono stati rinvenuti solo parte di due lati (dimensioni minime dell’edificio: 5,5 x 1,6 m). La struttura, certamente connessa al quartiere alrtigianale presente in quest’area, poteva essere impiegata come deposito per il combustibile o per l'essiccazione di vasi (ARTHUR et alii, 1992, p.100). A livello europeo gli esempi sono invece molti; hanno sia pianta rettangolare con pali a livello del suolo, sia pianta circolare o quadrangolare semiscavata. Le attestazioni provengono dalla Danimarca negli scavi di Vorbasse (seconda metà del X secolo; HVASS, 1979), e di Saedding (IX-XI secolo; STOUMANN, 1979); in Germania da Krefeld (X-XI secolo; REICHMANN, 1987), Eielstädt (IX-XI secolo; WILBERS, 1985), Telgte (seconda metà IX secolo; REICHMANN, 1982), Vreden (per la metà del VII secolo e fine VIII-inizi IX secolo; REICHMANN, 1982), Warendorf (VIII-IX secolo; DONAT, 1980, pp.78, 167), Hamburg Altstadt (X secolo; DONAT, 1980, pp.157-158), Barbis (X secolo; DONAT, 1980, pp.74, 160), Berlin–Kaulsdorf (fine X-XII secolo; DONAT, 1980, pp.47, 175), Tönning (VIII-IX secolo; DONAT, 1980, p.159), Borken (IX-X secolo; DONAT, 1980, p.164).
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L’edificio più antico sinora scavato, ascrivibile gli ultimi decenni dell'VIIIinizi IX secolo, con misura circa 5 x 3 m, era alloggiato in un taglio della roccia; aveva forma circolare ed in gran parte costruito con intelaiatura di pali di quercia e pareti in terra, mentre sul lato ovest veniva delimitato da un allineamento di pietre. Fu sostituito da una struttura a pianta rettangolare, con dimensioni di 20 mq, formata da un fronte nord in armatura di pali, mentre ad est e sud i limiti erano costituiti dagli speroni rocciosi. Il tetto era ad una falda, fortemente inclinato, sorretto da pali in prossimità dei lati terminali e verso il centro; altre buche di grandi dimensioni fungevano da alloggio per contenitori da conserva. La cronologia dedotta dall'analisi al C14 è di metà IX secolo. Presenta due battuti in successione; ambedue mostrano lo stesso tipo di resti archeobotanici e quindi una destinazione invariata nel tempo. Contemporaneo è un edificio circolare (con diametro di circa 6 m), un magazzino con una profonda fossa centrale tipo "cantina". Era delimitato da buche di palo di medie dimensioni, alloggiato in una bassa escavazione e doveva avere copertura in materiali deperibili. L’ultimo edificio individuato era in materiali misti e databile nel corso del X secolo; misurava circa 5,50 x 3 metri, sul lato sud si appoggiava ad una parete rocciosa ed era pressochè contiguo ad una cinta muraria che definiva la sommità della collina. Questa struttura era delimitata da muri in terra con zoccolo in pietra ed il tetto, ad uno spiovente, fu realizzato in lastrine di calcare scistoso.
Figura 17
Lo stato di conservazione dei reperti archeobotanici attestati a Miranduolo, attualmente in corso di studio,142 inizia a fornire interessanti indicazioni sui tipi di materiali scelti nella costruzione. L’edificio di metà IX secolo, che restituisce 1033 frammenti di carboni molti dei quali di grandi dimensioni (misure variabili fra 30 e 50 cm, quindi campioni considerevoli di travi, pali ecc), era costruito prevalentemente in legno di quercia per i pali perimetrali ed i travetti, utilizzando con probabilità il castagno per i travi portanti. Pali e travi potevano essere fissati fra loro attraverso l’impiego di legacci in frassino, un legno robusto, resistente e flessibile; mentre i puntoni per incastri e chiodature sembrano essere attestati dall’olmo, un legno duro,
La raccolta sul campo è stata effettuata da Giuseppe Di Falco nel corso dello scavo 2003; le analisi di laboratorio sono coordinate da Gaetano Di Pasquale. Inizialmente era stato previsto di campionare circa 4 kg di terra all’interno delle maglie di una griglia ripartita in quadrati di 1 x 1 m, tracciata su ogni livello. Constatata la quantità di macroresti e di legni carbonizzati presenti si è optato per una campionatura totale. La griglia si è trasformata quindi nello strumento principale per il posizionamento dei resti archeobotanici e ricavare, oltre ai dati sulle formazioni forestali del periodo di vita dell’insediamento, sulle abitudini alimentari e sull’allevamento del bestiame, le informazione sulla distribuzione e funzione degli ambienti e sulle tecnologie del legno.
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pesante e difficile a spaccarsi, usato generalmente in lavori di carpenteria. La presenza di elevati in ramaglie o simili, associati ai pali perimetrali, sembra evidenziata dalla presenza di rami di pruno selvatico, erica e nocciolo (legni molto resistenti, spesso utilizzati in campagna per fare siepi, generalmente mescolati al biancospino). Il nocciolo comunque potrebbe anche aver trovato usi diversificati; si tratta di un legno tenero e flessibile ma resistente, impiegato in genere per realizzare stuoie, pioli da staccionate, per fermare le coperture in paglia, per fare cesti e rivestimenti. Probabilmente era anche utilizzato nella fabbricazione di quei contenitori destinati alla conserva delle sementi e dei frutti rinvenuti negli strati (un campione di 14790 macroresti) come proverebbero anche l’assenza di ceramica, se non pochi frammenti privi di attacchi, e di indicazioni di sacchi o balle (attestati per esempio ampiamente nel magazzino di X secolo). Nei cesti, posti sul lato sud dell’edificio, venivano conservati soprattutto grano duro, in parte segale ed orzo (quasi il 70% della restituzione) e piccole quantità di frutti come uva, pesche, castagne, noci, nocciole ed olive; mentre sul lato nord si accatastarono prodotti destinati ai pastoni per gli animali (circa il 27% della restituzione): legumi come il favino e la cicerchia uniti alle ghiande. Come il nocciolo, altri tipi di legno sembrano riferibili alla presenza di oggetti e strumenti. Il carpino (molto duro e resistente) e l’acero (compatto e di piccole dimensioni), possono indiziare la presenza di utensileria realizzata in tali materiali: ancora oggi sono usati per piccoli oggetti e per lavori al tornio. Il sommaco e lo scotano sono piante arbustive che trovano largo impiego nella concia e nella tintura delle pelli. Annessi funzionali - Nella fase carolingia del villaggio di Poggibonsi, una capanna era destinata alla macellazione ed alla conservazione della carne consumata nell’adiacente longhouse. La struttura si presenta molto semplice: a pianta rettangolare con un lato leggermente semiscavato e dimensioni medio-piccole (5,5 x 4,40 m). Il lato nord ovest veniva delimitato da un taglio profondo 10-15 cm che, livellando il terreno, comportava un piano di calpestio leggermente seminterrato. I pali portanti erano dislocati regolarmente lungo il perimetro, fungendo da collegamento per elevati in terra e sostenendo una copertura a doppio spiovente del tipo sparrendach (poggiava infatti su tre travi, uno di colmo impostato sui due pali contrapposti al centro dei lati corti e due laterali impostati sull'allineamento di pali dei lati maggiori). L'ingresso era ad escavazione, di forma rettangolare allungata: lunghezza 1,70 m, larghezza 94 cm. Granai143 - Datano all’età carolingia i due edifici individuati a
Gli unici casi di granaio individuati al di fuori della Toscana provengono da Fidenza, via Bacchini, databili fra VI-X secolo. Sono state identificate una serie di strutture testimoniate da allineamenti regolari di buche di palo associate a tronchi crollati senza un ordine preciso; si sono rinvenute cassette adibite allo stoccaggio di granaglie e frutta, oltre ad un probabile essiccatoio (CATARSI DALL'AGLIO, 1994, pp.152143
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Montarrenti (metà VIII-IX secolo) ed a Poggibonsi (fra IX-X secolo). Il granaio di Montarrenti era un grande edificio esteso 13 x 4 m, a pianta rettangolare con un lato leggermente stondato, diviso in tre ambienti (quello centrale di dimensioni minori), delimitato da 26 buche di palo ed una grande apertura sul lato sud. Il granaio di Poggibonsi, di forma rettangolare (8,5 x 5,5 m), era costituito da un'armatura di pali perimetrali estremamente robusta e da un piano di calpestio molto scuro con evidenti tracce di frequentazione non domestica. La letteratura nord europea ha spesso associato questo tipo di evidenze a granai con piattaforma pavimentale sopraelevata (con il fine di isolare i cereali dall'umidità), pareti in assi di legno orizzontali e copertura a due spioventi.
Figura 18
3.3 - Steccati, viabilità, strutture artigianali, corte
Steccati144 - A Poggibonsi, nel villaggio di VIII-IX secolo, abbiamo
153). A livello europeo il rinvenimento di granai è più comune; si presentano spesso a struttura sopraelevata al fine di preservare meglio dall'umidità le provviste. Alcuni edifici riconosciuti nella Francia in villaggi frequentati fra IX e inizi XI secolo sono proponibili come esempio-tipo. Nel contesto di Baillet-en-France il granaio era rettangolare, a sei pali perimetrali molto robusti (quattro ai vertici e due al centro dei lati lunghi; diametro medio 1,10 m) sui quali poggiava la piattaforma sopraelevata del pavimento (CUISENIER, GUADAGNIN, 1988, pp.146, 151-152, 161). Nel contesto di Villiers-le-Sec il granaio era quadrato irregolare a sei pali perimetrali (diametro medio 1,20 m) sui quali poggia la piattaforma sopraelevata del pavimento. Vi si accedeva attraverso una scala (CUISENIER, GUADAGNIN, 1988, pp.140-141, 151, 160161). Anche i granai della Germania meritano di essere citati: Krefeld (VII-XI secolo; REICHMANN, 1987, pp.171-175), Eielstädt (IX-XI secolo; WILBERS, 1985, pp.219-221), Telgte (seconda metà IX secolo; REICHMANN, 1982, p.173), Vreden (metà VII secolo; REICHMANN, 1982, pp.170, 173, Warendorf (VIII-IX secolo; DONAT, 1980, pp.78, 167), Kirchheim (VII secolo; DONAT, 1980, pp.70, 172), Gladbach (VII-VIII secolo; DONAT, 1980, pp.79, 168), Hamburg (VII-VIII secolo; DONAT, 1980, p.158), Tornow (inizi VII-VIII secolo; DONAT, 1980, pp.82, 178), Weimar (IX-X secolo; DONAT, 1980, pp.80, 183-184), Neumünster, IX-inizi X secolo; DONAT, 1980, pp.73, 158), Gristede (IX-X secolo; DONAT, 1980, pp.79, 162), Usedom (VIII-IX secolo; DONAT, 1980, p.176). 144 Esempi di steccati o staccionate provengono dal Piemonte (Monfenera e Centallo), da Brescia, dal Lazio (Ponte Nepesino e Caprignano). A Monfenera (Vercelli), in un insediamento rupestre, lo scavo ha evidenziato fasi insediative di età tardoromana ed altomedievale. In particolare si è messo in luce integralmente un'occupazione altomedievale di circa 30 mq all'interno della grotta e 37 mq nella zona più esterna. Per alcune fasi è accertato l'adattamento abitativo del riparo con la presenza di pali, steccati inchiodati, sterri e fosse (MICHELETTO, PEJRANI BARICCO, 1997; BRECCIAROLI TABORELLI, 1995). A Centallo (Cuneo), chiesa e cimitero frequentati fra VI-X secolo, si è identificata una situazione di buche di palo probabilmente pertinenti ad un recinto/palizzata, di difficile attribuzione cronologica; la cospicua quantità di pietra ollare fa propendere per una datazione all'altomedioevo (MOLLI BOFFA, 1986). Brescia-S.Giulia propone due esempi di recinzioni che delimitano il confine di proprietà di abitazioni datate alla metà del VII secolo; particolarmente chiara è la clausura dell’edificio XX, parzialmente rinvenuta e costituita da un allineamento di sei buche di palo (diametro medio 0,30 m; profondità 70 cm circa), poste ad una distanza regolare di 25 cm l'una dall'altra. Le buche dovevano contenere pali appuntiti con una sezione di circa 20 cm quadrati (BLAKE, MACCABRUNI, 1985, pp.200-201). Anche a Ponte Nepesino (Viterbo), fra IX-XI secolo una staccionata era costiuita da quattro pali collocati a nord ovest della capanna 4, della quale probabilmente rappresentava il recinto. Le buche di palo hanno 49
l’esempio di uno steccato lineare, costituito da pali di medie e medio-piccole dimensioni (diametro 10-20 cm) contigui l’uno all’altro, in alcuni casi in doppia fila. Si estende in direzione nord-sud per almeno 5,3 m, anche se non è escluso un proseguimento in entrambe le direzioni. Racchiude un nucleo che si sviluppa a est, costituito da un vicolo, che corre lungo la recinzione, e da una struttura abitativa. Anche nella fase di IX-X secolo si riconosce una staccionata la cui presenza è indiziata da un tratto superstite composto da dieci piccole buche in successione continua; sono interpretabili come i resti di una recinzione realizzata in paletti, da leggere come piccola area ortiva, e più in generale come il sedimen.
Figura 19 e 20
Viabilità145 - Sono due i tratti di viabilità interna a villaggi riconosciuti con chiarezza e provengono dallo scavo di Poggibonsi. Il primo tratto è relativo al villaggio di VIII-IX secolo; conservato per circa 6 m, ha una larghezza di circa 1,60 m ed è realizzato in terra battuta; si tratta di un percorso interno all’insediamento che costeggia da un lato un esteso steccato in pali di piccole e medie dimensioni e dall’altro una capanna abitativa. Il secondo tratto fa invece parte del villaggio di IX-X secolo e si collega alla longhouse: un lungo corridoio rettangolare in pendenza (segue l’andamento del terreno; larghezza 44 cm), scavato, con spallette rialzate ed ampi resti di canalette per il deflusso delle acque piovane. Resta il dubbio di un suo rivestimento in tavolato di legno, per il quale, come propongono i confronti più frequenti con il nord est Europa, non abbiamo però riconosciuto eventuali tracce od alloggi tranne alcuni livelli carboniosi.
Figura 21
Strutture artigianali - Sono attestate in coincidenza del periodo carolingio e gli esempi provengono da quasi tutti i contesti indagati. Connesso alle attività agricole dell’insediamento è il fornetto per essiccazione di granaglie presente a Montarrenti fra metà VIII-IX secolo,
distanza regolare (circa 70 cm) e profondità media di 40 cm (POTTER et alii, 1984, pp.90-91). A Caprignano (Rieti), fra IX-X secolo, un recinto nelle vicinanze di una capanna di forma allungata è stato interpretato come limite di proprietà (BOUGARD, HUBERT, NOYÉ, 1988, pp.438-439). 145 Un tratto di viabilità è stato individuato a Peveragno (Cuneo), in una sequenza di tre battuti che riempiono un fossato trasformato in terrazzamento percorribile (MICHELETTO et alii, 1995, p.151). Esempi ben conservati di sistemi viari provengono dalla Danimarca. A Grønbjerg, tra seconda metà X-inizi XI secolo, il sistema viario sul lato ovest della parte centrale dell'insediamento era sopraelevato per evitare i problemi causati dalle frequenti inondazioni delle campagne; il sistema viario secondario era costituito da strade in terra battuta leggermente seminterrate; un’ulteriore strada con pavimento in legno collegava un terrapieno al sistema viario principale (NIELSEN, 1979, pp.174, 198). A Vorbasse, tra prima metà dell’VIII secolo e seconda metà del X secolo, una strada in terra battuta, larga 8-10 m, orientata est-ovest, era conservata per tutta l'area di scavo per una lunghezza di 40 m circa (HVASS, 1979, pp.150-151). 50
realizzato su una base di pietra e argilla, con elevati a calotta in argilla di colore giallo, coperto da una tettoia innalzata su 8 buche di palo. Allo stesso modo, nel sito di Donoratico, una capanna a pianta rettangolare con angoli stondati (circa 4,5 x 3,5 m) a livello del suolo, retta da pali perimetrali di grandi dimensioni doveva essere adibita alla lavorazione del grano come prova la presenza di una macina e di un suo probabile alloggio collocato in posizione centrale. La struttura, in una seconda fase di uso, fu destinata ad attività metallurgiche come indiziano un focolare contenente scorie di fusione ed una canaletta che sfrutta in parte il taglio di escavazione precedentemente tracciato. Altri esempi di forge per la lavorazione del ferro provengono da Rocchette, Rocca di Campiglia, Poggibonsi e Montarrenti in cronologie di IX e XI secolo. Presentano tutte il medesimo tipo di deposito: strati composti da terra concotta e pietre, carboni e cenere, scorie. Le stratigrafie di Poggibonsi si compongono di un allineamento di pali orientato nord-sud (circa 2,6 m), di un livello di frequentazione a tratti molto annerito, ricco di materiale organico, tracce di carbone e frammenti laterizi (dimensioni 4,1 x 4,3 m), di una buca nella parte sud dal diametro circa 1,30 m contenente scorie e conservata solo parzialmente in quanto tagliata da un muro bassomedievale. Lungo il lato nord del livello di frequentazione si collocava un taglio lineare interpretabile come una probabile canaletta collegata allo svolgimento delle attività artigianali. La forgia, con cappa realizzata tramite pietre e laterizi impastati con l’argilla, era quindi coperta da una tettoia con dimensioni di 4 x 2 m, parzialmente chiusa da bassi muretti in terra con fondazione in pietra sui lati nord ed est. A poche decine di metri di distanza, fra metà VIII-IX secolo, era in funzione una struttura ipotizzabile come un piccolo forno a riverbero per ceramica; di forma cilindrica, era costituita da una cupola di laterizi, con un probabile foro per l’uscita dei fumi al centro, circondata da un rinforzo formato da pietre, ciottoli e altri laterizi frammentati; su due grandi conci di pietra ben squadrati e lavorati si impostava la bocca e le pareti mostrano vistose tracce di annerimento da fuoco. Benchè si tratti del probabile riuso di un deposito per acqua di età tardoantica, gli elementi per la sua attribuzione interpretativa sono sufficientemente chiari: la presenza di distanziatori in terracotta, i numerosi strati di terra sia rossa sia molto annerita che si appoggiano alle pareti esterne (confermando anche il suo funzionamento in fase con la longhouse), alcuni frammenti di ceramica stracotta. Da Scarlino per l’insediamento di IX-X secolo, proviene l’attestazione di un fornetto fusorio per piombo.
Figura 22
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Corte - L’unico esempio riconoscibile con chiarezza, per articolazione delle stratigrafie, proviene dal contesto di IX-X secolo a Poggibonsi. Immediatamente a nord della longhouse si estende uno spazio aperto di oltre 400 mq, delimitato a nord da una capanna abitativa, ad est da una tettoia/recinto per animali, a sud da due capanne di piccole dimensioni. Non esiste un limite chiaro a ovest; l’allineamento di tutte le strutture lungo il percorso della strada bassomedievale può far supporre l’esistenza, fin dall’età carolingia, di una viabilità interna all’insediamento: in questo caso, delimiterebbe anche lo spazio aperto. Le numerose tracce relative ad attività, descritte di seguito, permettono di interpretare l’area come corte/aia. La tettoia rettangolare (5,1 x 2,1 m) aveva probabilmente funzione di ricovero per animali; un allineamento regolare di pali immediatamente a sud può essere interpretato come recinto ancora collegato ad attività di allevamento (è anche possibile che la tettoia e l’allineamento descritti formino in realtà un’unica struttura di maggiori dimensioni). Numerose buche di piccole dimensioni, sparse senza ordine nell’area, possono essere riconosciute come paletti temporanei. Di più difficile interpretazione sono tre grosse buche nelle quali si sono rinvenuti frammenti di grandi contenitori ceramici: piccoli silos per la conservazione di derrate alimentari in recipienti o abbeveratoi collegati alla tettoia? Una serie di buche di medio-piccole dimensioni che formano numerosi allineamenti sono distribuite nella parte centro-occidentale dello spazio aperto; si tratta con ogni probabilità di uno o più recinti con frequenti rifacimenti e cambiamenti di planimetria. Anche in questo caso le strutture sono funzionali al ricovero di animali. Immediatamente ad est, un’area di butto di circa 10 mq, contraddistinta dalla composizione fortemente organica dei suoli e da alcune buche di palo, può essere interpretata come letamaio o scarico di rifiuti legati alle attività agricole del villaggio. Una diversa caratterizzazione sembra avere la parte sud-ovest, dove alcune buche di forma irregolare e dimensioni maggiori (fino ad 1,2 m di diametro) e numerose buche di palo di modeste dimensioni, distribuite in ordine sparso su tutta lo spazio aperto, sono da riferirsi ad impianti temporanei collegati alle attività agricole e di allevamento (pali per legare gli animali, pagliai, cataste di legna, ecc). Almeno due focolari si collocano nella parte centrale dell’area, che insieme a varie chiazze d’argilla concotta, terra molto scura, terra con inclusi carboniosi e chiazze di calce (accumulo di intonaco impiegato nella costruzione di capanne?) testimoniano lo svolgimento di numerose operazioni.
Figura 23 e 24
3.4 - Palizzate, fossati e muri
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Palizzate146 - Esempi di palizzate sono riferibili ai contesti di Montarrenti e Miranduolo ed ambedue furono poi sostituite da un muro in pietra. Montarrenti, tra metà VII e metà VIII secolo, propone una recinzione in pali che separava l’area sommitale dai versanti della collina. La palizzata seguiva una delle isoipse del rilievo ed era costituita da pali di grandi dimensioni disposti a coppie simmetriche che forse sostenevano altri pali od altre travi orizzontali. Una seconda palizzata, con la medesima cronologia, della quale restano cinque grandi buche di palo, doveva difendere la parte bassa del villaggio. A Miranduolo l’intera sommità della collina era cinta da una grande palizzata in legno. Al momento è stato individuato l’intero andamento del tratto nord-ovest per un’estensione di circa 38 m. A nord, di fronte ad uno scosceso dirupo, venne scavata una fossa profonda 60 cm circa e larga un metro; furono poi impiantati sulla roccia una serie di pali di medie dimensioni, fissati tramite un riempimento composto di terra e pietrisco derivante dal taglio della roccia. Ad ovest, invece, venne costruita direttamente sul piano di roccia e rinforzata attraverso due ordini di pali di grandi dimensioni. Alla palizzata si appoggiavano almeno tre edifici che in parte la utilizzavano come perimetrali. Gli evidenti segni di riuso sono da collegare a momenti di manutenzione, come mostra la stessa datazione tramite analisi C14. I campioni di carbone prelevati dalle buche ad ovest e gli stessi campioni prelevati a nord collocano la costruzione delle difese intorno alla metà del IX secolo e il loro disuso nella metà del X secolo.
Figura 25 e 26
Fossati147 – In corrispondenza del versante ovest della sommità
Alcuni casi di palizzate difensive sono stati rintracciati in Liguria ed in Piemonte. Nel Castrum Pertice (Finale Ligure), la palizzata era impostata su buche di palo di grandi dimensioni, scavate direttamente nella roccia; si collocava su un gradino roccioso della collina, in posizione leggermente arretrata rispetto al successivo muro di cinta. Un allineamento di pietre a secco non lavorate, poste ai piedi della base di appoggio, sostenevano il terrapieno restrostante di raccordo con il pendio. La palizzata precede le mura di fine VI-inizi VII secolo, alle quali si addossano le strutture abitative in legno rinvenute in questo sito (MANNONI et alii 1990, p.431; MANNONI, MURIALDO 2001). A Treonzo (Alessandria), tra V-X secolo è attestata una palizzata lineare della quale si sono identificate 10 buche di palo poste a distanza regolare, con alcune interruzioni. Si estende per circa 40 m in direzione estovest (con almeno due leggeri cambi di direzione per adeguarsi alla morfologia della collina). Sul lato ovest formava un angolo retto. L'autore suggerisce lo "Ständerbau" con pali portanti infissi nella roccia come tecnica costruttiva (GIANNICHEDDA 1990, pp.274-276). 147 Fossati in contesti altomedievali sono attestati in Piemonte, in Lombardia, in Emilia Romagna, nel Lazio, nell’Abruzzo ed in Puglia. A Treonzo (Alessandria), datato tra VII-X secolo, la ricognizione topografica ha permesso di individuare un sito fortificato, collocato su più terrazzamenti ottenuti regolarizzando la roccia con piccoli tagli. Verso il crinale, sul lato ovest del poggio, l’insediamento era difeso da un vallo artificiale profondo oltre quattro metri nella parte centrale; sulla parete occidentale, due nicchie poco incavate sono state interpretate come appoggio per una passerella tipo ponte levatoio (GIANNICHEDDA 1990). A Castelseprio (Varese), la chiesa di Santa Maria foris portas venne dotata di un fossato di difesa, largo 5
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collinare di Miranduolo, la palizzata di metà IX secolo fu impiantata direttamente sul versante roccioso che nelle fasi di vita del castello rappresentava uno dei lati del fossato artificiale. Proprio il taglio delle buche in corrispondenza dell’intera lunghezza del fossato, seguendone il bordo anche in coincidenza di cambi di quota, lascia presupporre come quest’ultimo sia stato realizzato contemporaneamente alla recinzione di pali. Risulta largo 7 m ed esteso in lunghezza per 33 m; non sappiamo se la sua profondità di oltre 5 m possa essere attribuita all'altomedievo o sia dovuta ad ulteriori trasformazioni legate alla vita del castello. Veniva attraversato da un camminamento realizzato risparmiando un tratto della roccia dallo spessore di circa 1 metro; il camminamento è ancora in corso di scavo.
Figura 27
Muri - Tre contesti, Montarrenti, Scarlino e Miranduolo, propongono la presenza di muri in pietra databili all’altomedioevo. Fra metà VIII e IX secolo la zona sommitale di Montarrenti vide la sostituzione della palizzata
metri e profondo 3, rimasto in uso per breve tempo, la cui realizzazione trova ampi confronti sia nelle fonti scritte a partire dal IX secolo (SETTIA 1982), sia nella documentazione archeologica coeva che proponiamo di seguito. La chiesa di San Tomè di Carvico nella sua ultima fase era dotata di opere difensive costituite da un fossato con terrapieno (BROGIOLO, 1986; BROGIOLO, 1990; BROGIOLO, GELICHI, 1996). Cittanova (Modena), un insediamento fortificato interpretato come episcopio, databile al generico periodo IX-XI secolo, aveva strutture difensive costituite da un fossato con aggere artificiale e massicciata in pezzame di laterizio (GELICHI et alii 1989). Ad Imola-Villa Clelia (Castrum Sancti Cassiani), nella seconda metà del VI secolo, un edificio identificato come la basilica cimiteriale tardoantica di San Cassiano, era difeso da una cinta muraria con fossato. Il rinvenimento di una moneta sul fondo del fossato indica continuità d’uso ancora tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo (GELICHI et alii 1990). In località Sant’Agata Bolognese (San Giovanni in Persiceto) il villaggio fortificato di forma quadrangolare, presumibilmente identificabile con il castrum Pontilongi menzionato in documenti del X e XI secolo, era costituito da un nucleo di abitazioni circondato da un alzato di pali verticali e da un ampio fossato su ognuno dei suoi lati (GELICHI, GIORDANI 2003). Recentemente lo scavo presso l’abbazia di Nonantola ha rivelato la presenza di un fossato databile al X secolo, ancora inedito, che doveva essere largo una quindicina di metri, profondo due e con pareti oblique in pendenza di circa 45° (informazione di Sauro Gelichi, che ringraziamo). Castel Porciano, nell’VIII secolo era un insediamento posto su una piccola collina (25 x 25 m) e nonostante le possenti difese naturali, fu dotato di due linee di fortificazione. Un fossato largo 3 m venne scavato a sud in corrispondenza del punto più stretto dell’altura; una torre in muratura (di piccole dimensioni, con un lato di 3,75 m, costruita in blocchi di tufo), era fronteggiata da un secondo fossato a proteggere l’accesso principale del villaggio (POTTER 1985, pp.170-173) A Casale San Donato (Rieti), nell’alto medioevo, esisteva un taglio con pareti quasi verticali (profondità 2,6 m, larghezza 1,2-1,7 m) individuato per circa 1,5 m e interpretato come fossato; è in fase con una piattaforma ottenuta mediante livellamento della roccia e delimitata a sud da un muro (MORELAND et alii, 1993) In località Astignano (Castrum de Lesteniano, a Pescara), sono riferibili all’altomedioevo le tracce di un probabile fossato (STAFFA, 1994, p.84). A Specchia Schiavoni (Taranto), tra VII-VIII secolo, era presente un fossato scavato nella roccia, con larghezza variabile tra 6-6,50 m e profondo circa 3 m. Nell’area si notano numerosi blocchi sparsi probabilmente appartenenti ad un muro che correva parallelo al fossato stesso e la struttura ha termine in prossimità di alcune carreggiate stradali. Nel complesso è stata riconosciuta una parte delle strutture difensive realizzate dai Bizantini per ostacolare la pressione dei Longobardi (STRANIERI, 2000, pp.333335). 54
in legno attraverso la costruzione di un muro. Questa nuova difesa fu realizzata con grandi pietre rozzamente squadrate, legate da malta giallastra e fondata direttamente sulla roccia. Subì una repentina demolizione che raggiunse le fondamenta e fu ricostruito. Lungo il versante sud- ovest di Scarlino, nel corso del X secolo, era presente uno spesso muro di pietra grezza legata con terra, che possiamo identificare come muro di cinta. Problematiche la ricostruzione dell'andamento e quella dell'eventuale elevato, che non si può escludere fosse realizzato con palizzate, siepi od altri sistemi e che coincidesse con la parete esterna degli edifici in muratura e legno. Risulta evidente infatti il rapporto topografico-funzionale tra gli edifici ubicati lungo il margine sud-ovest e il sottostante muro di cinta, anche se non abbiamo la completa certezza che questi elementi fossero in fase. A Miranduolo è attestato un muro in pietra del quale sono stati individuati un lungo tratto a nord e la trincea di fondazione, con poche pietre superstiti, in quello ad ovest. La cinta, spessa 1,30 m, fu realizzata in pietre spaccate e sbozzate di calcare cavernoso poste in opera su filari di orizzontamento; il legante è tenace e di colore giallo, composto da sabbie fini e calce. Sostituì la palizzata che cingeva la sommità collinare intorno alla prima metà del X secolo e ne seguì fedelmente l’andamento. Non è ancora certo se le difese furono realizzate interamente in pietra o se l’elevato fosse stato in materiali deperibili (legno e terra) poggianti su uno zoccolo in muratura. La cinta fu in uso un cinquantennio circa, dopo di che fu sostituita da un nuovo muro edificato utilizzando come fondazione la sua rasatura. Questa nuova edificazione del circuito difensivo, per le sue caratteristiche (pietre spaccate di calcare non lavorato poste a formare un’apparecchiatura muraria irregolare su corsi suborizzontali; il legante è dilavato e quasi totalmente assente), risulta probabilmente databile tra fine X ed inizio XI secolo: cronologia che si basa, oltre alla sequenza stratigrafica, su confronti in muri analoghi registrati nel vicino castello di Rocchette Pannocchieschi e nel castello garfagnanese di Gorfigliano.148
La fondazione del castello di Gorfigliano ebbe luogo su un insediamento altomedievale individuato soprattutto sulla sommità del castello, mentre altre tracce parziali (a causa della distruzione dei depositi più antichi causata dalle ristrutturazioni di età romanica) sono presenti in coincidenza del versante sud ovest. Si tratta di tre capanne (una con pianta circolare, le altre ellissoidali) che sono state datate tra VIII e X secolo. Queste strutture sembrano convergere con alcune attestazioni documentarie che per gli anni 793 e 802 ricordano delle abitazioni a Curfiliano/Corfiliano. L’interpretazione del contesto come centro curtense è stata data sulla base di ulteriori indicazioni d’archivio, in quanto le tracce individuate non permettono nel loro complesso di riconoscere caratteri specifici. Si vedano QUIROS CASTILLO, 2004; QUIROS CASTILLO et alii, 2000.
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4 - Urbanistica e trasformazione dell’insediamento149 4.1 – Poggibonsi (Val d’Elsa – Siena)
Figura 28
L’insediamento ebbe una durata continuativa di vita di circa duecentocinquanta-trecento anni. In ognuna delle fasi era composto da capanne delimitate e difese naturalmente da uno scosceso dirupo con oltre 100 m di dislivello a settententrione, da due zone d'inumazione a sud est e probabilmente a nord ovest, mentre i limiti sul lato meridionale non sono ancora noti: comprendeva la sola area in corso di scavo, o si estendeva sull’intera collina, oppure si fermava all’isoipsa centrale della superficie non ancora indagata? Fra VII e VIII secolo doveva essere inserito al centro di zone incolte e boschive. In tal senso indirizzano i risultati dell’analisi archeozoologica; una grande superiorità numerica delle capre e delle pecore su tutte le specie riconosciute ed un aumento progressivo dei suini sino alla metà dell’VIII secolo, sono indizio di attività silvo-pastorali predominanti e di uno sfruttamento continuo dell’incolto. Le fasi d’età longobarda attestano quindi un centro caratterizzato da famiglie di pastori, ognuna delle quali occupava una piccola unità di circa 80 mq, composta dalla capanna (circolare, seminterrata ed estesa mediamente 50 mq), corredata spesso da recinti o steccati, talvolta da magazzini o rimesse. Ad oggi sono sei i nuclei individuati, distanti fra i 20 ed i 25 metri l’uno dall’altro, per un totale plausibile di circa trenta abitanti150. Se l’estensione della superficie insediata si confermerà intorno ai due ettari (in pratica l’area sotto scavo), la sommità della collina potrebbe essere stata occupata da dodici nuclei circa, permettendo di stimare una sessantina di abitanti ed almeno trenta fra uomini e donne in grado di lavorare. Questa stima è da considerare comunque livellata verso il basso e destinata ad accrescersi con l’apertura dello scavo sulle altre superfici.151
Dalla trattazione sono esclusi quei pochi siti toscani che, pur oggetto di scavi e pur restituendo depositi altomedievali, non hanno fornito indicazioni convincenti sulla realtà insediativa. Come esempio si veda il caso senese di Radicofani, castello della seconda metà del X secolo, che ha mostrato la presenza di un edificio non databile con precisione ma compreso in un arco cronologico di due secoli (tra IX e XI secolo), forse destinato a magazzino per l’associazione con silos scavati nella roccia tenera, affiancato da una canaletta per il deflusso delle acque (AVETTA, 1998). 150 Si considera come valore medio 5 persone per nucleo, adottando le più recenti stime proposte in PANERO, 1999 e PASQUALI, 2002. Questo valore sarà applicato in tutti i calcoli di tipo demografico che seguiranno.
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Significativo sul tipo di organizzazione del villaggio di VII secolo è il confronto con un recentissimo contesto indagato in Piemonte dalla Soprintendenza Archeologica (PEJRANI BARICCO, 2004); si tratta dello scavo di Collegno (TO) dove è stato individuato un complesso frequentato tra fine VI ed VIII secolo, composto da necropoli e villaggio. Le capanne sono orientate da nord a sud, con dimensioni di 3 x 5 m, talvolta prive di focolare, separate da cortili e dotate di recinti per animali; gli elevati erano in terra mista a ghiaia, gli scheletri in armatura di pali, le coperture, a doppio spiovente, in paglia. Il villaggio è stato identificato come una fara e la necropoli ad esso associata presenta i caratteri tipici dei cimiteri germanici pianificati e ordinati per file, con le tombe orientate est/ovest e il defunto deposto supino con il capo ad ovest. Rientra anche nelle consuetudini del rituale funerario longobardo l’allestimento di grandi fosse, destinate ai 56
L’urbanistica dell’insediamento subisce una trasformazione dalla metà dell’VIII-inizi IX secolo. S’intensifica l’articolazione per singole unità dotate di recinti od annessi e vengono costruiti sei edifici intorno ad una piccola corte, in parte cinta da una bassa palizzata e costeggiata sul lato nord da una viabilità in terra battuta. Il cambiamento coinvolge anche la tipologia delle abitazioni: decadono le strutture seminterrate, che sono sostituite da capanne a livello del suolo e di pianta circolare, ellittica o rettangolare. Il complesso di abitazioni, stalle od altri ricoveri per animali, spazi aperti destinati allo svolgimento di attività rurali ed artigianali, sembra in questo periodo assomigliare ad un modello semplificato di Haufendorf, soprattutto come nucleo accentrato a maglie strette con superfici boschive ed agro coltivato intorno. Ancora i dati archeozoologici indirizzano verso tale conclusione; accanto al persistere della pastorizia, mostrano il grande aumento dei bovini e la presenza di soli individui anziani cioè macellati quando il loro apporto come forza lavoro sui campi era terminato. Mantenendo l’ipotesi di un’estensione intorno ai due ettari (e tenendo però sempre ben presenti i limiti dell’indagine già esposti), i nuclei famigliari ipotizzabili salgono ora ad almeno venti: circa un centinaio di abitanti ed una forza lavorativa adulta di cinquanta persone. Nel corso del IX secolo le strutture dell’insediamento furono riorganizzate sulla base di un progetto imperniato sulla centralità di un grande edificio abitativo tipo longhouse, con magazzino interno per derrate alimentari. Da esso si dipartiva una lunga strada in terra battuta, affiancata da un edificio di servizio (destinato alla macellazione della carne che in essa veniva consumata), contornato da capanne di dimensioni minori, da una zona tipo corte, spazi destinati ad ospitare strutture artigianali (una fornace da ceramica ed una forgia da ferro) e per l'accumulo dei prodotti agricoli (un grande granaio), un'area aperta con contenitori ceramici infissi nel terreno, steccati, concimaia e resti di attività rurali quotidiane. La distribuzione delle specie animali conferma la crescita delle attività agricole, quindi un probabile allargamento dello spazio coltivato, e la sostanziale tenuta delle pratiche allevatizie e pastorali che comunque si specializzano; perdura l’allevamento dei caprovini e decade invece quello dei suini, indicando un uso della selva meno decisivo nei processi produttivi, forse limitato alla sola raccolta di legna.
4.2 – Montarrenti (Val di Merse - Siena)
Figura 30
Nasce come insediamento di capanne tra la metà del VII e la metà
capi della comunità delle prime generazioni. Rare in Italia, sono poi le sovrastrutture in legno della fossa che emergevano dal tumulo nelle forme di una “casa della morte”. Tracce di simili costruzioni sono state sono individuate in un gruppo di sepolture, in corrispondenza dei corredi più antichi e preziosi, che si possono verosimilmente ricondurre ai “fondatori” della fara. 57
dell’VIII secolo, caratterizzandosi per la presenza di piccole strutture di forma rettangolare ed ovaleggiante che si dispongono su tutta la superficie del rilievo collinare; già in questo momento poteva essere circondato da due palizzate lignee che difendevano la parte bassa e alta del rilievo. Pare occupare quasi un ettaro (9450 mq) con una parte sommitale estesa poco più di un terzo dello spazio (2700 mq). Una stima di massima lascia ipotizzare un carico demografico intorno alle 150 persone, cifra che pare ripetersi costantemente durante la vita dell’insediamento. Tra metà VIII e IX secolo la parte alta fu soggetta a trasformazioni: la palizzata lignea venne sostituita da un muro in pietra legato da malta e le capanne, a loro volta, soppiantate da un grande magazzino in legno di forma rettangolare. L’area sommitale sembra destinata non solo alla raccolta delle derrate agricole ma anche alla loro lavorazione, che viene attestata dal rinvenimento di una macina e di un piccolo fornetto impiegato per l’essiccazione delle granaglie. Nella seconda metà del IX secolo il grande magazzino andò a fuoco e furono costruite nuove strutture lignee che non sembrano rispettare i limiti del muro di cinta in parte crollato.
Figura 31
Tra X e XI secolo l’insediamento cambiò ulteriormente; l’intera collina tornò ad essere occupata da strutture in legno o in tecnica mista, mentre la parte sommitale fu delimitata da un nuovo muro di cinta in pietra. La parte bassa della collina non fu invece circondata da alcun tipo di recinzione o fortificazione. Un’area posta sul versante orientale ospitava attività di lavorazione del ferro (come suggerisce la presenza di una grande quantità di scorie e di un piccolo fornetto per la riduzione del minerale) e probabilmente di produzione del vetro. L’economia, per tutto l’altomedioevo, pare incentrata soprattutto sull’agricoltura, attraverso un sistema di rotazione biennale basato sulla compresenza di cereali e leguminose. L’ampia varietà di specie di cereali attestata sembra indicare una scelta differenziata, per avere una minore dipendenza possibile dalle variazioni climatiche e stagionali. Il lino sembra essere stato funzionale sia alla fabbricazione d’indumenti sia per l’alimentazione degli animali. Mentre la vite veniva coltivata, non è invece attestato l’olivo. L’allevamento, che aveva un’importanza più marginale, era in parte destinato al consumo di carne (suini ambosessi macellati in giovane età) ed al lavoro sui campi per trazione (rinvenuti buoi ed alcuni equini deceduti in tarda età).
Figura 32 e 33
4.3 – Miranduolo (Val di Merse - Siena)
Figura 34 58
Il sito dista circa 20 km da Montarrenti. Lo scavo, dopo tre campagne è ancora in corso, ma sta rivelando una frequentazione stabile della collina che pare avere inizio nel corso dell’VIII secolo (cronologia da precisare tramite analisi radiocarboniche) e proseguire ininterrottamente sino alle fasi d’incastellamento. Sinora ha interessato soprattutto la sommità del rilievo, pertanto le conclusioni e le misure che proporremo devono tenere conto degli attuali limiti spaziali dell’indagine. Allo stesso modo non siamo per ora in grado di effettuare stime attendibili sull’entità della popolazione; se le capanne si estesero sull’intera collina possiamo ipotizzare almeno 150 persone ma ogni calcolo è rimandato ad ulteriori sviluppi dello scavo. Le sequenze che mostrano l’evoluzione dell’agglomerato sono però chiare. I depositi più antichi indicano la presenza di un insediamento aperto, composto di capanne ed annessi tipo magazzino, che sembra occupare l’intera sommità per un’estensione di 750 mq. Intorno alla metà del IX secolo questi spazi (successivamente destinati al cassero del castello), furono riprogettati; venne dato avvio ad una imponente opera di escavazione della roccia, realizzando un profondo fossato dalla larghezza di circa 7 m ed erigendo un’estesa palizzata difensiva, in alcuni punti doppia. L’insediamento doveva ora ruotare intorno ad una estesa capanna centrale con fasi continue di restauro e rifacimenti, in parte obliterata dai resti del palazzo in pietra di XII secolo. Ad essa sono riferibili oltre 40 buche di palo, aveva pianta probabilmente rettangolare, con dimensioni in lunghezza di circa 8 m ed in larghezza per ora individuate sino a 5 m, ed è riconoscibile chiaramente una navata. Questo edificio era al centro di strutture di servizio. Veniva affiancato a sud da una capanna circolare con pavimento in assi di legno, nella quale si lavoravano corno ed osso. A nord, in corrispondenza di un terrazzo roccioso artificiale, sorgevano due magazzini destinati all'accumulo di prodotti agricoli e derrate alimentari. Il primo, una capanna circolare con diametro di circa 6 m, aveva una profonda fossa centrale ad uso cantina. Il secondo, posto a circa 7,50 m di distanza, corrispondeva ad una capanna a pianta rettangolare, con tetto ad una falda fortemente inclinato; alcune buche di grandi dimensioni fungevano da alloggio per contenitori da conserva e da silos, mentre due battuti in successione, stanno restituendo migliaia di reperti archeobotanici. Il proseguio dello scavo chiarirà la destinazione d’uso degli spazi est. Con la metà del X secolo l’area sommitale subì nuove ristrutturazioni che attestano il primo incastellamento del poggio; vengono trasformati gli edifici e le fortificazioni, ma non sembra allargarsi lo spazio occupato. La palizzata fu sostituita da un muro di cinta che ne ripercorreva l’andamento. Dopo un’iniziale continuità d’uso, il grande edificio centrale in legno (che nel frattempo ebbe la copertura rinnovata attraverso lastrine di calcare e fu allargato di quasi 4 m), nei decenni successivi fu sostituito da una struttura
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rettangolare molto estesa, in muratura con pietre non lavorate a formare un’apparecchiatura irregolare su corsi suborizzontali; è riconoscibile il solo lato est che misura 12 m. Il terrazzo nord vide invece la sostituzione del magazzino per derrate agricole con un’abitazione a materiali misti, dotata di focolare e l’edificazione ad ovest di un nuovo magazzino per prodotti agricoli (cereali, legumi, uva ed olive) con muri in terra fondati su zoccoli in pietra e copertura in lastrine. La collina di Miranduolo si estende per 4490 mq; al momento attuale dello scavo non sappiamo se l’insediamento di capanne si fosse esteso anche sui versanti, come sospettiamo, viste le buche di palo che stanno comparendo su un’area esterna al cassero del castello, indagata dal 2003; quindi, non è ancora provato se la costruzione della palizzata segnò una clausura ed una divisione al suo interno. I resti archeobotanici (oltre 100.000 mentre scriviamo) permettono una prima ricostruzione dell’ambiente circostante e fanno luce sugli aspetti produttivi. La loro analisi è ancora in corso e non possiamo dare ancora per certe delle differenze fra le fasi insediative. I boschi, come oggi, dovevano estendersi sui versanti della collina, erano composti di castagni e querce; ambedue i tipi di legname furono sfruttati per i più diversi usi: per esempio nella costruzione delle capanne e di recipienti tipo ciotole. Sulle pendici collinari dovevano essere coltivate la vite e l’olivo; in corrispondenza delle superfici pianeggianti ai piedi dell’insediamento, si seminavano i campi con cereali di diversa tipologia, legumi e quella canapa, o lino, con la quale furono fabbricati i sacchi contenenti prodotti agricoli, rinvenuti frammentari nei livelli di un magazzino. Il confronto fra le restituzioni archeobotaniche ed un primo campione archeozoologico, lascia riconoscere nell’agricoltura l’occupazione predominante; l’allevamento di animali, incentrato soprattutto sui suini (presenti in percentuale schiacciante rispetto ai caprovini ed ai buoi) aveva un ruolo secondario nell’economia della popolazione.
Figura 35 e 36
4.4 – Scarlino (Pian d’Alma - Grosseto)
Figura 37
L’insediamento altomedievale mostra una lunga frequentazione che ha inizio dalla fine del VI-VII secolo e prosegue senza soluzione di continuità sino alla sua trasformazione in castello fra X-XI secolo. Misurare la sua completa estensione spaziale è difficile; non essendo stato allargato lo scavo sulle superfici circostanti la sommità, risulta impossibile sapere se l’insediamento si limitasse alla parte scavata o se fosse proseguito sui versanti collinari. La parte sommitale presenta comunque uno spazio occupato costantemente intorno ai 3360 mq circa. Fra VII e VIII secolo si caratterizza
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per la presenza di almeno cinque edifici ed un probabile annesso: tre sono in materiali misti (sfruttando come basamento per elevati in materiali deperibili dei ruderi di età ellenistica ancora visibili), gli altri interamente lignei. Nel complesso gli edifici abitativi, estesi circa 45 mq, si disponevano parallelamente all’andamento naturale del colle in corrispondenza del lato sud-est, mentre il lato settentrionale non sembra occupato se non da strutture temporanee o di servizio o da steccati. Possiamo ipotizzare una popolazione composta da circa 30 persone, ricordando che questo valore non ha il riscontro dell’eventuale presenza od assenza di altre stutture abitative sui versanti. L’insediamento cambia completamente fisionomia fra VIII-IX secolo, quando la sommità fu circoscritta e difesa da una cortina in pietra e materiali deperibili e si riorganizzarono gli spazi interni nella loro totalità. L’abitato, ancora poco esteso, sembra ora disporsi irregolarmente intorno ad un’area aperta, sfruttata anche per piccole attività metallugiche (presenza di un fornetto per piombo) ed immagazzinamento di prodotti agricoli (riconosciuto un silos). Vennero edificate cinque nuove capanne con destinazione abitativa, tendenzialmente di medio-piccole dimensioni, fra 15 e 50 mq circa, ed una struttura molto grande, non individuata interamente, ma con un lato compreso fra 9 e 12 m. Questo edificio, nella sua ultima frequentazione, sembra aver subito una ristrutturazione attraverso l’impiego di chiodi per il tetto e l’innalzamento di elevati in pietra mista a terra e frasche; gli elementi esposti, insieme ad un corredo di ceramiche e di oggetti in metallo più ricco, hanno fatto ipotizzare un carattere distintivo dell’abitazione. Infine sul limite nord ovest della collina sorse una chiesa monoabsidata, decorata da affreschi all’interno, con dimensioni di 14 x 5,5 m (abside di 3 m), elevati in grandi conci di pietra locale posti in opera irregolarmente e legati da malta. A circa 4 m di distanza, e connessa all’edificio religioso, fu impiantata un’ulteriore costruzione in pietra di 35-40 mq circa, caratterizzata dalla stessa tecnica edilizia ma della quale non è possibile definire la funzionalità. La popolazione, nella zona sommitale, poteva raggiungere un numero di circa 40 persone calcolando la presenza di un prete ed un numero maggiore d’individui all’interno dell’edificio più esteso. Non è invece calcolabile la demografia delle zone di versante dove lo scavo non è stato esteso.
4.5 – Donoratico (Val di Cornia - Livorno)
Figura 38
La topografia dell’insediamento altomedievale è da chiarire così come un eventuale rapporto con trace di frequentazione tardoantica che stanno iniziando a comparire ma che non sono riconducibili per il momento ad alcun tipo di realtà insediativa; lo scavo, tuttora in corso, ha raggiunto questi livelli
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solo di recente. Tuttavia il colle, non sappiamo ancora se parzialmente o per tutta la sua estensione di oltre 8000 mq, fu occupato da capanne già dalla metà dell’VIII secolo, che subirono numerosi rifacimenti e ristrutturazioni. Gli eventi per ora riconoscibili lasciano forse intravedere la costruzione di una palizzata: un tratto di circa 2 m, caratterizzato da un allineamento di grossi pali ravvicinati, in alcuni casi in doppia fila, è presente nella zona poi occupata dalla chiesa. Durante il X secolo fu realizzato un primo muro, che tagliava in due parti l’intero insediamento ancora costituito da capanne ed obliterato da ceramica a vetrina sparsa. La sua presenza è stata preliminarmente letta come una divisione fra parte artigianale e parte abitativa.
4.6 - Rocca di Campiglia (Val di Cornia – Livorno).
Figura 39
L’insediamento, posto sulla sommità collinare, disponeva di uno spazio sfruttabile intorno ai 1290 mq. L’agglomerato più antico, databile al X secolo, era probabilmente composto da cinque-sei capanne ellissoidali, mediamente estese intorno ai 46 mq, che si affacciavano su uno spiazzo circolare, abitate da famiglie impegnate soprattutto nell’allevamento del maiale. La popolazione doveva ammontare intorno alle 30 persone. La connotazione dell’insediamento non cambia nella fine del X secolo quando, pur di fronte ad una sua trasformazione, rimase più o meno invariato il numero delle abitazioni e la loro dislocazione. Doveva essere infatti composto da quattro-cinque edifici, con fondazione in pietra ed elevati in terra, ancora raccolti intorno allo spiazzo. Iniziano comunque ad intravedersi indizi di attività artigianali (è presente una forgia) e l’intera collina risulta in questa fase difesa da un muro che sembra indicare il passaggio verso la trasformazione in castello. Nel suo insieme pare trattarsi di un centro in cui l’attività economica principale era l’allevamento suino integrato, anche se in misura sicuramente inferiore, dall’agricoltura, dalla produzione di latte e di formaggi, dalla caccia. La dominanza del maiale sulle altre specie domestiche è schiacciante, inoltre sono stati rinvenuti frammenti ossei appartenenti a faune selvatiche (cervo, daino, capriolo, tasso, cinghiale e lepre) che, pur non essendo numerosi nel computo percentuale, attestano in ogni caso come la selva costituisca una risorsa fondamentale, se non la principale, per l’economia ed il sostentamento degli abitanti.
Figura 40 Figura 41
4.7 – Rocchette Pannocchieschi (territorio di Massa M.ma - Grosseto)
Figura 42 62
La conformazione dell’insediamento precedente la fondazione del castello non è ancora stata chiarita. Le grandi ristrutturazioni di XII secolo sembrano avere danneggiato e talvolta cancellato molte delle stratigrafie altomedievali potenzialmente presenti. La sommità del rilievo propone comunque tracce di strutture databili tra la fine del IX secolo e gli inizi del X secolo. Si tratta di una serie di buche di palo e di tagli irregolari relativi a strutture in legno che dovevano in parte appoggiarsi agli speroni rocciosi e di alcune depressioni circolari sul piano di roccia (una di esse collegata ad una canaletta) ipotizzate come vasche per la raccolta delle acque piovane. Altre probabili tracce di capanne sono state osservate in corrispondenza di un terrazzo ad ovest della sommità. Qui, sembra porsi una struttura abitativa forse parzialmente semiscavata e con pali interni. A breve distanza, separata da una probabile staccionata (un divisorio del quale restano solo pochi indizi) era posto un secondo edificio seminterrato, di forma quasi ovale e con diametro di circa 2 m, interpretabile come una struttura di servizio alla vicina forgia ed un focolare per arrostimento del minerale. Anche su tali spazi, un taglio circolare con diametro simile al precedente, è stato interpretato come fossa per la raccolta dell’acqua piovana. Gli archeologi hanno ipotizzato un collegamento con un centro inseditivo di metà IX secolo, attestato da un documento d’archivio nel quale si nomina un tale Simprando del fu Sasso de Trifonte, quindi l’attestazione di una forma di popolamento altomedievale sul poggio dove poi sorgerà il castello di Rocchette.
4.8 – Suvereto (Val di Cornia - Livorno)
Le tracce materiali riferibili all’altomedioevo sono state rinvenute nella Rocca a dominio del paese e probabilmente databili tra IX e fine X secolo. Si tratta di una serie di buche di palo rinvenute negli spazi occupati dal recinto difensivo e dalla torre, non traducibili in strutture di capanna ben definite ma alle quali erano connesse una serie di piani d’uso ed abbandoni. Una recente revisione del contesto, nella quale si sono riconosciuti elementi altomedievali nella decorazione scultorea della vicina pieve di S.Giusto (i due capitelli di stipite del portale sembrano da leggere come elementi di riuso provenienti da un precedente edificio religioso), lasciano suggestivamente ipotizzare un centro insediativo caratterizzato da strutture abitative tipo capanna e da una chiesa in pietra (forse la pieve di S.Giusto in Kornino).152
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BELCARI, 2003. 63
5 – Insediamento e gestione della terra dall’età longobarda a quella carolingia 5.1 – La transizione verso l’insediamento di età longobarda: il modello caotico e la sua interpretazione controversa
La prima stesura del modello “caotico, sulle trasformazioni del popolamento rurale nel passaggio fra tarda antichità e altomedioevo, è stata presentata in occasione del convegno di Pontignano del 1992,153 con successive rielaborazioni fino al 1999.154 Si è posto l’accento sulla disgregazione della rete insediativa ordinata secondo un progetto economico e fiscale di gestione della terra, sostituita nel corso del VI secolo da uno sfruttamento disarticolato e di scarso peso demografico. Era ed è ancora un modello valido per alcune zone della Toscana, con riscontri nel senese (Chianti, Val d’Elsa e Val di Merse, Valdorcia), fra grossetano e livornese (Ager Cosanus-Valle dell'Albegna, Valle dell'Osa), nella lucchesia (Versilia e bassa Valle del Serchio). Queste aree attestano una prima crisi delle strutture rurali intorno al III-IV secolo, alla quale consegue una stabilizzazione delle aziende superstiti, in pochi casi una loro trasformazione, per almeno i due secoli successivi.155 Nella sola lucchesia, pare allargarsi lo spazio messo a coltura dietro spinte economiche di vario tipo.156 L'intera organizzazione produttiva collassa definitivamente intorno alla fine del V-inizi VI secolo, decenni che segnano una selezione della rete insediativa rurale. Il processo degenerativo del popolamento è riconoscibile in tutto il centro-nord dell’Italia, con il sistema delle ville entrato in fase terminale.157
FRANCOVICH, NOYE’, 1994. CAMBI et alii, 1994; VALENTI, 1995b e VALENTI, 1999. Per la situazione riscontrata nell’Ager Cosanus e nella Valle dell’Albegna si vedano CAMBI, 2002; CAMBI, FENTRESS, 1989. 155 Nella Toscana interna, sino al V secolo, sono riconoscibili almeno cinque tipi di forme insediative collegate allo sfruttamento fondiario organizzato. 1 - Complessi tipo fattorie come centri di riferimento per fondi coltivati tramite poderi contadini a conduzione monofamiliare posti sulle superfici distanti dalla città (zone più settentrionali del senese, Ager Cosanus-Valle dell'Albegna, forse bassa Valle del Pecora). 2 - Ville occupanti le zone di pianura più distanti dalla città (Val d'Elsa senese, Ager Cosanus-Valle dell'Albegna, Valle del Pecora e Pian d'Alma, zona Roccastrada). 3 - Ville con villaggi vicini abitati da manovalanza servile (Ager Cosanus-Valle dell'Albegna). 4 - Ville disposte a cerchio nei pressi della città (nell'immediato nord e sud di Siena, Ager Cosanus-Valle dell'Albegna). 5 - Una serie di complessi medio-piccoli tipo fattoria sembrano organismi autonomi a controllo diretto di fondi non molto estesi (bassa Valle del Pecora e Pian d'Alma). Si vedano CAMBI et alii, 1994; VALENTI, 1996b e FRANCOVICH, VALENTI, 2000. 156 Anche nel nord Italia si assiste in questa fase anche ad una ripresa dell’edilizia residenziale rurale con caratteri di lusso; la sua portata sembra comunque modesta e limitata ad alcune aree della Lombardia (Desenzano - BS e Palazzo Pignano) e della Romagna (Meldola - FO, Galeata - FO, Palazzolo - RA), collegandosi con la presenza della corte rispettivamente a Milano ed a Ravenna. Si vedano GELICHI, 2001 pp.226-227 per una sintesi e BROGIOLO, 1996. 157 In Emilia tra V e VI secolo è attestata un’involuzione del modello di gestione della campagna incentrata sulle ville, che si conclude con un marcato degrado ambientale ed un drastico collasso “spaziale” degli edifici (per esempio Casteldebole propone una riduzione dell’ambiente abitativo da 7000 a 110 mq):
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Oltre agli indizi delle ricognizioni di superficie, alcuni scavi toscani mostrano con chiarezza gli effetti della crisi. Torretta Vecchia (Collesalvetti), era un complesso di grande estensione caratterizzato da almeno cinque fasi edilizie e frequentato fra il I secolo a.C. e la metà del VI secolo. Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo una parte dell’edificio principale, che raggiungeva un’estensione di circa 3000 mq, sembra essere stata in condizioni rovinose ed in altre parti, cioè nelle terme e nella zona orientale, vennero impiantate delle attività artigianali fra le quali un fabbro ed abitazioni; alla metà del VI secolo l’abbandono era già definitivo.158 La villa di Settefinestre (Orbetello), pur se abbandonata forse a seguito di un’epidemia verso la fine del III secolo, tra IV e VI secolo sembra essere stata rioccupata per uso abitativo occasionale e come area cimiteriale.159 La villa in località La Tagliata (Orbetello) fu anch’essa rioccupata da una piccola comunità che sfruttava le risorse della laguna e che forniva appoggio al cabotaggio tra V e VI secolo.160 La villa di Poggio del Molino (Piombino) dopo un’intensa occupazione che raggiunse la metà del V secolo venne frequentata saltuariamente sino alla fine del VI-inizi VII secolo.161 La villa di San Vincenzino (Cecina), anch’essa un complesso di grandi dimensioni con caretteri di lusso e successive fasi di trasformazione per scopi produttivi, poco prima del definitivo abbandono nel V secolo, vide gran parte
ORTALLI, 1996; ORTALLI, 2000. In Piemonte, dopo una relativa prosperità della regione ancora verso gli inizi del V secolo (indizi di un rinnovato benessere e vitalità sono percepibili sia nei centri minori sia nelle campagne, dove si diffondono ville anche di un certo rilievo, come a Ticineto e Centallo), le strutture mostrano decadenza e segni di trasformazione. In molte ville si inserirono degli edifici di culto (per esempio nel Novarese a Carpignano e Sizzano, nel Cuneese a Centallo) ed altri ambienti continuano ad essere usati per scopo abitativo, attestandone la contrazione od una differente organizzazione distributiva: MICHELETTO, 1998. In Lombardia a partire dalla metà del V secolo si assiste ad un decadimento progressivo delle strutture; delle 70 fra ville e fattorie individuate solo 12 hanno continuità dal I al V secolo e 17 vengono parzialmente riusate tra V e VI secolo. A Monzambano, dopo una fase di degrado e spoliazione ascritta entro la prima metà del V secolo, i muri presentano una fase di legno o di argilla. La villa di Sirmione-via antiche mura è abbandonata intorno alla fine del V secolo; più o meno contemporaneamente viene distrutta per incendio la villa di Desenzano; a Pontevico la frequentazione fu prolungata tra IV e VI secolo con la costruzione di edifici con zoccolo in muratura e alzato in legno, una capanna, un “muro rustico” successivo ad una fase di esondazione del vicino fiume Oglio; a Nuvoleto tra fine VI e VII secolo viene demolito l’edificio termale poi riutilizzato successivamente per realizzare dei piccoli vani con alzato in legno: BROGIOLO, 1996; inoltre interventi specifici in ROSSI, 1996; ROFFIA, 1996; BOLLA, 1996; SCAGLIARINI CORLAITA, 1997. Nel basso Trentino, sulla piana di Riva-Arco, gli edifici in muratura vennero sostituiti da strutture lignee; a Nago furono riutilizzati dei piccoli ambienti di un edificio e gli archeologi hanno scavato un sistema di campi chiusi da muri utilizzati almeno sino a tutto il VI secolo; a Varone si procede ad inumare negli ambienti interni di una villa: CAVADA, 1996; CAVADA, 1997; CAVADA, 2000; PACI, 2000. 158 AA.VV., 2003, pp.50-53. 159 CARANDINI, 1985a, 1, pp.184-185. La frequentazione viene attribuita a gruppi di pastori, senza prendere in considerazione la presenza di un insediamento più stabile che riusa le strutture cadenti della villa. Il fenomeno del riuso di complessi fatiscenti era in quegli anni appena agl inizi e percepito in relazione ad un paesaggio soprattutto di tipo pastorale. 160 CARANDINI, 1985b; CIAMPOLTRINI, RENDINI, 1990. 161 SHEPHERD, 1986-1987; DE TOMMASO, 1998; AA.VV., 2003, pp.136-137. 65
degli spazi in disuso ed un’occupazione limitata solo ad alcune sue parti.162 La villa di Linguella (Isola d’Elba), dopo il momento di massimo splendore nel III secolo, fu oggetto progressivamente di una destrutturazione fino all’abbandono avvenuto nel V secolo.163 Anche altri complessi come la grande villa di Giannutri,164 la villa o mansio di Torre Saline (Orbetello),165 la villa di Talamone (Orbetello),166 la villa di Santa Liberata (Orbetello),167 la villa dell’Isola del Giglio,168 la villa alla Befa di Buonconvento (Siena),169 la villa di Pieve a Bozzone presso Siena170 mostrano le medesime vicende e cronologia. Nella metà del VI secolo il territorio toscano presentava bassi indici demografici ed ampie fasce spopolate, un'occupazione polarizzata su molti terreni in precedenza compresi in complessi latifondistici. Il popolamento si distribuisce soprattutto in case monofamiliari edificate ex novo, o approntate su ville e complessi in abbandono, che compongono una rete a maglie relativamente strette; lo sfruttamento della terra non restituisce un’immagine di pianificazione piuttosto mostra la scelta di vivere su terreni già dissodati da lungo tempo. Il fenomeno del riuso delle ville si manifesta in tutta Italia con aspetti simili: «occupazione parziale della villa/fattoria (generalmente l’antica pars urbana); abitazioni con largo impiego del legno e recupero, ma solo strettamente funzionale, di precedenti strutture; nuclei più o meno estesi di sepolture» e «complessivamente, il maggior numero dei siti indagati indica un definitivo abbandono nel corso dell’età gota».171 In Toscana, però, la rioccupazione di complessi romani sembra essere stata più limitata di quanto si possa pensare. Le ville rintracciate nei territori provinciali di Siena e Grosseto, su 1979 kmq campionati, ammontano a 427 e quelle con tracce di frequentazione ascrivibili nel maturo VI secolo sono solo 42. Proiettando tali cifre sui 22990 kmq della regione possiamo ipotizzare un potenziale di 4960 ville (che si dividevano in media poco più di 4,5 kmq) ed un loro riuso in percentuale del 9,83%: 487 complessi, mediamente una rioccupazione ogni 47 kmq circa. In pochi casi si osserva l’esistenza di piccoli centri agglomerati nei quali si dovevano concentrare delle attività di scambio a carattere locale come a Pantani-Le Gore presso Torrita di Siena, un insediamento che si
DONATI et alii, 1989; AA.VV., 2003, pp.94-101 con bibliografia. AA.VV., 2003, pp.174-175. 164 CELUZZA, 1993, pp.252-253. 165 CIAMPOLTRINI, RENDINI, 1988. 166 CARANDINI, 1985b; CELUZZA, 1993, pp.184-186. 167 CARANDINI, 1985b 168 CELUZZA, 1993, pp.243-254. 169 DOBBINS, 1983. 170 CRISTOFANI, 1979, p.196. 171 GELICHI, 2001, p.227.
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colloca nella fase iniziale del modello caotico. Nel corso del V secolo venne rioccupata parzialmente una statio databile fra I-II secolo; è stata riconosciuta una massicciata realizzata con materiale di recupero sulla quale vennero impiantate strutture lignee caratterizzate dalla presenza di ceramica d’imitazione africana. Dopo la distruzione del complesso ed una sua ristrutturazione, si sviluppò un abitato di dimensioni ridotte, con edifici in materiali deperibili e testimonianze di attività collegate all’allevamento bovino ed alla lavorazione del ferro. Il sito, che prima dell’abbandono definitivo di metò VI secolo era già frequentato occasionalmente (forse per fiere o mercati periodici), sembra potersi identificare con la statio Manliana indicata dalla Tabula Peutengiriana. Il suo abbandono viene collegato dai ricercatori agli effetti della guerra greco-gotica.172 Un contesto apparentemente molto simile a Pantani-Le Gore, ancora inedito, è stato individuato durante le ricognizioni sul territorio provinciale senese, nella Valdorcia. Tra V e VI secolo, lungo una probabile direttrice che sarà poi la via Francigena, il popolamento continuava a polarizzarsi su un insediamento degradato che sembra svolgere attività di tipo artigianale e commerciale; si tratta di una grande emergenza di reperti mobili in superficie, posta a circa 500 m dalla frazione di Briccole (stazione citata nell’itinerario di Sigerico ed oggi in comune Castiglion d’Orcia) con una vasta concentrazione di ossa animali e scorie di ferro. I caratteri della circolazione ceramica a livello regionale riflettono la rarefazione del popolamento rurale, quindi la diminuzione della domanda, il decadimento e più in generale la scomparsa di organizzazioni aziendali, il collegamento con i mercati urbani che cessa. La distribuzione si restringe divenendo locale, i campionari tipologici vengono semplificati, le importazioni hanno una riduzione drastica fino a cessare.173 Ancora alla fine del V secolo esisteva un quadro variegato nella diffusione dei prodotti, con zone dotate di modalità e capacità di accesso differenziate ai mercati. Sono riconoscibili particolarità sub-regionali in cui operano fornaci, la cui ubicazione non è nota, ma che producono vasellame in serie, diffondendolo a medio-largo raggio. Nel senese esistono due fasce diverse di consumatori: i residenti dei grandi complessi e le singole famiglie contadine. Per i primi è chiara la frequentazione di un mercato ancora vivace, dove era possibile reperire oggetti e derrate d'importazione. Il singolo coltivatore si limitava invece ad acquistare solo le merci in circolazione nelle zone rurali interne, soprattutto produzioni locali di minore costo; osserviamo corredi domestici composti da ceramiche acrome da cucina ad impasto grezzo, ceramiche da mensa verniciate parzialmente o in toto di rosso e grandi dolia, rari gli oggetti in
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Si veda CAMBI, MASCIONE, 1998 e soprattutto MASCIONE, 2000. Si vedano al riguardo FRANCOVICH, VALENTI, 1997; VALENTI, 1999. 67
vetro, quasi sempre assenti forme in sigillata africana ed anfore. Con gli inizi del VI secolo le produzioni locali divengono vincenti. La valle dell’Albegna e l'Ager Cosanus restituiscono invece corredi molto articolati (prodotti africani, iberici, siro-palestinesi ed egeo-orientali) sino alla fine del V secolo; la vicinanza alla costa ed una vivacità mercantile che tocca anche l'interno ed i siti più lontani dalle principali vie di comunicazione, accentuano la diffusione delle merci d’importazione. Nel VI secolo, con un radicale cambiamento di tendenza, si conferma anche in tali aree la preponderanza della circolazione di merci prodotte localmente sulle importazioni.174 Nella lucchesia (dalla Valle del Serchio all'area versiliese) si verifica una trasformazione progressiva dello scambio. Sino al IV secolo sono diffuse quasi in modo capillare sia le importazioni sia le ceramiche locali. Tra Vinizi VI secolo, cambia tutto: una fortissima diminuzione di ceramiche d'importazione che con gradualità scompaiono, mentre i prodotti ceramici d'imitazione aumentano prepotentemente; l'agricoltura si specializza e tende il più possibile all'autosufficienza, con la conseguente circolazione di anfore vinarie provenienti da aree vicine ed in particolare i contenitori valdarnesi. Alcune indagini mostrano la composizione del corredo ceramico di singole abitazioni, lasciando constatare i cambiamenti nello spazio di un secolo e mezzo. Colle Carletti (Orentano di sotto-Pisa),175 esemplifica la dotazione ceramica di edifici frequentati nel IV secolo e per tutto il V secolo. Il deposito restituisce 31 recipienti da mensa in africana, 29 imitazioni e 19 esemplari di forme chiuse ad impasto depurato; il rapporto tra importazioni e produzioni locali si inverte per la ceramica da fuoco: le africane sono rappresentate da 13 attestazioni mentre le forme ad impasto grezzo corrispondono a circa 447. Le anfore sono invece scarsamente attestate, pochi frammenti di contenitori africani non definibili, una di produzione adriatica ed una Dressel 20. Calcolando una frequentazione di almeno tre generazioni nell'arco di un secolo si può pensare ad una media di 30 forme da mensa, di circa 150-160 forme da fuoco e 2-3 anfore usate nell'arco di 30-40 anni. Nei pressi di Orbetello (Gosseto),176 per la fine del V secolo, un'emergenza di reperti mobili in superficie interpretata come casa in materiale deperibile era caratterizzata dalla presenza di almeno 22 diverse forme in africana e 7 in depurata per i tipi da mensa, una decina di forme ad impasto grezzo per la ceramica da fuoco, 7 esemplari di anfore. Mancano riscontri di scavo per scandire ulteriormente il rapporto tra reperti affioranti e
CAMBI, 2002, p.239. ANDREOTTI, CIAMPOLTINI, 1989. 176 CIAMPOLTRINI, RENDINI, 1989.
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presenze in giacitura, non crediamo però che il panorama delle forme attestate possa mostrare variazioni eccessive nelle sue componenti; sicuramente cambierà l'ammontare dei singoli recipienti ma non forniranno ulteriori indicazioni per quello che riguarda le informazioni di tipo economico: diffusione di importazioni e circolazione capillare di merci nelle zone estraurbane. In località S.Quirico (Chianti senese),177 un'abitazione databile alla metà del VI secolo rivela la mutata composizione del vasellame impiegato da un nucleo familiare nel corso di una generazione: 22 esemplari da mensa imitanti le ceramiche africane, 45 da fuoco, 2 dolia. Le restituzioni ceramiche dei contesti urbani fanno riconoscere un processo analogo a quello verificato nelle zone rurali. Sino a tutto il V secolo osserviamo una duplice realtà: città nelle quali continuano a circolare grandi quantitativi di ceramiche sigillate norditaliche e africane, di anfore prodotte sia nel Mediterraneo occidentale (Africa e Spagna) sia nelle fornaci regionali (anfora di Empoli) accanto a produzioni locali; città nelle quali le importazioni sono numericamente più limitate e dove le produzioni locali risultano invece in grande abbondanza. In tutti i casi con il maturo VI secolo le importazioni risultano un fatto episodico e contemporaneamente è osservabile la decadenza di centri produttivi operanti in economia pienamente di mercato anche se in un raggio sub-regionale. Questa tendenza è ben riconoscibile osservando l'evoluzione tipologica di tutte le ceramiche con coperta rossa.178 Il “caotico” definisce sia la caoticità della distribuzione insediativa, sia l’assenza di progettualità; caratterizza decenni problematici e di instabilità del governo centrale, segnati da uno stato di guerra più o meno permanente,179 da carestie e da epidemie.180
VALENTI, 1994; VALENTI, 1995b. Particolarmente significativa è l’evoluzione tipologica di boccali e brocche. Sino alla metà del VI secolo sono attestate forme che mostrano ancora stretti legami con gli esemplari tardoantichi. Il boccale caratterizzato da bordo estroflesso, collo breve, corpo spesso ovoidale, fondo piano e apode in uso tra V e VI secolo, viene affiancato dal boccale con ventre decisamente ovoidale ed il collo molto stretto nel V secolo avanzato, che raggiunge la metà VI-VII secolo (come attestano gli esemplari di Massaciuccoli e Fiesole). Quest'ultimo è strettamente legato ai tipi con ansa a nastro leggermente insellata e complanare o impostata poco sotto il bordo, bocca appena trilobata o circolare, corpo quasi a sacchetto in parte coperto da vernice rossa, databili tra fine VI-VII secolo. Nel complesso si tratta delle ultime forme diffuse a livello regionale e distribuite da più centri produttivi (attestate a Fiesole, Arcisa, Massaciuccoli, Pistoia, nel Chianti senese); le stesse bottiglie rinvenute a Fiesole rimandano decisamente ad una produzione specializzata. Sembra poi proponibile una netta diversificazione delle forme sino a tutto il X secolo che sottintende ad elaborazioni locali; in altre parole i boccali in uso dal VII secolo potrebbero essere stati prodotti da vasai operanti per una committenza composta da più nuclei di popolamento dislocati in più circondari. 179 Citando uno dei tanti autori che hanno descritto questo periodo: «Gli anni 554-68 costituiscono un breve intervallo nell'arco dei settant'anni di una guerra che riprese nel 568 con le invasioni dei Longobardi e continuò, con qualche interruzione, fino al 605. Pur se l'Italia medicò le proprie ferite dopo il 605, come aveva già iniziato a fare durante la breve pace, non c'è dubbio che il colpo era stato forte» (WICKHAM, 1983, p.41). 180 Si veda per la criticità della situazione economica, sociale e poltica dell’Italia CAPITANI, 1992, pp.32177 178
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Ad esse si accompagnava il declino demografico nelle campagne,181 sul quale aveva influito sino dagli anni della guerra greco-gotica l’imposizione sempre più esosa della tassa sul terreno e sulla proprietà,182 complicando una situazione economica già in fase recessiva. Rappresenta l'interfaccia tra il mondo tardoantico e quello altomedievale.183 Essendo un periodo di passaggio non ha il significato di completa e radicale rottura, un day after; bensì di anni in cui scompaiono alcuni elementi della società tardoromana mentre altri caratteri, seppur alterati ed in via di ulteriore traformazione, persistono ancora. I cambiamenti avvengono con progressione nel corso del VI secolo, con un processo che si mostra compiuto agli inizi della seconda metà. In generale non sono più riconoscibili archeologicamente sul territorio indizi di organismi dominanti. Questo elemento ha fatto ipotizzare una popolazione rurale, di scarsa entità numerica, che si è trasformata. I contadini, da semplice strumento di produzione soggetto a rapporti personali di vario titolo e ad obblighi fiscali, divengono forse una massa di individui tendenzialmente liberi per brevissimo tempo. Non possiamo però definire questo fase “l’età d’oro” delle famiglie rurali, anche se doveva essere venuta meno la pesante pressione fiscale
43. Come ricorda ancora Wickham più volte (WICKHAM, 1983; WICKHAM, 1998), Procopio descrive carestie tremende sin dal 538; la peste bubbonica si manifestò ad ondate a partire dagli anni quaranta del VI secolo; nel 556 papa Pelagio I affermava che i propri possedimenti italiani erano disabitati; papa Gregorio Magno descriveva un quadro di desolazione e crisi demografica. Pur senza estremizzare la portata degli eventi, è innegabile lo svolgersi di decenni fortemente critici. Per la successione delle epidemie dall’età giustinianea e quelle dei tre secoli successivi si veda comunque CORRADI, 1972. Nello scavo di Settefinestre si sono riconosciuti indizi indiretti sulla presenza di malaria nella Maremma di V e VI secolo. I resti umani rinvenuti nelle sepolture ricavate negli strati di crollo della villa, appartenevano ad individui giovani che si nutrivano quasi esclusivamente di carne e che erano affetti da anemia mediterranea, un’alterazione congenita del sangue che però rende immuni dalla malaria. Le epidemie di malaria erano quindi diffuse in forme tali da innescare una selezione naturale che favoriva solo gli individui immuni dalla malattia (CARANDINI, 1985a; CELUZZA, 1993). 181 Sulle stime demografiche dell’Italia intorno alla metà del VI secolo (valutazione pari a 4.000.000 di abitanti) si vedano soprattutto CIPOLLA, 1959; PINTO, 1996; CAMMAROSANO, 2001; CHIAPPA MAURI, 2002 (significativo il titolo del primo paragrafo sull’alto medioevo: I secoli dell’uomo raro) e bibliografie indicate. Si legga inoltre sulla crisi demografica delle campagne PRATESI, 1985, pp.61-76; infine BELLETTINI, 1973. Per i criteri sui quali si è fondata la stima demografica per il medioevo si veda PICCINNI, 1986. 182 Si veda STUMPO, 1983 per la pesantezza e gli effetti negativi della jugatio-capitatio, associazione dell’imposta prediale ereditaria e della capitazione, alla base del sistema fiscale del tardo impero. Si veda inoltre TRAINA, 1994, p.89: «la crisi economica colpì l'equilibrio di ciò che chiamiamo il sistema della villa, accelerandone l'evoluzione verso nuove soluzioni: 1'eccessiva tassazione, nei momenti di crisi, portava all'abbandono dei campi; al tempo stesso, le misure a favore dei contribuenti dovevano essere ammortizzate in altra maniera, ad esempio intensificando le opere pubbliche militari. Il problema non poteva essere risolto con periodiche misure ad hoc; ciò può contribuire a spiegare le ragioni del rinnovato interesse per gli agri deserti. (…) Si tratta quindi di un processo di avvicinamento alla natura che ritroveremo nel medioevo in forma compiuta, ma che si era avviato già in età romana». 183 Per l’Emilia centrale è stato sottolineato un processo molto simile: «La contrazione del popolamento antico, iniziato con le vicende della guerra greco-gotica si accentuò inesorabilmente tra la fine del VI e la prima metà del VII, fase cronologica alla quale si riferisce un vero e proprio abbandono dell’insediamento sparso nelle campagne per dare vita a nuove forme organizzative che preludono a quelle di età medievale» (GIORDANI, LABATE, 1994, p.164). 70
tardoromana.184 Ma allo stesso modo non possediamo elementi per ricondurre le evidenze riscontrate nelle campagne a poderi affidati a servi od a coloni e compresi nei patrimoni di proprietari residenti in città. Osservando le condizioni della campagna, il carattere delle abitazioni, il loro basso numero e la collocazione su terreni in precedenza compresi in latifondi ormai decaduti, non si ha questa impressione. Interessante si rivela il ricorso alla statistica per comprendere meglio i processi insediativi realizzatisi. Le ricognizioni sui territori provinciali di Siena e di Grosseto si sono estese su 1979 kmq pari all’8,60% dei 22990 kmq circa del territorio regionale. Hanno rivelato 2521 strutture dell’insediamento databili tra I-IV secolo, 506 tra IV-VI secolo e 201 tra VI-VII secolo. Mostrano così una prima crisi molto forte, con una diminuzione di strutture pari al 498%, nel periodo IV-VI secolo ed un crollo significativo fra VI e VII secolo quando il decremento risulta del 251% e del 1254% dal periodo di maggiore popolamento. Proiettando tali valori sull’intera Toscana si ottengono risultati ipotetici molto indicativi: il popolamento si dirada quasi a dismisura nello spazio di 300 anni circa, periodo per il quale la crisi demografica e la scomparsa di un’organizzazione quasi capillare della produzione e della terra viene evidenziata indiscutibilmente dai numeri. Tra I-IV secolo è possible ipotizzare 29286 siti in vita con una media di 1,27 per kmq, tra IV-VI 5878 siti con una media di 0,25 per kmq (cioè un sito ogni 4 kmq) e tra VI-VII secolo 2335 siti con una media di 0,10 per kmq (cioè 1 sito ogni 10 kmq). 185
Figura 43 Figura 44 Figura 45
Gli indicatori archeologici mostrano la povertà delle strutture, l’uniformità economica ed un popolamento regionale che si localizza distribuendosi ad isole dalle maglie molto larghe; fanno pensare a territori caratterizzati da una semplificazione progressiva delle strutture sociali, che pare indiziare la scomparsa dell’impronta organizzativa della classe dei
WICKHAM, 1988, pp.108, 121-122. Ricorda Capitani «Anche senza poter racchiudere in una formula complessiva le condizioni dello sfruttamento della terra (…) sembra plausibile che si indichi, nel periodo considerato, il protrarsi ed in taluni casi l’aggravarsi di condizioni che erano proprie del paesaggio agrario tardo-romano: ciò perchè, in molti casi, le ragioni che avevano determinato certi fenomeni di insediamento, anzi ché certi altri, persistevano, pur nella varietà del succedersi di invasioni, frantumazioni di aggregazioni territoriali di antica tradizione, calamità naturali di vaste proporzioni (la degradazione del suolo, dovuta ad alluvioni e sedimentazioni per abuso della terra coltivata; incuria ed abbandono delle opere idrauliche ed irrigue romane; cambiamenti climatici); pestilenze terribili e gravi endemie (malaria) indubitabili (una peste nera è attestata nel 543). Anche se è sempre possibile porsi la classica domanda se furono queste le cause o gli effetti dello spopolamento che è un dato costante del periodo considerato, rimane certo un fatto: quello dello spopolamento» (CAPITANI, 1992, p.87).
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medio-grandi possidenti romani.186 Mancano quindi i segni di una gestione del lavoro ed emerge invece un quadro di crisi; le condizioni di vita non sembrano ottimali, anzi l’immagine è quella di una decadenza e miseria diffuse. E’ in gran parte questa la campagna toscana tra la prima e la seconda metà del VI secolo, segnata dalla disarticolazione del rapporto con la città, dall’assenza di progettualità economica, da famiglie contadine che sopravvivono, da larghe fasce di territorio incolte e boschive.187 Significativo è il parallelismo tra l'abitazione scavata nel Chianti senese188 e quella scavata a Siena nella piazza del Duomo.189 Ambedue sono quasi dei tuguri, occupano circa 20 mq, la pianta è rettangolare, gli elevati sono in terra (nel caso di Siena con fondazione in pezzame di pietra legata da grumi di calce e sabbia), tetto ad uno spiovente (in materiale deperibile a Siena in tegole e coppi nel Chianti), focolare circoscritto da pietre; in un angolo alcuni grandi contenitori fungevano da dispensa (un'anfora di produzione orientale a Siena; due dolia nel Chianti). Il parallelismo prosegue anche per la fine del VI-VII secolo, con il passaggio ad un’edilizia per capanne, come evidenziano le strutture semiscavate poggibonsesi e quella rinvenuta recentemente al di sotto del Duomo di Siena o nello scavo della città abbandonata di Cosa. A Siena, su un’area d’intensa frequentazione in età imperiale e adibita a discarica in età tardoantica per livellare il pendio, fu impiantata una piccola necropoli poco distante da una capanna tipo grubenhaus circolare, dal diametro di circa 4 m e profonda 2 m; doveva avere alzati in terra e canniccio ed essere divisa in due parti: quella più bassa sembra riconducibile ad una cantina sottostante il pavimento in assito del quale sono visibili gli alloggi sul piano di appoggio (una cornice circolare di circa 50 cm di larghezza alla base dell’escavazione più alta).190
Figura 46 e 47
A Cosa, nel primo periodo longobardo, venne rioccupata l'area del Foro attraverso la costruzione di una chiesa dotata di cimitero con oltre duecento tombe e la popolazione sembra aver vissuto in piccole capanne, con pianta rettangolare ed angoli stondati, elevati in materiale deperibile sorretti
Come sottolinea anche Pasquinucci in un’analisi recente del territorio livornese, basata su dati di ricognizione e di scavo, «Il paesaggio e le strutture produttive e commerciali “romane”, pur con modificazioni sempre più evidenti nel tempo, si conservarono sino al VI secolo d.C. Negli anni 535-553 la guerra fra Goti e Bizantini interessò anche questa regione, portando distruzioni, rovine e carestie. Infine, la conquista longobarda, a partire dalla fine del VI secolo, pose le premesse per il passaggio all’età medievale» (PASQUINUCCI, 2003). 187 Sulla destabilizzazione del sistema fondiario romano tra VI e VII secolo si vedano CARANDINI, 1993 e GIUSTECHI CONTI, 1992, pp.17-20. 188 VALENTI, 1994 e VALENTI, 1995b. 189 BOLDRINI, PARENTI, 1991. 190 CAUSARANO, FRANCOVICH, VALENTI, 2003.
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da basamento in pietra o da un'armatura di pali posti ai limiti dell'escavazione.191 I confronti più stretti, soprattutto con Brescia-S.Giulia,192 sembrano dare conferma alla cronologia proposta in via preliminare dagli archeologi. Un’ulteriore forma abitativa attestata, cioè l’uso delle grotte in zone morfologicamente predisposte, rafforza ancora di più l’immagine decadente. Sembra essere una tipologia insediativa caratteristica della lucchesia settentrionale193 e del territorio grossetano meridionale,194 anche se recentemente sono stati individuati esempi nel senese a Pienza195 ed al Vivo d'Orcia196. Si riconoscono due diversi tipi e due diverse durate del loro sfruttamento. Nella Toscana meridionale interna il fenomeno rupestre è riscontrabile in modo significativo sui comprensori comunali di Sorano e Pitigliano (Grosseto) collegandosi a realtà abitative e funerario-religiose con una complessa gamma tipologica e lunghe frequentazioni.197 Si tratta invece di una scelta occasionale nell'Alta Valle del Serchio e nelle alture della Garfagnana (Lucca),198 con frequentazioni isolate di cavità rocciose naturali sparse sui rilievi costeggiati dal fiume. Grotte abitate limitatamente al periodo tardoantico sono state rintracciate sulla Pania di Corfino (Grotta del Cinghiale), a Soraggio (Caverna delle Fate), a Fabbriche di Vallico (Buca di Castelvenere). Erano scelte come ripari temporanei o stagionali nello sfruttamento dei boschi per la produzione di legname. Più che nella spelonca vera e propria, occupata solo occasionalmente, la frequentazione si svolgeva all'interno del riparo che ad essa introduce; qui sono stati rinvenuti i nuclei maggiormente cospicui di materiale ceramico indizio d’uso. Anche nell’alta valle dell’Albegna è attestato un riparo in grotta in località Montemerano nei
CELUZZA, FENTRESS, 1994. Si vedano per esempio BROGIOLO, 1991, pp.104-105; BROGIOLO, 1994a, pp.108-109. A BresciaS.Giulia due capanne relative alla prima occupazione longobarda avevano pianta quadrangolare con angoli stondati, dimensioni ridotte (edificio III: 3,80 x 3 m ed escavazione compresa tra 40-15 cm; edificio IV: 2,5 x 2,5 m ed escavazione di 80 cm), armatura di pali laterali ed alzati in rami intonacati. Altre capanne dello stesso periodo, circa una decina, erano anch'esse in tecnica mista con riuso di murature romane superstiti integrate da armatura di pali poggianti su basi in pietra o inseriti nelle murature, elevati in ramaglia rivestita d’argilla. 193 CIAMPOLTRINI et alii, 1991; si veda anche VALENTI, 1994 con bibliografia. 194 Si veda BOLDRINI, 1986-1987 per un'ampia disamina sulla zona; inoltre PARENTI, 1980 e BOLDRINI, DE LUCA, 1985. 195 In FRANCOVICH, VANNINI, 1981 sono presentati i materiali medievali rinvenuti nella Grotta del Beato Benincasa durante uno scavo preistorico. Una revisione della ceramica, effettuata nella relazione di Francovich-Valenti al convegno di Aix en Provence del 1995, ha proposto una cronologia di VI-VII secolo. 196 GALIBERTI et alii, 1996. 197 L’area, caratterizzata dalla presenza di tufi vulcanici, è stata indagata per meglio comprendere l'insediamento a lunga frequentazione di Vitozza. La ricerca, pur condizionata dagli effetti di uno sfruttamento delle grotte tufacee perdurato sino agli anni sessanta producendo sistemazioni degli ambienti e tecniche di scavo simili nel tempo o comunque difficilmente distinguibili dalle antiche, dà modo di ricostruire le tendenze insediative del territorio e datare l'inizio della stessa facies rupestre. 198 CIAMPOLTRINI et alii, 1991.
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pressi di una vila abbandonata.199 Il caso senese deve essere ancora investigato; in linea di massima propone similitudini con l'area lucchese nella scelta della grotta (vengono sfruttate cavità naturali) e la vicinanza dei rilievi amiatini potrebbe fare sospettare la medesima finalità. Su alcuni punti del modello sono sorte delle controversie. La proposta di un breve periodo di indipendenza delle famiglie contadine e di un mancato controllo della città sul territorio, è stata dibattuta soprattutto da Brogiolo.200 Delle obiezioni sono lecite; è vero che «conosciamo ancora troppo poco dei castelli, diffusi particolarmente nella lucchesia e nel grossetano e delle città, dove potevano risiedere i proprietari di poderi lavorati da servi e coloni». La presunta indipendenza contadina non riguarda comunque il periodo dell’occupazione longobarda; la mancata organizzazione in larga scala del territorio rurale da parte delle prime aristocrazie longobarde toscane non è stata proposta come segno di un’assenza di gerarchie sociali.201 Diverso è il caso della ceramica dipinta di rosso la cui presenza «mal si accorda inoltre con la presunta disorganizzazione del “modello caotico”».202 Questa produzione, pur diffusa sull'intera regione (Roselle, Fiesole e FirenzePiazza della Signoria, zona di Asciano, Lucca e suo entroterra, Volterra, Pistoia, Siena ed il senese, Arezzo) mostra peculiarità regionali e spesso subregionali; intorno alla metà del VI secolo, come già esposto in precedenza, si localizza e si semplificano le forme fabbricate, differenziandosi anche notevolmente, fino a scomparire.203
FENTRESS, 2002, p.262. BROGIOLO, 1997, p.109. 201 L’esempio proposto in FRANCOVICH, HODGES, 2003 a sostegno della presenza di segni di distinzione sociale non riscontrabili archeologicamente nella casistica insediativa ma ancora da individuare (sono presenti per esempio in traccia nei corredi delle necropoli di Castel Trosino e Nocera Umbra) è senz’altro giusto e centrato ma non inerente ai decenni del “caotico”. 202 BROGIOLO, 1997, p.109. 203 La classe in questione ha da poco ricevuto un'adeguata attenzione da parte degli archeologi e un riconoscimento come produzione con caratteristiche proprie. Per questi motivi viene identificata in modi diversi; i più diffusi sono ceramica verniciata di rosso, ceramica a vernice rossa tarda, ceramica dipinta, ceramica a copertura rossa, ceramica ingobbiata di rosso. Si tratta di recipienti con impasti molto farinosi e teneri, coperta di colore rosso (talvolta con tonalità bluastre causate da cotture eccessive) o tendente all'arancio. Sono comunque individuabili tre principali tipi di manufatto: con coperta di buona qualità molto somigliante ad una vernice sintetizzata; con coperta molto diluita ed evanide, in pratica un ingobbio colorato (rappresentano largamente le più attestate); con coperta parziale e distribuita in superficie a formare motivi decorativi di carattere geometrico (si vedano al riguardo le restituzioni di Fiesole-Via Portigiani e Lucca). Le ceramiche con motivo decorativo dipinto vengono rappresentate soprattutto da grandi piatti da portata e brocche-boccali; la vernice impiegata è la stessa presente nei prodotti qualitativamente peggiori. Nel senese, a Fiesole, a Lucca, le tre produzioni elencate, non mostrano differenze per quanto riguarda forme ed impasti e s’ipotizza che tutti i prodotti, sia con copertura uniforme sia con decorazione, uscissero dalle medesime officine; in altre parole siamo di fronte ad un'unica classe sulla cui definizione influiscono soprattutto la funzionalità ed i criteri stilistici rivelati dalle foggie. Per quanto riguarda le forme aperte, il filo di congiungimento sembra soprattutto la destinazione di tali ceramiche ad uso mensa e talvolta cucina, la costante ripetizione e rielaborazione di archetipi in sigillata africana D, ma non si escludono forme estrapolate da modelli in sigillata microasiatica ed in sigillata adriatica. Le forme chiuse non trovano invece confronti precisi ed è stata proposta recentemente per le restituzioni romagnole e fiesolane una derivazione da prototipi metallici; si tratta di un repertorio limitato soprattutto a pochi tipi con varianti interne,
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Il modello caotico non è stato esteso all’intera Toscana, mettendo in rilievo come la situazione poteveva essere più articolata in quelle zone che possono considerarsi strategiche o di frontiera.204 Qui l'insediamento pare essersi organizzato soprattutto in centri fortificati di altura, anche se sono pochi i riscontri da ricognizione e di scavo. Per il sud viene proposta la presenza di fortificazioni bizantine (una linea meridionale composta da Cosa,205 forse Roselle,206 forse Talamonaccio,207 Capalbiaccio,208 Sovana, Saturnia ed altre piccole località; una linea settentrionale estesa fra la zona di altura di Tirli-Scarlino e le alture di Roccastrada) parallele al corso dell'Albegna e facenti parte di una frontiera fluttuante, benchè l'ipotesi tenga conto soprattutto di vecchi rinvenimenti occasionali e dell’analisi toponomastica.209 Anche per la zona di Vitozza si è ipotizzato una situazione simile. I dati, comparati con studi relativi alla zona dell'Alto Lazio (limitrofa, paesaggisticamente simile e talvolta collegata: per esempio il limes longobardo-bizantino del tardo VI-VII secolo) hanno evidenziato che gli abitati rupestri si situano con regolarità su speroni naturalmente difesi alla confluenza di due fiumi, componendo una rete insediativa molto fitta. Decine di piccoli villaggi in grotta, la cui vicinanza impedisce un ampio controllo visivo del territorio. In molti casi sono preesistenti alla costruzione di castelli collocati nei loro pressi. Prove in tal senso sarebbero riscontrabili nelle grotte tagliate dai fossati artificiali delle fortificazioni aldobrandesche di Vitozza apparentemente realizzate alla fine del XII secolo; in altri siti, nelle grotte
essenzialmente boccali, brocche e bottiglie. Si vedano al riguardo FRANCOVICH, VALENTI, 1997; VALENTI, 1995a; VALENTI, 1999. 204 VALENTI, 1995b; VALENTI, 1999. 205 A Cosa, dopo una lunga crisi demografica, è riconoscibile una rioccupazione nel corso del VI secolo circa, quando sull'arx venne costruita una mansio con granaio, fienile ed una grande stalla per cavalli; nella zona del Foro furono impiantate costruzioni in gran parte destinate ad uso civile ed anch'esse cinte da mura di fortificazione. Sono inoltre riconoscibili case in muratura, una chiesa con cimitero ed un forno da pane. Potrebbe trattarsi della fondazione del nuovo centro amministrativo di Ansedonia, imperniato su una cittadella con carattere militare nella zona dell'arx e su una zona popolare circostante (si veda CELUZZA, FENTRESS, 1994 con bibliografia; inoltre FENTRESS, 2003). Questa interpretazione è stata parzialmente contestata. Pur restando valido il modello di città-fortezza, la nuova strutturazione dell'arce viene vista come una vera e propria fattoria fortificata che poteva qualificarsi come castellum privato; in pratica si propone, dietro la spinta della nuova classe di proprietari goti (molto consistente in questa zona), uno «sfruttamento di aree urbane come "ville" secondo il modello che segnalava Rutilio Namaziano» (si veda CIAMPOLTRINI, 1994, p.603). 206 Roselle, alla fine del V-inizi VI secolo, subì alcuni interventi nella zona centrale: viene costruita una grande chiesa sulle rovine delle terme adrianee, dotandola di fonte battesimale e cimitero ordinato su terrazzi; la strada basolata di età imperiale venne obliterata innalzando il livello di calpestio attraverso gettate di terra e materiali di crollo, mentre l'edificazione di un muro di terrazzamento coprì parzialmente gli ingressi di case-bottega adiacenti alle pendici della collina nord. In questa fase la città, uno degli ultimi caposaldi bizantini sulla costa toscana, doveva essere dotata di una fortezza, per il momento ipotizzata nell'anfiteatro (si veda CELUZZA, FENTRESS, 1994 con bibliografia). 207 von VACANO, 1988; FENTRESS et alii, 1991, p.208. 208 DYSON, 1985. 209 KURZE, CITTER, 1995. 75
poste fuori dai circuiti fortificati. Sono oggetto di frequentazione almeno sino dall'età tardoantica e per tutto l'alto medioevo come indiziato dai loculi di deposizione paleocristiana di IV-V secolo e dalla chiesa rupestre riconosciuti a Vitozza. In questo periodo i villaggi in grotta, affiancati da capanne sparse poste sui pianori, sono spesso difesi da fortificazioni e installazioni di tipo militare delle quali rimangono tracce di fossati o evidenze di torri. Solo apparentemente più chiara (analisi archeologica abbinata a lettura di documenti, verifica della continuità toponomastica e rilettura di vecchi rinvenimenti) si rivela la situazione del nord, dove pare stabilizzata una rete di roccaforti a protezione di Lucca. Erano in gran parte castella bizantini o di età gota (il castellum de Carfaniana, il Castrum Novum, il castellum Aghinulfi nella Garfagnana, il castellum Uffi in Versilia), sfruttati poi dai longobardi per garantire i confini con Luni e presidiare la via di penetrazione per la Maremma e Chiusi (zona intorno al quale si ipotizzano almeno tre centri fortificati: il castrum Faolfi, Montepulciano e Sant’Antimo), chiave di volta per raggiungere Roma.210 Nei loro immediati entroterra, la popolazione si raccoglieva in abitazioni la cui disposizione e collocazione geografica rientra nello schema tracciato per il periodo caotico: sorgono in zone già coltivate in età tardoromana e sfruttano talvolta i ruderi di ville abbandonate verso gli inizi del VI secolo. E' stato ipotizzato che le fortezze fungessero anche da centri amministrativi in embrione del popolamento circostante, per lo meno fino a tutto il periodo bizantino.211 Ma in questo caso, pur con i limiti di teorie che non hanno il supporto di ricognizioni sistematiche o di scavi estesi, la traccia di un’organizzazione del territorio si basa sulla compresenza di più elementi: le fortezze come centri di riferimento, l’abitato sparso nei loro entroterra, la presunzione dell’imposta fondiaria annuale che i bizantini avrebbero continuato pur con difficoltà a riscuotere, tentando di generalizzarla alla fine del conflitto poichè essenziale per il mantenimento dell'esercito. L’impressione che però si ha guardando ai pochi casi di scavi effettuati in coincidenza di castra, è quella di una rete di fortificazioni abbastanza elementari e mai di complessi imponenti come negli esempi dell’Italia alpina. Una sorta di avamposti dai quali sembra difficile organizzare ed amministrare organicamente un territorio. Il loro peso sulle vicende della rete insediativa dovrebbe essere quindi ridimensionato. Con le parziali eccezioni di Cosa e Roselle (dove le fortificazione sono comunque ridotte e limitate ad una sola parte del centro), l’unico contesto realmente indagato in Toscana corrisponde a Filattiera, ricostruibile come una fortificazione in pietra presso Montecastello ed in un campo trincerato presso Castelvecchio, anche se gli
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Si veda CIAMPOLTRINI, 1990. CIAMPOLTRINI, 1995. 76
scavi qui condotti non hanno interessato un'area particolarmente estesa. A Monte Castello, castrum bizantino databile fra V e metà VII secolo, la fortificazione era costituita da una spessa cinta muraria, conservata su un lato per circa 100 m, e cingeva una superficie di circa 3500 mq. Affiancato alla cinta muraria, verso l'interno, era collocato un edificio rettangolare in pietra (30 m x 8 m circa), diviso in tre ambienti, con un focolare rettangolare delimitato da lastre litiche, la cui fondazione è datata al V secolo tramite analisi su reperti antracologici. L'insediamento dovette essere frequentato saltuariamente. A Castelvecchio sono stati trovati i resti di un campo trincerato, che occupava un'area estesa 800 mq circa, interamente attraversato da una strada acciottolata, difeso mediante due valli affiancati (profondi e larghi 2 m) e da un aggere in ciottoli sormontato da una palizzata. La povertà dell'insediamento, datato fra V-VII secolo, ha fatto avanzare l'ipotesi di una realizzazione legata a mercenari germanici al soldo dell'Impero bizantino. Si tratta forse di un elemento di difesa piuttosto limitato e direttamente connesso al sottostante villaggio della pieve di Sorano: una specie di rifugio fortificato.212
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5.2 - Insediamento accentrato
Il modello caotico, in sostanza, fotografa una Toscana dove convivevano delle realtà solo in parte diverse. Esistevano zone nelle quali il peso della grande e media proprietà pare essere stato ormai azzerato e la scarsa popolazione viveva per la propria sussistenza, dove il legame cittàcampagna sembra essere venuto meno e le due forme insediative si omologano all’interno di un quadro economico, sociale e demografico livellato verso il basso. Esistevano anche zone nelle quali si individuano le stesse manifestazioni di crisi e dove un governo delle scarse risorse territoriali doveva essere tentato soprattutto per sovvenzionare le truppe bizantine ancora presenti per alcuni anni dopo la guerra greco-gotica.213 Ciò non toglie che, in altre aree della regione, future ed auspicabili ricerche impostate su ricognizione e scavi mirati non possano rivelare tipi diversi di occupazione e di gestione della terra. Per esempio l’esistenza di zone nelle quali, di fronte ad un abbandono generalizzato della campagna
Si veda GIANNICHEDDA, 1998; inoltre GIANNICHEDDA, LANZA, 2003. Recentemente Wickham, tentando una sintesi sull’archeologia dell’alto medioevo italiano degli ultimi venti anni (WICKHAM, 1998) nella quale ha affrontato anche il “caotico”, ha messo in evidenza che per quanto carico di suggestione non può essere esteso all’intera Italia ed all’intera Toscana. Inoltre, come già nel corso del VII secolo, i villaggi dovevano essere stati parte di una gerarchia insediativa. Le osservazioni sono giuste ma d’altro canto si deve sottolineare che il modello non è mai stato esteso all’intera regione nè tantomeno all’intera Langobardia. Allo stesso modo il modello non investe la realtà insediativa di VII secolo.
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sopravvissero forse delle deboli forme di organizzazione della proprietà con attardamenti sino alla fine del VI secolo, come parrebbero mostrare alcune recenti ricognizioni nel grossetano, tra la valle dell’Alma e la valle dell’Osa.214 L’eventuale incremento delle casistiche insediative confermerà ulteriormente che il periodo del caos segnò la frattura definitiva con l’organizzazione tardoantica delle campagne. La fine del VI e gli inizi del VII secolo rappresentano così una fase cruciale per la storia insediativa del medioevo, come sottolineano anche i modelli elaborati a livello italiano evidenziando nel loro insieme un’eterogenea geografia nazionale del popolamento proprio perchè legata a decenni di trasformazione. Il confronto con il nord dell’Italia, per esempio, propone senza dubbio delle differenze sostanziali con la Toscana. Se tendenzialmente le aree dell’antica Emilia non differiscono molto dal quadro tracciato,215 il panorama insediativo settentrionale sembra invece non aver visto mai la cessazione di un potere effettivo sulle campagne, collegandosi alla tenuta dei centri demici fortificati (i castra) sviluppatisi pienamente tra VI e VII secolo, inoltre con l’affermazione di «una costellazione di insediamenti nucleati minori che allentano, e in taluni territori spezzano il rapporto città campagna, anticipando fenomeni che avranno pieno sviluppo in età feudale».216 Il contributo dell’archeologia è quindi insostituibile per comprendere la novità dell’insediamento altomedievale; una realtà che si và rivelando molto complessa e differenziata, oltre che regionalmente anche tra aree territoriali vicine, dove l’inserimento dei longobardi non fece altro che accentuare i processi in corso e, da lì a breve, dare luogo a nuove forme insediative. La ricerca storica tende invece a proporre una rete di popolamento più semplice e quasi lineare, articolata in centri di villaggio e per lo più in case costruite direttamente sui fondi coltivati, poi cresciute di numero nell’VIII secolo.217 L’immagine, dedotta dai contratti di livello pervenutici, proiettata retroattivamente anche a tutto il VII secolo, è quella di una campagna
Si ringrazia per le informazioni Emanuele Vaccaro, che svolge le indagini territoriali nell’ambito del XIX ciclo del dottorato in Storia e Archeologia del Medioevo dell’Università di Siena. 215 GELICHI, GIORDANI, 1994. 216 BROGIOLO, 2001. 217 Si veda per il ruolo dell’insediamento sparso nell’Italia longobarda SETTIA, 1982, pp.460-470 e SETTIA, 1991, pp.167-284. Inoltre la trattazione in ANDREOLLI, MONTANARI, 1983, pp.177-200 dove, pur riconoscendo la contemporaneità di villaggi e case singole e diversità regionali da appurare, si afferma (p.180) che «In Italia, nei secoli VIII-IX, il modello prevalente di habitat sembra essere quello sparso» e più avanti «Sembra dunque che ci troviamo di fronte ad un modello insediativo di tipo prevalentemente “poderale”: il manso appare un’unità aziendale compatta, autonoma nei suoi confini, delimitata con chiarezza nella sua individualità». Più avanti stemperano le loro affermazioni (pp.181-182), per poi riprenderle nuovamente con forza (p.188) scrivendo «non infirma l’impressione che nell’Italia altomedievale, fino a tutto il secolo IX, il modello di gran lunga prevalente di occupazione del suolo sia stato quello dell’insediamento sparso, (…). Un paesaggio anch’esso “decentrato”».
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caratterizzata in maniera considerevole da singole unità poderali in cui risiedevano famiglie contadine dipendenti e spesso piccoli allodieri.218 In realtà la portata di queste ipotesi deve essere valutata proprio per i limiti di fondo che presentano; come è stato osservato gli «atti privati, per parte loro, rivelano un campionario di patrimoni che deve essere trattato con molte precauzioni. I trasferimenti che interessano parcelle isolate, gruppi di parcelle o complessi fondiari modesti non costituiscono la prova di una forte prevalenza del piccolo allodio rurale» e di conseguenza «ci sfugge, fino al secolo VIII, qual'era la distribuzione reale delle ricchezze, quali erano le dimensioni dei patrimoni, la loro struttura e la loro mobilità, le loro tendenze al frazionamento o alla concentrazione. Anche se la situazione diventa meno disperata in Italia che in altre parti dell'occidente, le conclusioni alle quali si può legittimamente arrivare rimangono modeste e banali».219 Le fonti archeologiche toscane, indirizzano verso conclusioni opposte nella ricostruzione dei quadri insediativi.220 Tra la fine del VI ed il VII secolo le abitazioni di “caotico” sono già abbandonate a favore di un nuovo tipo di popolamento raggruppato in centri. Le espressioni abitative «rilevate nelle fasi tardive di occupazione (precedenti all’età longobarda) non ebbero quasi mai esito»,221 segnando la formazione ed il successo secolare delle comunità agrarie.222 L’assenza dell’insediamento sparso pare dimostrata dal “vuoto” archeologico sul territorio. Le ricognizioni di superficie raramente rintracciano le evidenze di una o più abitazioni altomedievali isolate o gli edifici di piccole fattorie ed il campione di territorio esplorato (nell’insieme dei progetti di carta archeologica delle provincie di Siena, Grosseto e delle Colline Metallifere) è decisamente significativo per ampiezza (pari al 23,77% del due provincie e, come abbiamo già ricordato, all’8,60% dei 22990 kmq circa della Toscana). Spesso la causa dei mancati rinvenimenti viene collegata dagli stessi archeologi alla labilità dei depositi ed alla scarsa conoscenza dei materiali ceramici: «un ritorno al modello preromano di autosufficienza, con capanne in legno a graticcio ricoperto di argilla e ceramiche fatte a mano, li esclude dall’analisi archeologica».223 Ma ambedue le spiegazioni non convincono; per giustificare il vuoto archeologico, ci si nasconde dietro spiegazioni oggi
In PASQUALI, 2002, p.10, nella sintesi sugli studi concernenti l’economia rurale fra VI e XI secolo, si sottolinea come la presenza della piccola proprietà degli allodieri, ormai assunta a certezza nella letteratura, sia in realtà una supposizione poichè scarsamente documentata. 219 TOUBERT, 1995, p.188. 220 Ci riferiamo soprattutto alla parte centrale e meridionale del territorio toscano poiché il nord della regione non è stato indagato in modo estensivo, né tramite ricognizioni di superficie né attraverso scavi. 221 GELICHI, 2001, p.230. 222 Recenti ricerche per esempio, confermano anche per l’esteso territorio compreso tra le diocesi di Massa e Populonia, come il VII secolo si caratterizzi per la presenza rigorosa di villaggi (DALLAI, 2003). 223 CHRISTIE, 1995, p.145.
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inaccettabili. Grazie ad un lavoro puntuale sui materiali provenienti dai contesti della Transizione224 e da scavi sui castelli,225 disponiamo infatti di seriazioni ceramiche sempre più approfondite. Inoltre è lecito domandarsi per quale ragione solo i depositi altomedievali, formatisi conseguentemente all'abbandono degli edifici in materiale deperibile, dovrebbero rimanere celati nel terreno od irriconoscibili, quando ogni indagine di superficie individua i resti di capanne protostoriche, etrusche, romane e tardoantiche? Non convincono neppure alcune recenti e troppo semplicistiche ipotesi sullo scarso interro dei depositi altomedievali rispetto a quelli di più antica formazione e conseguentemente un loro depauperamento più accellerato.226 La questione è quindi più complessa e archeologicamente non possiamo che sottolineare l’esistenza di popolamento rurale raccolto in forme accentrate per tutto l’altomedioevo.227 La causa del vuoto di presenze deve essere quindi ricercata nelle modalità di sviluppo della rete insediativa, che sin dalla fine del VI-VII secolo ebbe inizio prevalentemente attraverso la costituzione di villaggi. Furono frequentazioni di lungo periodo, talvolta ininterrotte sino ad oggi, dove le testimonianze più antiche venivano obliterate con il succedersi delle fasi di occupazione e delle ristrutturazioni funzionali degli spazi.228
In generale si veda SAGUI’, 1998. Per la Toscana si ricorda ancora VALENTI, 1995a; FRANCOVICH, VALENTI, 1997. 225 Si vedano i recenti studi sui materiali provenienti da Poggibonsi, Montarrenti e Scarlino (VALENTI, 1996a; CANTINI, 2003; MARASCO, 2003 inoltre CANTINI, 2000; CANTINI, 2003 c.s.) nonchè il confronto fra Rocca di Campiglia e Rocchette Pannocchieschi (BOLDRINI, GRASSI, 2003). 226 FELICI, 2004. 227 Per una trattazione più estesa di questo tema si veda FRANCOVICH, VALENTI, 2000 e FRANCOVICH, VALENTI, 2001. 228 In generale, l'eventualità di rintracciare depositi altomedievali tramite la prospezione è risultata possibile di fronte ad una casistica particolare di emergenze, legata a contesti con cronologia di IX-XI secolo: siti definibili "fallimentari" e siti incastellati abbandonati con superfici circostanti non urbanizzate. Si tratta in tutti i casi di insediamenti accentrati. La definizione di "siti fallimentari" individua quei nuclei di popolamento che, costituitisi durante una congiuntura favorevole allo sviluppo della rete insediativa, furono abbandonati precocemente. Per adesso tali centri sono stati localizzati in aree d'altura coperte da vegetazione boschiva; spazi connotati da terreni leggeri e ad alto tasso di acidità che, non adatti all'insediamento od a seguito di vicende proprie, hanno visto occupazioni di breve durata. Le indagini sui siti incastellati abbandonati e con superfici circostanti non urbanizzate hanno dato modo di rintracciare stratificazioni altomedievali, confermando l'esistenza di agglomerati aperti successivamente cinti da mura. Si veda per alcuni esempi di “siti fallimentari“ l’esperienza svolta sui monti del Chianti (VALENTI, 1995b) dove sono stati individuati contesti con ceramiche databili tra IX-XI secolo. In particolare, in località Istine (Radda in Chianti), una sommità collinare di forma allungata, a dominio del torrente Pesa, si presenta come una piattaforma intagliata nella roccia. Lo scavo di trincee ha mostrato l'esistenza di alcune strutture tipo capanna, con grande palo centrale, forse elevati in materiali misti (pietra e legno) e spessi strati carboniosi. La superficie non mostrava alcun tipo di materiale; la visibilità era inoltre quasi azzerata dalla vegetazione stabile. Si vedano come esempio del secondo tipo di rinvenimento ancora le esperienze svolte nella provincia di Siena. Nella zona del Chianti senese e della Berardenga, le ricognizioni in località Sestano hanno permesso di trarre informazioni da spazi boschivi e da sezioni occasionali, create dall'apertura di un sentiero. Presso La Fonte, due rilievi collinari in successione continua, con sommità arrotondata e versanti in lieve pendenza,
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Rappresentarono l’ossatura sulla quale s’impostò l’insediamento dei secoli centrali del medioevo e le cui tracce sono riconoscibili solo scavando. Tutto ciò non vuol dire che l’insediamento sparso sia in assoluto improponibile. Su basi documentarie, per la piana di Lucca e la Garfagnana (Toscana settentrionale) e per il Chianti e le zone amiatine (Toscana centromeridionale), Wickham ha continuamente presentato reti insediative articolate su centri di popolamento alternati ad aree di insediamento più rarefatto.229 Ma l’evidenza negativa della ricerca archeologica, non sta fornendo conferme e se, a dire il vero, sono mancati finora dei progetti di ricerca estensivi nella lucchesia, le ricognizioni di superficie hanno invece interessato ampie parti del territorio amiatino e del Chianti senese.230 Esiste quindi una discrepanza tra quanto si può evincere dalle fonti scritte e quanto invece dalle fonti materiali. Dal punto di vista archeologico, però, la scarsità dei rinvenimenti suggerisce che il ruolo dell’insediamento sparso nelle vicende insediative della regione, soprattutto per le aree centromeridionali (cioè quelle sottoposte a ricerche territoriali), dovette essere molto marginale, mentre un posto centrale fu occupato dai villaggi. Alcune emergenze ascrivibili al maturo alto medioevo, per esempio, sono state identificate durante le prospezioni nei dintorni di Follonica nel grossetano231 e nella Val d’Elsa senese. Nel primo caso si tratta di reperti mobili ascritti al IX secolo ed interpretati come indizio di un podere legato alla vicina corte di Valli; la datazione si basa però su indicatori cronologici molto dubbi. Nella Val d’Elsa, presso le località Staggia (castello dal 994 sorto su un centro preesistente), Talciona (castello già nel 998) e Valle (castello già nel corso del X secolo), alcune emergenze di superficie ascrivibili in un ampio lasso cronologico di trecento anni (VIII-X secolo)
coperti da bosco e delimitati dalla confluenza fosso di Calceno-fiume Ombrone, contengono depositi archeologici relazionabili ad un insediamento composto da più edifici in materiali deperibili. Le strutture del complesso si estendono inoltre su ambedue i versante dei rilievi collinari e sulle loro sommità. Si tratta probabilmente dello scomparso castello di Cerrogrosso attestato nella metà dell’XI secolo dalle fonti scritte, che descrivono un nucleo di estensione ridotta, una chiesa e la probabile origine da una curtis. La ceramica proveniente dalle sezioni è ascrivibile nel corso del X secolo e mette in risalto la presenza di un nucleo aperto preesistente al castello stesso. Anche il caso di Valcortese rappresenta un esempio ottimale. Citato sino dagli inizi dell'XI secolo, oggi è un'emergenza monumentale in completo disfacimento ed invasa da vegetazione boschiva. La ricognizione ha rivelato la presenza di due lunghe sezioni occasionali, distanti alcune decine di metri dal castello, con tracce di stratificazioni ascrivibili al X-XI secolo e relative ad abitazioni in materiale deperibile con tetto in laterizi. Questi depositi sono indizi di un villaggio aperto più antico del castello; non si esclude che possa trattarsi di un nucleo aperto poi fortificato con la recinzione della parte più innalzata. A Murlo presso la località Poggio Castello (CAMPANA, 2002), un insediamento fortificato attestato nelle fonti scritte dalla metà dell'XI secolo con il toponimo di Montepescini, l'indagine di superficie ha rivelato sugli spazi circostanti molte presenze di materiali mobili; tra esse si distinguono sette concentrazioni con ceramiche databili tra IX e XI secolo. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un nucleo aperto poi trasformato in castello con la recinzione della parte più innalzata. 229 WICKHAM, 1989a; WICKHAM, 1995; WICKHAM, 1997. Sulle stesse posizioni per la zona aretina si veda DELUMEAU, 1996. 230 CAMBI, 1996; VALENTI, 1995b. 231 CUCINI, 1989. 81
sono forse interpretabili come componenti di villaggi a maglie larghe anteriori alla fondazione dei castelli. Questi esempi, pur con un tasso di affidabilità incerto per lo scarso stato di conservazione dei reperti e degli ipotetici depositi,232 non prospettano eccezioni al modello "siti di successo", confermando una tendenza verso l’insediamento nucleato; la loro collocazione spaziale sottolinea di nuovo come il villaggio sembra rappresentare una realtà dominante. Altre apparenti evidenze di insediamento sparso interpretato come piccole case di legno in connessione con una rete di abitati accentrati, sono state recentemente presentate per alcune aree della bassa valle dell’Albegna. Le caratteristiche delle emergenze dei materiali in superficie (circa 5 x 5 m, alcune tegole da copertura ed in genere prive di pietre), la cronologia ampia ad esse attribuita (VII-IX secolo), i criteri stessi di datazione (basati sulla presenza di frammenti ceramici riconducibili ad una brocca globulare a fondo piatto ed ansa a nastro complanare al bordo individuata come “fossile guida” che trova in realtà confronto con analoghe forme datate tra metà VIinizi VII secolo) fanno suscitare dei dubbi. Non sembra trattarsi di piccole case di legno altomedievali, piuttosto di quelle stesse case in terra e copertura laterizia dell’età della transizione.233
5.3 – La formazione del villaggio
Un problema di difficile soluzione è comprendere come nacque la nuova rete insediativa. In un’elaborazione iniziale del modello caotico erano state proposte una serie di eventualità che, cercando di trovare una spiegazione all’evidente accentrarsi del popolamento, ipotizzavano nella funzione attrattiva degli edifici religiosi e, più o meno contemporaneamente, nelle iniziative di carattere aristocratico i promotori della nascita dei villaggi.234 Ad essi si aggiungeva l’ulteriore possibilità di un’aggregazione spontanea delle famiglie rurali; l’abbandono delle case di caotico e la loro sostituzione con centri di popolamento più complessi sarebbe così derivata anche dalla necessità dei contadini di vivere raggruppati. Oggi possiamo discutere questi aspetti tramite una disponibilità maggiore degli elementi di riflessione. Il ruolo accentratore della chiesa deve essere ridimensionato; i riscontri archeologici evidenziano soprattutto come l’edificio religioso sia stato assente dai villaggi altomedievali riconosciuti al di sotto dei castelli toscani.
VALENTI, 1999. Tali emergenze sono state impiegate per calcolare un’eventuale divisione in unità di coltura del territorio legato ai centri di villaggio e proporre così modelli grafici e spaziali dell’insediamento e del territorio. 233 FENTRESS, WICKHAM, 2002, pp.260-261 in particolare e nota 4. 234 Questa ipotesi, priva di riscontri di scavo, si basava sulla coincidenza fra gli abbandoni delle abitazioni di età caotica e la comparsa di chiese nelle loro vicinanze. La riconversione delle aree rurali nell'orbita di poteri ben definiti veniva collocata in tale periodo, parallelamente al ritrovato interesse della chiesa e l'avvento di organismi fondiari legati all’aristocrazia.
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Nei rari casi in cui è invece attestato, sembra rimandare a realtà insediative particolari e meno frequenti, che ebbero un carattere più importante del semplice agglomerato rurale. Pensiamo in particolare al contesto di San Genesio (vico Uualari) nell’empolese, indagato da pochi anni ma con risultati già indicativi. Si tratta di un centro di grande estensione, cresciuto probabilmente intorno ad una chiesa sorta a sua volta su spazi di intensa frequentazione tardoantica (non è però ancora accertata la continuità) ed assurta nel tempo ad un ruolo prestigioso, come testimoniano l’assemblea ivi tenuta nel 715 per redimere la famosa controversia tra i vescovi di Arezzo e di Siena.235 Un abitato sviluppatosi progressivamente più in forma di agglomerato urbano e aderente alla definizione di vicus proposta da Castagnetti per la Langobardia: il villaggio contadino che rappresentava, nell’ambito di un’accentuata ruralizzazione delle strutture politico-amministrative, il punto di coagulo dei vincoli di solidarietà fra i suoi abitanti ed in grado di configurarsi con una certa autonomia amministrativa.236 Lo ritroviamo citato tra fine X e XII secolo nell’itinerario di Sigerico ed in quello di Nikulas abate di Thingor. Inoltre fra il 1055 ed il 1164 fu la sede prescelta per le diete indette dai messi del potere imperiale, raccogliendovi i rappresentanti delle città e delle alte aristocrazie toscane.237 Nella casistica dei contesti insediativi altomedievali toscani l’edificio ecclesiastico, quindi, non sembra essere stata un elemento “fondamentale” del villaggio. Azzara, in un contributo recente di sintesi, ha osservato: «la capacità di attrazione di una specifica chiesa potrebbe aver pur sempre favorito lo svilupparsi nel tempo di un nuovo nucleo demico attorno ad essa» e «a sua volta, avrebbe potuto farle ottenere il rango di pieve, se già non lo possedeva».238 Ciò non toglie che le manifestazioni archeologiche individuate nella nostra regione sembrano indicare nei centri privi di chiesa la forma insediativa predominante e piuttosto negli esempi archeologici più chiari come San Genesio (che rientra a pieno titolo nella casistica di Azzara) le eccezioni. Oltretutto, non si potrà ignorare, anche di fronte ad una futura ed eventuale dimostrazione del contrario, come questo sia il fenomeno finora più macroscopico; in tutti i centri indagati (con la sola eccezione di Scarlino per il IX secolo) l’edificio ecclesiastico continua a non far parte delle
Nell’assetto territoriale della Toscana di età longobarda, Siena fu favorita con un accrescimento della sua giurisdizione civile a spese di Arezzo. Di conseguenza i vescovi senesi pretesero l’ampliamento della diocesi fino alla sovrapposizione con il distretto cittadino, dando così inizio alla plurisecolare questione dell’appartenenza delle chiese battesimali poste nella fascia di confine. Tra i tanti interventi sulla questione si vedano SCHNEIDER, 1975; SETTIA, 1982; TABACCO, 1966; TABACCO, 1969; TABACCO, 1973a; VIOLANTE, 1982. 236 CASTAGNETTI, 1982; CASTAGNETTI, 1991; inoltre GALETTI, 1991. 237 CANTINI, 2002. 238 AZZARA, 2001, p.5.
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strutture comunitarie. Riconoscere la presenza e la destinazione funzionale della struttura quando non venne costruita in muratura è difficile, soprattutto in contesti insediativi caratterizzati da grandi quantità di buche di palo spesso appartenenti a fasi diverse e molto ravvicinate nel tempo. Ma una gamma di casi per effettuare confronti, seppure quantitativamente non estesa, esiste.239 Pertanto la non evidenza archeologica di questo tipo di edifici è interpretabile come assenza certa tra le componenti del villaggio: una tendenza forse confermata anche dalle fonti scritte per i centri di popolamento rurale della Toscana dell’intero periodo longobardo che propongono chiese isolate e sparse nel territorio.240 Alcune congetture, che sostanzialmente non differiscono dal quadro tracciato, sono proponibili sulla base dei dati di ricognizione per chiese poste nella Versilia, in Val d'Elsa, nel Chianti senese e nella Garfagnana. Alla Pieve di San Giovanni e Santa Felicita nei pressi di Pietrasanta, documentata dalle fonti scritte dal IX secolo, le arature nei campi circostanti hanno portato alla luce alcuni reperti mobili; attestano una frequentazione da porsi nel VI secolo conclusasi agli inizi del VII secolo, sottoforma di pochi edifici in legno e con riutilizzi di strutture precedenti.241 A Galognano in comune di Colle Val d'Elsa, la chiesa esisteva già nel VI secolo come rivela il rinvenimento di un tesoretto composto da suppellettili dedicate;242 le
I casi indagati di chiese in legno, provenienti soprattutto dall’Italia settentrionale, sono pochi: San Pietro a Gravesano (sacello di IV secolo), San Martino a Sonvico (prima metà del VII secolo), Chiesa Rossa a Castel San Pietro (VII secolo?), Sant’Ilario a Bioggio (prima metà VIII secolo), San Vittore a Terno d’Isola e Santa Maria Nullate a Fermo alla Battaglia (generico altomedioevo), infine San Tomè a Carvico (prima metà VII secolo). De Marchi, tipologizzando gli impianti edilizi fra tardoantico ed altomedioevo, ha sottolineato che le strutture in legno possono presentarsi come un semplice sacello rettangolare od essere provviste di abside trapezoidale o semicircolare sia realizzato tramite pali sia in pietre; in un secondo momento vennero ricostruite in muratura. Si veda DE MARCHI, 2001. Una ricca tipologia di églises en bois du haut moyen-age riconosciute da scavo è invece disponibile per la Svizzera; al riguardo si veda BONNET, 1997. San Tomè rappresenta ottimamente questo tipo di successione nella tipologia degli edifici (BROGIOLO, 1986; BROGIOLO, 1990; BROGIOLO, GELICHI, 1996). Lo scavo ha identificato quattro fasi principali. La prima è rappresentata da un edificio absidato in legno. poi ristrutturato (seconda fase) attraverso l’aggiunta di basamenti in pietra per l’appoggio dei pali lungo l’asse centrale (datati da una fibula ageminata di VII secolo). La terza fase vede l’abbattimento dell’edificio in legno per far posto ad una costruzione absidata in muratura, interessata successivamente da una ripavimentazione. Nell’ultima fase si realizzano opere difensive, costituite da un fossato con terrapieno, all’interno del quale si è rinvenuta una moneta di Carlo Magno. Nell’area del nartece, contemporaneo alla chiesa in muratura, erano presenti cinque sepolture, di epoca leggermente più tarda. 240 SETTIA, 1991, pp.167-284. 241 PARIBENI ROVAI, 1995, pp.170-177. 242 Si tratta di un corredo eucaristico noto con il nome di «Tesoro di Galognano», composto da sei oggetti in argento: quattro calici, una patena ed un cucchiaio. La scoperta è stata effettuata casualmente nel 1963 in un campo distante 80 metri dalla chiesa romanica di San Lorenzo in Pian dei Campi (von HESSEN et alii, 1977; KURZE, 1989; SANTI, 1994; MUNDEL MANGO, 1986; von HESSEN, 1990; ARCAMONE, 1984). Il corredo è costituito da manifatture in argento: un calice grande, due calici medi, un calice piccolo, una patena, un cucchiaio. Si distingue da analoghi tesori altomedievali rinvenuti in Italia perchè sicuramente ex proprietà di una chiesa, quella di Galognano, come attesta l'iscrizione presente su uno dei calici medi: «+ HUNC CALICE (M) PUSUET HIMNIGILDA AECLISIAE GALLUNIANI». Sulla patena corre invece la scritta incisa a bulino e poi niellata (si scorge il residuo in corrispondenza della "S") «+ SIVEGERNA PRO
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ricognizioni hanno mostrato la presenza di tre piccole emergenze con la stessa cronologia.243 A San Marcellino, nel Chianti, la pieve altomedievale fu edificata sul sito di una villa frequentata fino in età tardoantica ed i campi circostanti evidenziano l'esistenza di uno scarso popolamento che non si pone oltre alla metà-fine del VI secolo.244 Santa Cristina in Caio a Buonconvento, pieve attestata per la prima volta nell’anno 815 sorse anch’essa nelle vicinanze di una grande villa lungamente frequentata che tra IV e VI secolo ospitava un’area cimiteriale.245 I pochi frammenti ceramici posteriori al V-VI secolo rinvenuti durante accurate ricognizioni nei suoi dintorni, non concedono di ipotizzare la presenza di un villaggio sviluppatosi in connessione all’edificio religioso e non retrodatano la chiesa stessa.246 Allo stesso modo è difficile collegare le ceramiche di metà VI-inizi VII secolo rinvenute in passato alla villa di Massaciuccoli ad un centro di popolamento stabile.247
Figura 49
In molti dei casi elencati, le ricognizioni attestano presenze di scarso conto, da leggere come un semplice addensamento demografico intorno agli edifici ecclesiastici. Le emergenze di reperti mobili in superficie potrebbero poi rappresentare abitazioni di “caotico” abbandonate prima della costruzione degli edifici religiosi; le frequentazioni hanno termine tra VIforse inizi VII secolo e non abbiamo indizi della continuità di popolamento nell’alto medioevo: sembrano delle brevi esperienze insediative fallite quasi sul nascere.248 Mancano sia dati di scavo sia di ricognizione che indichino una delle molte chiese rurali toscane ergersi a promotrice o perno della formazione di un nuovo insediamento agricolo o silvo-pastorale di lunga frequentazione sino dal VI-VII secolo.249
ANIMAM SUAM FECIT». Dal punto di vista linguistico si tratta di un latino ormai lontano dalle forme classiche e con elementi estranei alla declinazione; per esempio «CALICE» è privo della terminazione dell'accusativo, «PUSUET» sostituisce pusuit, «AECLISIAE» sostituisce invece ecclesiae. I nomi delle due donatrici, cioè «HIMNIGILDA» e «SIVEGERNA» sono di origine ostrogota; il secondo, per esempio (ARCAMONE, 1984, p.254), è un nome composto con i temi germanici sibajo- (stirpe) e -gerno (premurosa). Attestano la presenza di nuclei goti nella zona. 243 VALENTI, 1999. 244 VALENTI, 1995b. 245 GOGGIOLI et alii, 1995. 246 I rinvenimenti sono stati effettuati durante le ricognizioni di superficie svolte nell’ambito del progetto Carta Archeologica della Provincia di Siena; si veda la tesi di laurea CENNI, 2002. 247 CIAMPOLTRINI, NOTINI, 1993. 248 Gelichi afferma che in generale l’archeologia «forse non potrà chiarire il falso problema del rapporto plebs-pagus, ma aiuterà certamente a conoscere l’evoluzione materiale di tali insediamenti, come nel caso, non infrequente, di chiese sorte su ville o strutture rustiche tardo romane. Può anche capitare che intorno ad una chiesa si sviluppi un insediamento; più facile la presenza di edifici abitativi connessi con il luogo di culto o resti di attività artigianali e produttive. Alcune di queste sono strettamente collegate con la produzione di oggetti di pertinenza liturgica» (GELICHI, 1997). 249 Patrick Périn e Jean-François Reynaud, interrogandosi sulle prime chiese e sulle origini delle pievi rurali francesi, riconoscono un processo di cristianizzazione delle campagne per mezzo dei vici, ad opera dei 85
Se si deve riconoscere che le indagini archeologiche su edifici religiosi e sui loro dintorni non sono state perseguite con sistematicità come è avvenuto in altre regioni, al tempo stesso non si può chiudere gli occhi di fronte alla esiguità numerica delle presenze di materiali mobili rivelata dalle stesse ricerche di superficie sugli spazi circostanti. Troppo spesso, inoltre, una bassa percentuale di reperti databili nel corso del VI secolo raccolti su un’emergenza riconoscibile come villa o complesso produttivo non viene più interpretata come una rioccupazione di scarso profilo delle sue strutture. Bensì il segno di una continuità come centro di organizzazione della proprietà terriera e del popolamento, che si vuole confermata dall’esistenza di una chiesa (attestata da fonti documentarie altomedievali o più tarde ma retrodatata sulla base delle ceramiche tardoantiche in superficie), seguendo le suggestioni di quanto si va elaborando nel nord e senza considerare che la campagna toscana fu interessata da una severa destrutturazione tra V e VI secolo.250 In generale nell’Italia settentrionale altomedievale, la presenza di chiese isolate sul territorio ha fatto ipotizzare la loro relazione con una rete insediativa sia di tipo accentrato sia, soprattutto, di tipo sparso251 (che parrebbe trovare fondamento sulle fonti storiche);252 sinora le ricognizioni territoriali, nei pochissimi casi nei quali sono state svolte, non hanno però portato delle conferme. Anche quelle chiese che sono state oggetto di scavi,253 pur fornendo dati sulla loro fondazione già in età tardoantica od agli inizi dell’alto medioevo, non mostrano un chiaro rapporto fra edificio religioso e
grandi proprietari (quindi attraverso le villae) e dei monasteri. Le prime chiese battesimali sono attestate sino dal V-VI secolo e tra VI-VII secolo nella Gallia del Nord. Durante l’VIII secolo, la moltiplicazione delle chiese contribuisce a riunire ed a stabilizzare la popolazione, senza essere però all’origine della formazione dei villaggi. In questa fase le necropoli sono abbandonate, i cimiteri vengono trasferiti nei pressi della chiesa e quest’ultima diviene uno degli elementi fondamentali del paesaggio francese. E’ tra VIII e X secolo che si costituisce una vera e propria rete parrocchiale: segna una mutazione profonda del mondo rurale e la sua definitiva cristianizzazione. La costituzione del territorio di una pieve nasce comunque in modo progressivo, iniziando come una copertura delle campagne più che di una rete organizzata. Si veda PÉRIN, REYNAUD, 1990. Recentemente Reynaud ha precisato ancora i modelli di riorganizzazione ecclesiastica in Gallia tra VII e VIII secolo (REYNAUD, 1999). 250 Come viene proposto nel paragrafo 5.1, le ricognizioni mostrano un notevole collasso della rete insediativa rurale tra I-IV secolo (in media 1,27 siti per kmq), IV-VI secolo (in media 0,25 siti per kmq) e VI-VII secolo (in media di 0,10 siti per kmq); il decremento delle strutture è pari al 498% nel periodo IV-VI secolo con un crollo ulteriore del 251% tra VI-VII secolo (e del 1254% dal periodo di maggiore popolamento). 251 CANTINO WATAGHIN in BROGIOLO, CANTINO WATAGHIN, 1994, p.143: «Il prevalere di un habitat disperso è tuttavia suggerito in più circostanze dalla posizione delle chiese battesimali, la cui individuazione rappresenta una delle acquisizioni più significative della ricerca archeologica recente». 252 SETTIA, 1982, pp.466-467; SETTIA, 1991, pp.167-284. 253 Si vedano BROGIOLO, 2001 e BROGIOLO et alii, 2003. 86
popolamento,254 così come con la nascita dell’insediamento accentrato.255 I numerosi interventi effettuati in Piemonte, Lombardia, Friuli e Trentino evidenziano per il V-VII secolo soprattutto un processo capillare di cristianizzazione svoltosi attraverso chiese edificate sfruttando i resti delle ville abbandonate e, in minor numero, scegliendo nuovi spazi. Talvolta i complessi tardoromani continuano ad essere impiegati anche come area cimiteriale o come zona abitativa contemporaneamente all’uso della chiesa; sono però frequentazioni che allo stato attuale dei dati non permettono di ipotizzare comunità di grandi o medie dimensioni e soprattutto di lunga durata. La sola parziale eccezione sembra costituita dal contesto piemontese di Desana dove una chiesa di V secolo edificata sugli spazi di una villa in rovina, vide lo sviluppo di un cimitero fra VII e VIII secolo affiancato da capanne che non sono riconducibili però ad un modello chiaro di habitat.256 I problemi da risolvere sono ancora molti per chiarire il rapporto tra chiesa ed abitato circostante. Innanzitutto di scala: quanto erano estesi questi insediamenti? In secondo luogo di tipo numerico: a quanti individui ammontava la comunità? Infine di tipo socio-economico; come si è chiesto Brogiolo «l’archeologia non è attualmente in grado di chiarire la posizione sociale dei nuovi abitanti e rimane perciò aperto un problema di fondo per ricostruire l’evoluzione delle campagne in questa fase cruciale: il gruppo insediatosi nella villa era formato da liberi coltivatori, sostituitisi (in che modo?) agli antichi proprietari, o da servi e affittuari dipendenti da un ricco possessore che abitava altrove?».257 Applicare i modelli interpretativi dell’Italia del nord alle scarse evidenze toscane è quindi ancora difficile. Non abbiamo alcuna prova materiale per proporre anche qui l’azione decisiva dei possessores nella
Brogiolo sottolinea con rammarico che nelle indagini archeologiche condotte «il rapporto tra chiese ed insediamenti è stato tuttavia considerato solo marginalmente: gli scavi di emergenza si sono in genere limitati ad investigare il deposito stratigrafico collegato alla chiesa, senza poter ampliare la ricerca all’habitat circostante. Anche quando si riesce a dimostrare che la chiesa sorge su un insediamento preesistente, rimangono sovente irrisolti problemi centrali. Ad esempio quale fosse la vitalità economica e la composizione sociale dell’insediamento al momento della fondazione della chiesa e quale la sua evoluzione successiva, quale il rapporto con i siti circostanti, quando si sia sviluppata un’organizzazione ecclesiastica e con quali relazioni e dipendenze tra i singoli luoghi di culto» (BROGIOLO et alii, 2003, p.11). Anche Gelichi aveva ricordato che «l’archeologia delle chiese, (…), risente troppo dei condizionamenti di una ricerca il più delle volte casuale e parcellizzata, che raramente prende spunto dallo specifico dell’edificio di culto per estendere l’indagine al territorio circostante» (GELICHI, 1997). 255 DE MARCHI, 2001, pp.63-64, trattando la Lombardia e parte del Canton Ticino tra VII e VIII secolo: «Le fonti archeologiche disponibili relativamente agli edifici di culto e agli insediamenti presentano ancora carattere di discontinuità, nel caso degli insediamenti sono del tutto carenti»; «risulta difficile sapere se e quali luoghi di culto a noi noti si trovassero vicino o presso centri abitati preesistenti o di nuova fondazione (vici), al loro interno, al centro di una corte presso le case signorili, o in posizione isolata, ma centrale rispetto al territorio, in modo da potere essere raggiunti da una popolazione rurale che viveva in villaggi sparsi o distribuita nei terreni (loci, fundi, capanne, case massariciae), dove lavorava la terra». 256 PANTO’, PEJRANI BARICCO, 2001, pp.30-34: il contesto «sembra comunque configurarsi secondo un assetto sparso, caratterizzato dalla commistione tra le aree insediate e funerarie, sorte in adiacenza alle strutture abbandonate di un edificio rustico di età tardoantica». 257 BROGIOLO et alii, 2002, p.290.
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cristianizzazione delle campagne tra V e VII secolo258 e leggere la rioccupazione delle ville quasi in chiave ideologica: il recupero dei luoghi simbolici del potere per affermarsi e legittimarsi come detentori della proprietà fondiaria; il tentativo di trasferire sulle nuove forme insediative (abitazione del possessor, chiesa, area cimiteriale e addensamento demografico nei loro dintorni) il ruolo di organismo di dominio e di ammassamento della popolazione legato ai complessi produttivi tardoromani.259 Con l’avanzare di ricerche, soprattutto tramite scavi mirati, in futuro il modello potrebbe essere esteso alla Toscana, oppure rivelare alcune sue variabili; ma sulla base del record archeologico odierno non siamo autorizzati a confermare alcuna tendenza in tal senso. La sovrapposizione complesso tipo villa-chiesa non è automaticamente riconducibile a una continuità insediativa e ad un ruolo importante nell’organizzazione delle campagne poiché, nella maggior parte dei casi l’edificio religioso si inserisce sulle strutture romane già esistenti dopo una lunga fase di abbandono. Cantignano fu costruita nell’VIII secolo su un complesso di generica età imperiale,260 a San Bartolomeo a Triano, Santa Giulia di Caprona,261 Santa Felicita a Pietrasanta e Casale Marittimo262 su contesti della stessa cronologia ed a San Lorenzo a Vaiano263 su un complesso di V secolo furono impiantate chiese pre-romaniche e romaniche, Gropina a Loro Ciuffenna vide una successione di due chiese tra VII e VIII secolo su un insediamento genericamente di periodo romano,264 Santa Cristina presso Bonconvento, San Marcellino a Gaiole in Chianti e Pacina presso Castelnuovo Berardenga,265 pur attestate dall’alto medioevo, non mostrano alcun rapporto di continuità con le vicine emergenze romane. Le eccezioni sembrano rappresentate soprattutto dalla pieve di Sant’Ippolito ad Anniano nel Valdarno inferiore (su un abitato trasformato in mausoleo nel IV secolo fu edificata nello spazio di un cinquantennio una piccola chiesa ad aula rettangolare poi sostituita nel VI secolo da un edificio
Oltre alla bibliografia già citata si vedano soprattutto per la Lombardia anche ANDENNA, 1990; LUSUARDI SIENA et alii, 1992; SANNAZZARO, 1992. 259 In Francia, nella territorio di Metz, la rioccupazione delle ville dopo una fase di abbandono è stata interpretata come la scelta delle élites, che dal maturo V secolo tentano di legittimare il possesso della terra in un’epoca segnata da un notevole tasso di competizione sociale nonché dalla necessità di asserzione del potere a livello locale presso le comunità rurali: ville come “unità fiscali di affermazione” (HALSALL, 1995, pp.248-253; al riguardo AUGENTI, 2003). 260 CIAMPOLTRINI, 1995. 261 CIAMPOLTRINI, 1995. 262 CIAMPOLTRINI, 1994; CIAMPOLTRINI, 1995. 263 MILANESE, PATERA, PIERI, 1997. 264 Gabrielli in FRANCOVICH et alii, 2003. 265 VALENTI, 1995b.
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più esteso)266 e dalla Pieve a Nievole per la quale, però, la fondazione della chiesa alla fine del VI secolo su un complesso romano già destinato ad area cimiteriale nel V secolo e con riusi a scopo abitativo è solo un’ipotesi sinora scarsamente comprovata;267 ed allo stesso modo la chiesa battesimale di Massaciuccoli la cui fondazione nel corso del VI secolo con l’edificio tardoantico ancora in vita268 è comunque solo una supposizione.269 Ad esse possiamo aggiungere alcuni casi di fonazione ex novo come Santo Stefano a Filattiera dove un intervento di scavo ha mostrato un primo edificio ecclesiastico nel VI secolo,270 la chiesa di Galognano già esistente in età gota, San Paolo a San Polo nell’aretino che forse insiste su un precedente impianto paleocristiano.271 Anche se il binomio villa-chiesa troverà delle conferme numericamente più consistenti sembra comunque plausibile prospettare il fallimento quasi sul nascere di un’eventuale politica di controllo e di accentramento della proprietà rurale; la fondazione di una serie di edifici religiosi nelle campagne non riuscì a modificare i processi sociali ed economici di una campagna affossata demograficamente a partire dalla metà del V secolo e nella quale le forme insediative che andavano nascendo seguirono logiche diverse sin dal secolo successivo. Questa ipotesi si accorderebbe con il quadro storico tracciato da Violante per le campagne toscane tardoantiche e del primo altomedioevo,272 nel quale si intravede una scarsa diffusione del processo di cristianizzazione con una rete di insediamenti religiosi insufficiente e non strutturata, con conferme fornite dai carteggi di papa Gelasio I e di Gregorio Magno.273 Il
CIAMPOLTRINI, MANFREDINI, 2001. CIAMPOLTRINI, PIERI, 1998; CIAMPOLTRINI, PIERI, 1999; CIAMPOLTRINI, PIERI, 2004. Ciampoltrini, in quest’ultimo contributo afferma che «La presenza di un edificio tardoantico di tono “alto”, qualificabile come “villa”, (…), a Pieve a Nievole è – come si è visto – solo congetturale, indiziata indirettamente dal materiale laterizio di reimpiego» (CIAMPOLTRINI, PIERI, 2004, p.26); prosegue poi «Seppure solo per suggestione, si potrebbe quindi concludere che nei calamitosi frangenti della seconda metà del VI secolo l’antico complesso di Pieve a Nievole, (…), fosse stato scelto come sede di un edificio religioso destinato a fungere da polo di riferimento di un vasto distretto» (CIAMPOLTRINI, PIERI, 2004, p.28). In realtà l’autore che si è occupato in più occasioni del rapporto villa/complesso tardo romano – pieve, propugnandone la continuità e vedendo nella maggior parte degli edifici fondazioni in età della transizione, non dispone mai di elementi decisamente convincenti, fose con l’eccezione dela Pieve di Sant’Ippolito dove l’esiguità dello scavo ed una strategia per trincee non permette comunque di proporre dati certi. L’impressione che si ha è di un riferimento e di una lettura dei dati archeologici all’interno di un modello preconcetto. 268 Recentemente si sono posti dei dubbi sull’interpretazione dell’intero complesso come villa; in CIAMPOLTRINI, 1998, Massaciuccoli viene così ripartito in una grande villa d’otium ed in una mansio. 269 CIAMPOLTRINI, NOTINI, 1993. 270 GINNICHEDDA, LANZA, 2003, pp.80-86. 271 GABRIELLI, 1990, pp.46-51, 124 n.17, 149-150. 272 VIOLANTE, 1982; Gabrielli in FRANCOVICH et alii, 2003. 273 Gelasio I sottolineava lo scarso popolamento della Tuscia, l’esiguità numerica e l’insicurezza delle fondazioni ecclesiatiche dipendenti dai vescovi, la presenza di chiese private. Gregorio Magno lamentava invece l’assenza di vescovi, preti e chierici, il basso numero di chiese battesimali, la vacanza delle sedi vescovili, le numerose chiese in rovina, crollate o incendiate (VIOLANTE, 1982, pp.989-990; 1007-1013;
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recupero dei ruderi di edifici rurali potrebbe collegarsi alle fondazioni che fra la fine del VII e gli inizi dell’VIII secolo crearono nuovi centri di vita religiosa nel territorio, quando ormai l’assetto territoriale con distretti pievani si andava definendo; non è un caso che in questo periodo si verificarono la ben nota disputa tra i vescovi di Siena e di Arezzo, così come quelle tra i vescovi di Lucca e Pistoia per il distretto della baselica Sancti Petri locus ubi dicitur Neure.274 E’ più probabile che le chiese esistenti, delle quali non conosciamo le vicende (furono veramente edificate in età tardoantica? di fronte alla crisi demografica ed economica delle campagne continuarono ad essere attive?) servissero una serie di insediamenti posti nei loro dintorni e costituitisi a partire dalla fine del VI e dal VII secolo. In altre parole: non fu la rete del popolamento a modellarsi in relazione alle chiese esistenti, bensì il contrario. Le origini del popolamento accentrato altomedievale sono da riconoscere nella scelta spontanea delle famiglie rurali di vivere raccolte oppure nella decisione di un proprietario, con modalità di costituzione che sottolineano sia la scelta di colonizzare nuovi spazi sia la persistenza su aree di popolamento già collaudate. In alcuni casi l’occupazione risulta ex novo come a Montarrenti, Miranduolo, Rocca di Campiglia, Rocchette Pannocchieschi. In altri, cioè nei due esempi di più antica attestazione, ovvero Scarlino e Poggibonsi, e in un contesto dove la ricerca è ancora agli inizi (Donoratico) ricalca dei rilievi collinari già occupati più o meno intensivamente fino dall’età tardoantica. A Scarlino il primo impianto di capanne alla fine del VI-VII secolo avvenne su depositi, seppur alterati, databili fra l’età ellenistica e IV-V secolo. A Poggibonsi fra metà V e VI secolo, la collina ospitava un nucleo di carattere agricolo ed allevatizio, del quale sinora sono state riconosciute alcune componenti. Si tratta di cinque abitazioni a pianta rettangolare, con muri in terra fondati su zoccoli in pietra e tetto in laterizi ad uno spiovente. Hanno dimensioni standardizzata di circa 30 mq, si dislocano intorno ad una profonda e larga calcara, erano affiancate da alcune infrastrutture (un deposito per acqua in mattoni, una zona per la macellazione di animali) e da un tratto di campo arato od un ampio orto fossilizzato. Tali evidenza lasciano intravedere uno spazio organizzato che potrebbe essere stato parte di un complesso produttivo tipo un’azienda od una villa di età gota andata in graduale declino.275 Nella seconda metà-fine del VI secolo, assistiamo ad un cambiamento radicale degli spazi insediati. Il complesso costituito da case di
Gabrielli in FRANCOVICH et alii, 2003, pp.267-268). 274 CIAMPOLTRINI, PIERI, 2004, p.27; REDI, 1991. 275 SALVADORI, VALENTI, 2003. L’interpretazione della villa è solo un’ipotesi ancora da comprovare. Se, con il prosieguo dello scavo, non verrà individuata l’eventuale area padronale, si dovrà forse proporre la presenza di un piccolo centro rurale simile a quello scavato in località Pantani-Le Gore presso Torrita di Siena (CAMBI, MASCIONE, 1998; MASCIONE, 2000). 90
terra venne abbandonato e ad esso si sovrappose un insediamento di capanne.
Figura 50 e 51
Le fasi d’età longobarda di Scarlino e Poggibonsi attestano la presenza di una popolazione priva di differenze sociali ed economiche al suo interno; le capanne risultano per lo più tutte uguali e non si riconoscono segni di gruppi o di individui segnalati da un maggior grado di benessere o per articolazione e topografia delle proprie abitazioni. La mancanza di tracce archeologiche che rivelino una gerarchia sociale sembrerebbe accordarsi con il potere limitato delle aristocrazie, almeno sino a poco dopo l’VIII secolo, e la relativa autonomia delle comunità rurali formate da contadini proprietari in molte parti dell’Italia?276 E’ difficile fornire risposte in un senso o nell’altro; gli unici elementi certi che si possono proporre sono l’uniformità economica della popolazione residente e l’assenza della figura signorile nel villaggio per la durata di oltre un secolo. In questa direzione un problema di difficile soluzione a livello regionale è sapere chi erano e da dove venivano le famiglie rurali presenti nei nuovi centri di insediamento. Con questo non intendiamo semplicemente appurare se si trattò di autoctoni o di invasori poichè è vero che l’attenzione deve essere spostata «dalle relazioni tra i gruppi etnici alla costruzione di una società nuova nell’Italia longobarda».277 La questione è invece diversa ed affrontarla significa contribuire a capire la formazione degli insediamenti rurali del primo altomedioevo; avere degli esempi del tipo di organizzazione che fu data alla proprietà fondiaria e quale ruolo ebbero le famiglie contadine locali.278
Sul potere limitato delle aristocrazie sino all’VIII secolo si veda soprattutto WICKHAM, 1998, pp.153170 e WICKHAM, 1999, pp.15-16. Tra i tanti si vedano poi gli accenni in PASQUALI, 2002; ANDREOLLI, 1983 e più approfonditamente i contributi ANDREOLLI, 1999; TOUBERT, 1995; FUMAGALLI, 1978b e bibliografie riportate. Cammarosano sostiene una posizione ancora più radicale; colloca negli anni che vanno dal 950 al 1100 circa la fase fondamentale di assestamento locale delle aristocrazie, vedendo una fragilità di fondo nell’insediamento delle élites laiche per tutto l’altomedioevo (CAMMAROSANO, 1998; inoltre CAMMAROSANO, 2003). 277 DELOGU, 1997, p.430. 278 Oltre quindici anni fa, nelle zone campione di Torino, Brescia e Verona, processando i dati registrati nelle necropoli (caratteristiche delle sepolture, dei resti scheletrici, dei manufatti di corredo ecc.) e la stratificazione toponomastica, furono proposti quattro modelli insediativi: una sovrapposizione longobarda accanto alla popolazione locale, la ristrutturazione della rete insediativa creando ex novo insediamenti con proprio territorio tramite acquisizione di terra dagli insediamenti confinanti, la fondazione di nuovi insediamenti in zone incolte, insediamenti misti dove si verifica una commistione razziale (LA ROCCA, HUDSON, 1987). Questi schemi interpretativi, se applicati alla Toscana, farebbero pensare ad una popolazione dei centri rurali molto differenziata al suo interno e che poteva comprendere, sia separatamente sia in commistione, le famiglie contadine prelevate dalle case e dai centri di caotico, popolazione coinvogliata dalle città, piccoli proprietari longobardi e servi di arimanni longobardi. Non possiamo però proporre ipotesi fondate e l’unica soluzione percorribile è senza dubbio individuare e scavare i cimiteri connessi ai centri d’insediamento, effettuare indagini di tipo antropologico e soprattutto analisi del DNA: attribuire «a ciascun scheletro un passaporto» come ha scritto alcuni anni fà, polemicamente, Settia (SETTIA, 1994, pp.64-69). Questi risultati dovranno poi essere valutati e confrontati con elementi più “archeologici”, come per esempio il tipo di cultura materiale delle abitazioni e la tipologia delle capanne,
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Alcuni indizi, in realtà, sembrano mostrare che la formazione dell’insediamento accentrato doveva essersi svolta con modalità proprie da zona a zona, collegandosi sia a decisioni spontanee delle famiglie rurali (dietro la necessità di sfruttare nel migliore dei modi la terra) sia guidata da esponenti dell’aristocrazia. Scarlino potrebbe rientrare nella prima categoria, mentre nella Valdelsa si ha l’impressione in alcuni casi dello svolgersi di un processo di ammassamentum hominun. La ricognizione mostra la persistenza del popolamento nelle aree in cui si era articolato l’insediamento di periodo caotico. Dove esistevano famiglie contadine attive e dove la terra era ancora coltivata, vennero impiantati i nuovi organismi fondiari; il processo realizzatosi, pare corrispondere alla formazione di centri che controllavano il territorio agricolo circostante sostituendosi alla maglia dei poderi esistenti tra fine VI-VII secolo, la cui popolazione potrebbe essere stata fatta trasferire nei nuovi villaggi. In molti centri del poggibonsese, dove si presume continuità d’insediamento per tutto l’altomedioevo, possiamo immaginare la presenza di gruppi di origine longobarda ai quali erano stati assegnati dal potere regio territori più o meno estesi; per tutti citiamo l’esempio della famiglia dominante di Staggia.279 Nel caso del contesto scavato a Poggibonsi, il passaggio repentino dalle case in terra alle capanne, potrebbe anche rappresentare l’avvenuto esproprio di un fundus sfruttato in età gota o forse l’occupazione di un piccolo nucleo di popolamento abbandonato280 e la costituzione di un nuovo insediamento dove un esponente dell’aristocrazia longobarda coinvogliò dei rustici. La specializzazione delle attività nella pastorizia pare attestare per questo periodo delle famiglie soprattutto dipendenti.281 Inoltre, l’unica spia pervenutaci di una serie di vincoli a cui la popolazione era sottoposta sembra riconoscibile, come ha rilevato l’analisi archeozoologica, nell’assenza
riflettendo su coincidenze e discordanze. 279 La genealogia della famiglia dei Lambardi di Staggia, raffigurata in una pergamena miniata nella metà del XII secolo proveniente dall'archivio della Badia a Isola (CAMMAROSANO, 1993, n.75, ante 1164 gennaio; il documento è riprodotto in CAMMAROSANO, 1993 ed in KURZE, 1989), attesta l'antichità di tale gruppo e non dobbiamo escludere che il primo nucleo fondiario intorno a Staggia possa risalire al regno longobardo. Kurze, basandosi sui primi documenti di Isola e sugli antenati di Ildebrando citati dalla Genealogia deduce che Ildebrando stesso (in età virile nel 953 e morto già nel 994) doveva essere nato intorno al 930. Adottando quindi i trenta anni come intervallo generazionale (un valore plausibile; il cimitero altomedievale scavato a Poggio Imperiale a Poggibonsi vede infatti la maggioranza della popolazione deceduta tra i 30 ed i 35 anni) passa in rassegna cinque generazioni (i nomi citati sembrano provenire dalla tradizione orale tramandatasi nella famiglia stessa: CAMMAROSANO, 1993, pp.39-41), cioè Rodulfiatus, Odalberto, Gisalprando ed infine il quadrisavolo e capostipite Reifredo, collocando la nascita di quest'ultimo nel decennio 770-780 (KURZE, 1989, pp.234-235). 280 In caso affermativo, cioè di un complesso rurale ancora organizzato, si tratterebbe di una delle poche forme di controllo della campagna senese, se non l’unica, poichè i contesti individuati nelle indagini territoriali nel corso di tredici anni (l’inizio del progetto Carta Archeologica della Provincia di Siena data al 1990) mostrano continuità di frequentazione episodica e marginale. 281 Sui pastori e dei porcari in età longobarda si vedano in particolare BARUZZI, MONTANARI, 1981; ANDREOLLI, MONTANARI, 1983; ANDREOLLI, 1999; PASQUALI, 2002, pp.75-98. Per una sintesi sulla servitù in generale si veda soprattutto PANERO, 1999 e l’ampia bibliografia citata. 92
rigorosa di selvaggina dalla dieta quotidiana; la mancanza di ossa pertinenti ad animali selvatici dai depositi di queste fasi potrebbe indicare spazi il cui uso per attività venatorie era vietato o riservato ad altri soggetti.282 L’assenza di un potere signorile sarebbe stata quindi solo “virtuale” e collegata alla scelta del signore stesso di non vivere nel villaggio.283
Figura 52
Di fronte all’eventualità di villaggi che non nacquero dall’azione spontanea dei contadini ma che facevano parte di patrimoni, dobbiamo comprendere dove potevano vivere i detentori (in toto od in maggioranza) della proprietà fondiaria. Gelichi ha sottolineato che «è plausibile pensare che i nuovi possessores risiedettero prevalentamente in città o nei castra, alcuni dei quali acquisirono una funzione nel controllo del territorio».284 In quelle parti della Toscana, dove il modello proposto per la Valdelsa troverà conferme (cioè centri di popolamento sorti per iniziativa aristocratica), è più probabile la prima eventualità. I castra, allo stato attuale della ricerca, sembrano limitarsi solo a determinate zone, peraltro mai indagate intensamente e quindi non definibili con sicurezza come centri di potere.285 Alcuni casi, come quelli della lunigiana, base territoriale dalla quale è stato ipotizzato l’inizio della conquista definitiva della Toscana entro il primo decennio del VII secolo da parte di Agilulfo, meriterebbero un serio approfondimento attraverso scavi mirati.286 Finora l’unico sito sottoposto a indagini, il castrum Aghinolfi (documentato in una carta dall’VIII secolo che attesta l'esistenza del castello di Aginulfo, forse un alto funzionario
L’assenza di cacciagione potrebbe indicare aree boschive nelle quali era concesso svolgere soprattutto attività di allevamento e pascolo ed approvvigionamento di legname. L’esistenza di divieti venatori sottolinea ancora di più l’appartenenza del villaggio ad un signore che regola in qualche forma lo sfruttamento delle risorse naturali. Per la funzione della caccia nell’economia e nell’alimentazione dei ceti rurali in età longobarda e più in generale per tutto l’alto medioevo, sul carattere solo “virtualmente” libero della sua pratica e sulle restrizioni ad essa connesse (che gradualmente si allargarono a tutte le risorse dell’incolto) si vedano in particolare SERENI, 1972; MONTANARI, 1984, pp.159-168, 174-183 (soprattutto per l’espropriazione dei diritti di caccia), MONTANARI, 1988 in particolare pp.3-4; GALLONI, 1993, pp.65-105: quest’ultimo sottolinea con chiarezza le forti limitazioni a cui andò soggetto il diritto di caccia fino dall’età longobarda. 283 Sul ruolo decisivo della proprietà fondiaria come base per garantire la continuità dei gruppi parentali aristocratici si veda TABACCO, 1973b. 284 GELICHI, 2001, p.228. 285 Forse ha ragione Gelichi quando afferma che tuttavia «anche di questa presenza non si rilevano, fino ad oggi, tracce archeologiche a livello di edilizia abitativa: questo dato può essere in parte dovuto ad arretratezza nella documentazione archeologica, ma anche a modelli di vita sicuramente più spartani» (GELICHI, 2001, pp.228-229). Sui castra longobardi (la cui questione è affrontata più estesamente in BROGIOLO. GELICHI, 1996, pp.63-78 e 177-220) precisa comunque che «salvo l’area padana o la fascia centrale della penisola (Tuscia), dove i dati storico-archeologici forniscono un quadro ancora discordante, i Longobardi non sembrano particolarmente attivi nella realizzazione di castelli» (GELICHI, 2001, pp.230231). 286 Si veda CIAMPOLTRINI, 1990 per l’ipotesi sulla rete di castra posta tra Luni e Chiusi.
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longobardo lucchese), sembra deporre in senso negativo. Ha messo in luce solo i resti di una torre quadrangolare, con un lato lungo 8 m, priva di cinta muraria o di altro tipo di recinzione o di difesa, databile tramite radiocarbonio in una cronologia compresa tra il 775 ed il 980.287 Poco per essere interpretata come una delle fortezze protagoniste nell’assoggettamento della regione.
5.4 – I villaggi tra VII e VIII secolo: verso una progressiva trasformazione
I centri di popolamento di più antica formazione, Poggibonsi e Scarlino, costituiscono due esempi dei villaggi che caratterizzavano le campagne del regno longobardo e per i quali la ricerca storica non è in grado di definire con chiarezza articolazione e realtà insediativo-produttiva a causa dei limiti oggettivi delle fonti scritte..288 Le fonti materiali mostrano insediamenti di medie dimensioni e la loro popolazione è stimabile solo per le aree indagate dallo scavo (quindi in difetto sul computo reale) rispettivamente fra 60 e 30-40 persone circa. Queste comunità agrarie rappresentano le forme insediative dominanti nella campagna per tutto l’alto medioevo, con dinamiche interne i cui effetti sono riconoscibili nelle loro trasformazioni materiali e nella grande fluttuazione mostrata dall’urbanistica nella diacronia. Le “strutture” comunitarie risultano forse ancora deboli, ma esisteva una pianificazione degli spazi determinata perlomeno dal carattere economico del centro e probabilmente da una forma di prelievo fiscale.289 Se si crede che per attribuire la definizione di villaggio ad un nucleo di popolamento sia condizione indispensabile la presenza degli elementi strutturali sottolineati nel modello proposto da Fossier290 e che la presenza di
Si vedano GALLO, 1997 e GALLO, 2001. Inoltre il seguente indirizzo web: http://www.studioarx.it/massalunense/aghinolfi/index.html. 288 Sullo sviluppo e la gestione della proprietà agraria privata e regia in forme di villaggio-azienda nel periodo longobardo si veda soprattutto MODZELZWSKI, 1978. 289 Delogu ha messo in dubbio le affermazioni di Wickham (WICKHAM, 1984; WICKHAM, 1988) sulla rinuncia dei longobardi «ad imporre le tasse sulla proprietà e la produzione della terra, che erano state fondamento della finanza pubblica nell'impero tardoantico, determinando con questo una sostanziale redistribuzione delle risorse economiche interne, da cui vennero modificate sia le attività statali in tutto quel che comportava spesa, sia il tenore di vita delle popolazioni rurali, che migliorò sostanzialmente. Le forme strutturali dell'insediamento e della produzione non si sarebbero perciò modificate per l'innesto delle tradizioni degli occupanti, ma piuttosto, liberate dal peso dei prelievi fiscali, avrebbero più liberamente esplicato le loro tradizionali funzioni». Ha invece ipotizzato, sulla scorta delle analisi sui prelievi longobardi e sulla produzione agraria dei romani (GOFFART, 1980 e DELOGU, 1990) e sull’esistenza di tributi pubblici almeno dall'VIII secolo (GASPARRI, 1990), che questo periodo potesse essersi accompagnato a «mutamenti nella distribuzione dell'insediamento e nelle tecniche di gestione, se non proprio nel sistema agrario, che poterono risentire delle concezioni sociali tipiche dei longobardi anche se presentano analogie con evoluzioni attestate nei territori bizantini, sicché non si può nemmeno escludere che si collegassero alle trasformazioni già in corso prima dell'invasione» (DELOGU, 1994, p.15). 290 In area germanica, per esempio, tra VII e XII secolo prevalsero delle tipologie insediative composte da aggregati a maglie larghe di nuclei tipo mansi, mentre il villaggio con organizzazione delle strutture comunitarie, come inteso da Fossier, non esisteva (DONAT, 1980, p.137).
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molteplici proprietari all’interno dell’insediamento sia una variabile indispensabile, allora il popolamento altomedievale toscano non può essere definito come una rete di villaggi.291 Ma i caratteri urbanistici non sembrano fare riconoscere solo una serie di piccoli poderi ravvicinati tout cour. Sono insediamenti compatti, organizzati intorno ad uno spazio aperto o con unità abitative contigue, la cui disposizione in apparenza casuale trova una sua logica nella strutturazione dello spazio disponibile per ogni singola famiglia: capanna, recinto od annesso e presumibilmente l’orto, evidenziato da quei livelli di terra spesso annerita, di forma irregolare ed esterni alle capanne, contenenti alcune pietre, frammenti ceramici di frequente privi di attacchi e reperti osteologici.292 Indipendentemente dal tipo di popolazione residente (solo servi, composta da liberi, oppure di carattere misto?) sono pur sempre riconoscibili come villaggi imperniati su uno spazio insediato e su zone di catchment nelle quali si esercitavano delle attività lavorative soggette a regolazioni e consuetudini, ovvero su territori agrari sfruttati dalla comunità. A livello europeo si osservano situazioni molto simili a quelle descritte per la Toscana. Gli scavi degli agglomerati altomedievali hanno rivelato soprattutto insediamenti accentrati, legati ai grandi patrimoni di abbazie o inseriti in proprietà regie (le ville alla base dell’organizzazione fondiaria francese) o gruppi di mansi molto estesi e vicini (cioè villaggi originati dalla contiguità degli edifici che costituivano le fattorie). Questi centri, di dimensioni molto simili ai nostri, furono soggetti anch’essi a ricambi strutturali e cambiamenti urbanistici che attestano la lunga continuità dell’insediamento ed una sua articolazione comunitaria che non sembra essere mai venuta meno. Anche quando si è trattato di aziende, spesso legate ad un solo proprietario, la letteratura archeologica non ha mai smesso di definirle come villaggi anche se prive di chiesa.293
Brogiolo, per esempio, accetta in pieno il modello di Fossier, proiettandolo però sul primo altomedioevo. Trattando il protagonismo delle chiese nella formazione dei centri di popolamento tra VI e VII secolo (questi ultimi, in ultima analisi, sarebbero sorti a seguito della cristianizzazione delle campagne) ritiene che un insediamento, per non essere considerato di tipo sparso od un’azienda, doveva presentarsi come «una comunità organizzata, e dunque con una dimensione spaziale del villaggio con aree comunitarie, tra le quali in primo luogo una chiesa, e relazioni economiche e sociali» (BROGIOLO et alii, 2002, p.290). 292 Galetti, nella sua inchiesta sulle forme insediative altomedievali, descrive la casa contadina ideale; un podere od una piccola fattoria «organizzata come un nucleo edile, nel quale si configuravano unitariamente strutture insediative diverse, ognuna con una specifica funzione. L’abitazione in senso stretto aveva accanto a sè come edifici a se stanti, il forno, a volte la cucina, la cantina, il locale adibito alle operazioni di vinificazione, magazzini, stalle, granai, tettoie per gli attrezzi, fienili. Un cortile centrale e l’aia ne costituivano l’elemento di raccordo; spesso era presente un pozzo per il rifornimento idrico, oltre a un orto, una piccola vigna, un piccolo frutteto, immediatamente e facilmente sfruttabili sul piano alimentare. Tutti questi elementi erano racchiusi in una “clausura” da siepi, recinzioni, fossati ed erano recepiti dagli uomini del tempo come una realtà unitaria» (GALETTI, 1997, p.20). L’archeologia mostra in realtà situazioni molto più semplici. 293 Alcuni esempi. In Germania a Tornow l'insediamento occupava due ettari con dieci capanne tra inizi VIIVIII secolo, quattordici nella seconda metà del IX secolo, dieci tra seconda metà IX-inizi XI secolo (65-78 abitanti stimati) e diciotto tra XI-XII secolo (90-108 abitanti stimati; DONAT, 1980, pp.138-146, 178-179).
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In Toscana le realtà di villaggio più antiche scavate sembrano collocarsi a pieno titolo in un quadro della prima età longobarda caratterizzato da un’azione di basso profilo svolta dalle aristocrazie nell’organizzazione delle campagne, dove i centri di popolamento dovettero spesso formarsi, come già detto, dietro l’esigenza della popolazione rurale di vivere insieme e sfruttare meglio la terra. Aristocrazie prive di strategie progettuali di tipo economico che si ponessero aldilà della semplice produzione per autoconsumo, agli inizi di un lento processo di stabilizzazione sul territorio.294 Ad esse si affiancava un potere regio che si consolida per gradi, sino a raggiungere una più complessa dimensione di sovranità territoriale solo alle soglie dell’VIII secolo. Non è un caso che proprio questi decenni siano in assoluto uno dei periodi della storia italiana meno documentati da fonti scritte, che però testimoniano nuovamente la natura del popolamento nelle campagne ed i rapporti sociali ed economici in esso attivi con l’VIII secolo,295 quando la gestione stessa della proprietà fondiaria inizia a cambiare strutturandosi in forme più articolate e complesse. Delogu, dopo la fase iniziale del radicamento longobardo in città e nel territorio, proposta come continuità nella decomposizione e nello snaturamento dell’organizzazione socioeconomica e politica della tarda antichità, sottolinea il verificarsi di cambiamenti verso la fine del VII secolo. Sembrano trovare origine nel raggiungimento di un equilibrio interno delle diverse regioni, permesso
A Gladbach, nel VI-VII secolo, il villaggio era imperniato su una struttura abitativa molto estesa definita casa-mercato, circondata da ventisette capanne delle quali le più grandi erano recintate, otto granai e molti silos (SAGE, 1969. Per una riproduzione della pianta del villaggio, di facile consultazione, si veda anche ARIÈS, DUBY, 1988, Fig.4.21). In Francia, a Villier-Le-Sec, due ettari videro l’alternarsi di sessantotto strutture in età merovingia (capanne, laboratori, magazzini, forni ecc.) e novantaquattro strutture in età carolingia: anche per questa fase suddivise in capanne, laboratori, magazzini e forni ai quali si aggiungeva un’area cimiteriale composta da cinquantatre sepolture ed una piccola piazza luogo di mercato (CUISENIER, GUADAGNIN, 1988, pp.142-145). Nella repubblica Ceca, a Brezno, le capanne si disponevano a cerchio su un'area di due ettari ed ammontavano a ventidue nella prima metà del VI secolo, a dieci nel VII secolo, nuovamente a ventidue tra VIII-IX secolo (DONAT, 1980, pp.138-146, 199). 294 Come ha osservato Delogu «sotto il profilo dell'evoluzione delle strutture, non è necessario attribuire ai longobardi una rottura qualitativa ed una ricostituzione dell'organizzazione economica e culturale su basi diverse: come già si è detto, il loro ruolo potè consistere nell'accentuazione data ai processi in corso, già volti alla decomposizione dell'organizzazione tardo imperiale» (DELOGU, 1994, pp.16-17). 295 E’ stato posto l'accento su una campagna che nel centro-nord vive lunghi decenni di stallo (scarsa espansione degli spazi coltivati e bassi indici demografici) letti come fase di faticosa espansione della media e grande azienda fondiaria che trovava ostacolo nella presenza di molti poderi di impressionante estensione, tra i 35 ed i 28 iugeri (uno iugero = 7.900 mq): si veda FUMAGALLI, 1978b, pp.XII-XIII. Durante l'VIII secolo la disponibilità fondiaria dei maggiori proprietari contava ancora pochissime aziende, molte delle quali di piccola dimensione o con un dominico molto ridotto rispetto all'insieme dei poderi aggregati (VIOLANTE, 1953; FUMAGALLI, 1974). E’ comunque dopo il 730-740 che un numero maggiore di informazioni permette di riconoscere una decisa tendenza alla concentrazione, con proprietà a struttura bipartita (sala sundrialis/casae tributariae), gestite secondo le norme di un sistema curtense in via di formazione: si veda TOUBERT, 1995, p.188. Sulla progressiva affermazione della grande proprietà e sulla conseguente crisi della piccola proprietà contadina in epoca carolingia e soprattutto nei decenni fra VIII-IX secolo si vedano anche FUMAGALLI, 1976 e ANDREOLLI, MONTANARI, 1983, pp.69-128 con un esame molto approfondito dei meccanismi di appropriazione fondiaria dei potentes. 96
anche dalla fine degli scontri con i bizantini ed in una crescente capacità di iniziativa manifestata dai poteri politici, ma probabilmente diffusa in tutta la società.296 Anche Wickham non differisce troppo da questa linea interpretativa, individuando nel VII secolo un’aristocrazia fondiaria ancora debole e nell’VIII secolo, pur con il persistere di una disponibilità economica relativamente scarsa, l’iniziale sviluppo di ricchezze rurali private.297 Fu quindi un’«integrazione dal basso», avviata con l’inserimento dei Longobardi in una campagna ed in una società fortemente impoverite298 ed in progressiva crisi almeno dalla fine del V secolo che, inizialmente, furono ancor più affossate. La riorganizzazione rurale si svolse come un processo lento, incentrato su territori degradati che richiesero quasi un secolo prima di vedere in vita una rete di villaggi numericamente consistente, la cui stabilizzazione fu affiancata da un graduale «processo di divaricazione sociale che portò da una parte ad una ristretta aristocrazia (che deteneva ed esercitava il potere) e dall’altra ad una classe, sempre di uomini liberi, ma che da questa di fatto andava a dipendere».299 Gasparri, sulla scia delle riflessioni di Tabacco,300 affronta ancor più in profondità questo tema, riconoscendo nei possessores dell’VIII secolo la classe dirigente vincente, quindi i nuovi componenti dell’exercitus composto ora da tutti coloro che erano longobardi di diritto (ovvero dai proprietari terrieri affermatisi tra VII e VIII secolo indipendentemente dall’origine etnica), ed una società che tendeva a farsi sempre più differenziata socialmente con la crescita di una massa indicata dalle leggi come pauperes o rustici.301 «Gli arimanni o exercitales nel secolo VIII coincidono quindi con i possessores. Per cui lo schema tribale di riferimento, sul quale si innestava il potere politico all’interno del popolo longobardo, entrava in crisi nella realtà concreta dei rapporti sociali. In teoria non veniva però mai ripudiato del tutto:
I segni sono da leggere nell’unità ecclesiastica del regno con la conclusione dello scisma dei Tre Capitoli (per la Toscana in una ricostituzione del territorio rurale sotto il profilo ecclesiastico), nella ripresa dei centri urbani, nella fondazione o rifondazione di alcuni importanti monasteri come Farfa, San Vincenzo al Volturno e Montecassino. Il gruppo di monetazioni longobarde dell'VIII secolo, che per la prima volta non sembrano più imitare tipi bizantini. La stessa ricomparsa della documentazione scritta, così come la nuova monetazione dell'ultimo decennio del VII secolo, s’inquadrano in quest'insieme coerente di indizi di riorganizzazione e vitalità (DELOGU, 1994, pp.20-21). Sul regno longobardo nell’VIII secolo ed i mutati comportamenti delle aristocrazie si veda la sintesi BERTELLI, BROGIOLO, 2000. Sul ruolo di re Liutprando nella riorganizzazione del regno si legga GASPARRI, 2000, pp.26-27: «Liutprando poteva contare su un palazzo ben organizzato, su un patrimonio fiscale i cui territori – organizzati in curtes, che erano al tempo stesso unità di produzione agraria e centri amministrativi pubblici – si estendevano su vaste zone sparse in tutto il regno, su uno stuolo di funzionari (talvolta, è vero, dalla fedeltà un po’ incerta) addetti a tale patrimonio e alla riscossione delle pochissime imposte esistenti e, infine, su una rete di clienti – i gasindi – ramificata e socialmente qualificata». 297 WICKHAM, 1994. 298 DELOGU, 1990. 299 GELICHI, 2001, pp.234-235. 300 TABACCO, 1967 e TABACCO, 1973b. 301 GASPARRI, 1983, pp.107-113.
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ufficialmente l’esercito era sempre formato da tutti i Longobardi, i membri del gruppo tribale originario. Di fatto, ormai quello che esisteva era invece un esercito formato da possessori – o negotiantes – dalle origini etniche in parte almeno contestabili».302 A livello nazionale, la progressiva trasformazione e stabilizzazione delle aristocrazie della terra pare trovare una corrispondenza sia negli scavi di alcune chiese sia nei caratteri delle sepolture. Come in alcuni casi piemontesi (Mombello e Centallo)303 e lombardi (per esempio Trezzo, Palazzo Pignano, Garbagnate Monastero ecc.)304 databili fra VII e VIII secolo, dove è stata riconosciuta l’associazione chiesa privata con cimitero e abitazione del proprietario terriero longobardo posta a breve distanza.305 Si tratta di oratori privati, con sepolture privilegiate, la cui fondazione sembra riconducibile ad un modello di riferimento fornito dai sovrani (per i secoli VII e VIII abbondano le notizie circa la fondazione di chiese da parte dei re longobardi); sono indizio di un ceto di fideles del re che si sta territorializzando (esponenti di spicco della nuova classe dei possessores), facendosi seppellire nel luogo in cui vivevano. Tra essi si distinguono anche alti funzionari, dei gasindi, che operano per conto della corona e che da essa erano beneficiati e protetti, ben rappresentati dai cosiddetti “signori degli anelli” delle tombe di Trezzo e di Palazzo Pignano.306 Le tendenze mostrate dai corredi funerari di età longobarda rappresentano anch’esse indicatori dei processi sociali in corso.307 Il carattere degli oggetti contenuti nelle sepolture degli strati dirigenti cambia dalla fine del VI secolo e per tutto il VII secolo. I simboli con i quali si affermava il proprio status divengono mano a mano più prestigiosi, indicando l’esistenza di flussi commerciali regolari riattivati dalla nuova committenza. Gli elementi del corredo non sono più destinati a rappresentare l’etnicità308
GASPARRI, 1983, pp.108-109. PANTO’, PEJRANI BARICCO, 2001, pp.17-25. 304 DE MARCHI, 2001; BROGIOLO, 2001. 305 Gelichi sottolinea come il campione che abbiamo a disposizione, per quanto abbastanza casuale nella distribuzione geografica, «sembrerebbe indicare piuttosto chiaramente come anche il fenomeno di recupero, parziale o parassitario, delle antiche ville/fattorie, non fu praticato in maniera capillare dai Longobardi. Se le occupazioni tardive non sono ancora una volta sfuggite all’esame degli archeologi, dovremmo dedurne che il quadro che emerge dei casi ora analizzati tenda parzialmente a coincidere con quanto restituito dalle ricognizioni di superficie, nel senso di una forte selezione degli insediamenti nella fase del primo alto medioevo» (GELICHI, 2001, p.227). 306 Si veda per tutti la recente messa a punto in LUSUARDI, 2004. 307 Su questi temi si veda LA ROCCA, 1997 e LA ROCCA, 1998. 308 Le caratteristiche fondamentali del rito funebre di tipo merovingico si mantengono immutate anche in Italia (la disposizione delle fosse in file orientate est-ovest, la frequente presenza di bare lignee, la struttura dei sepolcreti per gruppi familiari) mostrando una certa corrispondenza tra intensità e precocità dell’occupazione territoriale. Le tombe più ricche riferibili alla generazione immigrata, oltre alle armi (spatha, lancia e scudo) ed oggetti del banchetto, presentano gioielli personali di tradizione germanica, spesso consunti dall’uso (soprattutto le fibule), comprendono qualche raro bene suntuario, che non si collega a nessuna serie (quindi non appartenenti ad una fase di committenza consolidata) ma che doveva essere stato sottratto a quella parte del ceto dirigente romano a cui i longobardi sono subentrati nel possesso della terra
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piuttosto ad ostentare il prestigio sociale raggiunto e negoziato localmente. Gli oggetti del banchetto deposti ai piedi del corpo si accompagnarono sempre più di frequente in questi decenni all’abito funebre decorato con fibule, cinture e vesti di broccato d’oro e ad una gamma di armi ampliata con accentuazione degli elementi decorativi nelle sepolture maschili. Nelle sepolture femminili sono introdotti i gioielli; oltre a modifiche nell’uso delle fibule a staffa o a disco, compaiono anelli, orecchini, gemme incise di tradizione mediterranea. Questa evoluzione può essere letta come il segno di un processo di progressiva trasformazione dell’aristocrazia longobarda. La partecipazione all’exercitus rimane la principale occupazione dell’uomo libero, che però evolve nella nuova condizione di proprietario fondiario. Le sole armi, componenti principali dei corredi maschili pannonici, non sono più sufficienti a rappresentare la sfera di relazioni delle aristocrazie.309 Sulla stessa scia sembrerebbero inserirsi quelle sepolture dette dei cavalieri. In alcune aree, infatti, dalla fine del VI secolo, i longobardi tesero a sottolineare il proprio rango equestre ed a qualificare quindi il sepolto come un uomo armato a cavallo. La manifestazione di status avvenne attraverso oggetti di corredo riferiti all’equipaggiamento del cavaliere ed alla bardatura dell’animale (speroni, briglie, morso) e talvolta con la sepoltura dello stesso cavallo insieme all’inumato od anche in fosse separate. Si trattava quindi della spia di un forte mutamento nella composizione sociale delle élites e l’ostentazione equestre, caratterizzata da un apparato ridondante di corredo, a testimoniare il notevole investimento della famiglia per caratterizzare appieno le qualità del morto, sembra rimandare all’esistenza di veri e propri parvenus.310 Si sottolinea inoltre come le tombe equestri sono spesso
(per esempio: l’anello traianeo e la fibula a disco sbalzata di tipo bizantino dalla tomba 39 di Nocera Umbra). Si veda MELUCCO VACCARO, 1988. 309 Nell’VIII secolo la pratica risulta definitivamente abbandonata, affermandosi un nuovo ceto di possessori in controtendenza con il precedente ed un diverso atteggiamento delle aristocrazie nei confronti dei rituali legati alla morte. Il disprezzo delle forme usuali di ostentazione del proprio prestigio sociale si ricollega alle rielaborazioni delle celebrazioni funebri di un gruppo sociale teso a ridefinire continuamente la propria specificità. In questo cambiamento, che appare come una risposta aristocratica alla diffusione generalizzata dei corredi funebri, si manifestò anche l’influenza ecclesiatica. Su tali aspetti si veda in particolare la sintesi in LA ROCCA, 2000 e l’epigrafia funeraria trattata in DE RUBEIS, 2000. 310 Le tombe caratterizzate dall'armamento del cavaliere sono state intepretate anche dalla Melucco Vaccaro come segno di un complesso fenomeno di mutamento e diversificazione sociale tra coloro che vengono seppelliti con le armi. Collega la loro presenza ad una disposizione di legge aggiunta all’edictus di Astolfo di metà VIII secolo che ratificava delle consuetudini preesistenti: sulla base della proprietà fondiaria venivano stabiliti per censo gli obblighi militari degli arimanni. La qualità e la composizione del corredo sono quindi ricondotti all’appartenenza a tre fasce: proprietari di più di 7 casae massariae = cavalli, armi, armamento per sé e per i propri uomini; proprietari fino a 7 casae massariae = armi personali, corazza, cavallo; proprietari di 40 iugeri = cavallo, scudo e lancia personali. (MELUCCO VACCARO, 1988). Il fenomeno è stato riscontrato diffusamente nell’Europa dell’est; per esempio nell’area tra il Reno ed il Neckar viene collegato all’emergere di nuove stratificazioni e gerarchie: membri di famiglie aristocratiche alamanne subentrati nel possesso di terre fiscali sino dalla prima metà del VI secolo che, soprattutto nella seconda metà del VII secolo ed a supporto al potere ducale, avrebbero ricevuto compiti di vigilanza militare, amministrazione civile e fiscale. In Italia le tombe con cavallo sono attestate in varie località tra le quali 99
accompagnate da tombe femminili anch’esse riccamente dotate.311 Gli effetti prodotti da un maggior radicamento delle aristocrazie nella campagna sono riconoscibili archeologicamente in Toscana solo con l’VIII secolo. Non si manifestano come nel settentrione, dove alcuni possessores longobardi vivevano in centri di riferimento sul territorio, che abbiamo visto articolarsi in una residenza ed un oratorio privato con cimitero (ma ancora non sono noti archeologicamente i nuclei in cui si raccoglieva la massa dei lavoratori). Si osserva invece dagli scavi un’evoluzione nei villaggi già esistenti ed anche quelli di nuova fondazione (Montarrenti e Miranduolo) mostrano caratteri convergenti verso un nuovo tipo di comunità. Le trasformazioni riguardano aspetti economici e strutturali, presentandosi in alcuni casi gradualmente, mentre in altri il nuovo tipo di organizzazione è già impostata all’origine. Nel villaggio di Poggibonsi la popolazione continuava ad essere economicamente uniforme; erano presenti capanne abitative, stalle od altri ricoveri per animali, spazi aperti destinati allo svolgimento di attività rurali ed artigianali. Intorno alla metà dell’VIII secolo le strutture già esistenti furono affiancate da un nucleo composto da sei edifici raccolti intorno ad una piccola corte, due dei quali con destinazione di magazzino-rimessa. La costruzione di questo complesso (le cui prime tracce sono presenti agli inizi del secolo in forma già evidente) è interpretabile come l’inserimento di un signore o di un suo actor (agente incaricato di raccogliere le rendite e sorvegliare il lavoro dei contadini dipendenti) nel villaggio; rappresenta non solo l’indizio di gerarchizzazione sociale, ma anche un cambiamento ed un maggiore controllo diretto sulla produzione. La presenza del nuovo complesso è parallela ad altri due elementi di novità: un apparente aumento della popolazione residente, ipotizzabile in un centinaio di persone circa e quindi quasi raddoppiata (dato che però potrà accrescersi solo con l’ampliamento dello scavo) e la variazione delle attività produttive. Accanto all’allevamento ed alla pastorizia inizia ad avere un peso maggiore l’agricoltura, come rivela lo studio archeozoologico sulla base dei rapporti percentuali delle specie e dell’età di morte stimate. In questo senso l’aumento dei bovini e la presenza di soli individui anziani sembra indicare un loro utilizzo esclusivo per la coltivazione. Tra i maiali, inoltre, non sono stati rinvenuti soggetti abbattuti prima del secondo anno, indice di una maggiore attenzione verso la massima resa in carne, anche a seguito di una
Trezzo, Nocera Umbra e Vicienne in Molise (dove sono state scavate dieci tombe di questo genere). 311 Se fino alla fine del VI secolo i corredi femminili indicavano caratteri distintivi del diverso stato sociale, con gli inizi del VII secolo pare manifestarsi l’intenzione di manifestare con chiarezza un modello di deposizione femminile definito come “le donne del cavaliere”. In questa fase di mutamento, le donne sembrano poter utilizzare e condividere, ma soprattutto contribuire ad affermare, i simboli dello status del proprio gruppo parentale. 100
diminuzione del numero di capi allevati e forse di una contrazione delle superfici boschive, derivanti dalla messa a coltura di nuovi spazi.
Figura 53
La trasformazione dell’insediamento e un’economia che si diversificava divenendo anche agricola, segnano la riorganizzazione urbanistica e produttiva del villaggio ed un controllo più forte sul lavoro. La costruzione dei due magazzini può infatti implicare l’accumulo di prodotti provenienti da campi gestiti direttamente dalla casa del signore ma anche il prelievo di quote. Ci troviamo di fronte ad un’azienda di età longobarda che ricorda, pur non essendolo, una curtis di piccola estensione, compatta e con elementi pertinenti sia ad una casa dominica sia ad un nucleo massaricio all’interno dello stesso centro; un esempio tangibile di quelle forme precurtensi intuite da molti autori, ma mai tratteggiate urbanisticamente, la cui comparsa facilitò l’applicazione dei modelli franchi di un maturo sistema curtense.312 Un villaggio imperniato quasi esclusivamente sull’agricoltura e dove la presenza di due zone distinte attesta gerarchizzazione, è Montarrenti. Tra la metà del VII e la metà dell’VIII secolo, decenni nei quali l’insediamento si formò, esisteva una divisione netta fra gli spazi sommitali ed i versanti. Se l’intera comunità risultava difesa da un’estesa palizzata, la parte più innalzata venne ulteriormente rinforzata, e distinta fisicamente dal resto delle superfici insediate, attraverso una seconda cortina. Questa zona può essere paragonata al complesso di sei edifici intorno ad una corte scavati a Poggibonsi e quindi leggervi la presenza di un controllo signorile diretto sul villaggio-azienda. Mentre a livello di restituzioni ceramiche non si osservano differenze fra le due aree dell’insediamento, la distribuzione dei reperti archeozoologici è concentrata solo nella parte sommitale. Su questi spazi sono stati riconosciuti soprattutto maiali e caprovini; le giovani età d’abbattimento tendono a far riconoscere una pratica allevatizia finalizzata soprattutto al consumo di carne. Ai maiali ed ai caprovini si aggiungevano in percentuale minore i bovini, macellati quando ormai inutilizzabili nei lavori di trazione. Il consumo della carne, in un villaggio la cui popolazione era impegnata quasi esclusivamente nel lavoro dei campi, sottolinea un elemento di distinzione sociale nell’alimentazione differenziata e più ricca; inoltre mostra come il controllo degli animali sia stato direttamente esercitato dal signore. Il caso di Montarrenti, in questa fase, può essere riconosciuto come una curtis, ma solo nel significato attribuito al termine nelle prime
Per le differenze di fondo fra l’azienda di età longobarda e quella carolingia si vedano in particolare VIOLANTE, 1953; FUMAGALLI, 1976; TOUBERT, 1983; TOUBERT, 1995, pp.183-196; ANDREOLLI, MONTANARI, 1983; ANDREOLLI, 1978. Si veda PASQUALI, 2002 per un confronto fra le posizioni degli autori citati e per un’estesa bibliografia.
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attestazioni documentarie centro-settentrionali che risalgono al secolo VIII, quando corrisponde all’esigenza di individuare una casa rurale padronale, protetta da un recinto (è questo il significato originario di curtis), cui demandare sia la gestione economica del dominico, sia la raccolta e l’uso delle rendite del massaricio.313
Figura 54
Il villaggio di Miranduolo, tra VIII-IX secolo, sembra assimilabile a Montarrenti ed a Poggibonsi per la presenza di un’area insediativa distinta; in questo caso, il segno di una gerarchizzazione non viene letto nell’esistenza di fortificazioni o di una alimentazione migliore ma nella costruzione di edifici in cui si raccolgono ed immagazzinano derrate agricole. Lo scavo dei livelli più antichi è comunque ancora in corso e per esporre conclusioni definitive si deve attendere. Ma i dati disponibili indirizzano in tal senso, così come la trasformazione nel IX secolo parrebbe confermare l’ipotesi, oltre che accordarsi con le vicende riscontrate su tutti i centri indagati.314 Le attività produttive riconosciute nei villaggi indagati sembrano riconducibili solo parzialmente all’interno del modello tracciato da Fumagalli per l’economia agraria longobarda, costituita da una stretta integrazione tra allevamento e sfruttamento delle aree incolte.315 Si conferma invece, osservando le trasformazioni urbanistiche dei centri e l’emergere di spazi con una strutturazione particolare e distinta, come la proprietà agraria in età longobarda anticipava alcuni degli elementi del sistema curtense e quindi come costituisse «un terreno in parte già preparato per la diffusione della curtis».316 Nel loro insieme, tali villaggi possono rappresentare le curticelle degli storici? Cioè dei centri di piccole dimensioni, con un dominico ridotto e spesso contrapposto al massaricio, che rappresentano forme di gestione precurtense della proprietà?317 In essi esisteva un sistema di prelievo canonario sul lavoro dei rustici ma non si verificava una funzionale compenetrazione fra dominico e massaricio attraverso quelle corvées definite la «vera e propria forza motrice dell’azienda curtense».318 La presenza di una casa
Al riguardo si vedano le precisazioni in PASQUALI, 2002, p.43. Azzarra e Gasparri sulla base delle leggi di Rotari commentano: «La corte è la fattoria, cinta da siepi e fossati, in cui risiede il libero e che costituisce il centro delle sue proprietà; al suo interno convivono proprietari e lavoratori e vi si trovano tutti gli strumenti e i servizi all’attività agricola e pastorale» (AZZARRA, GASPARRI, 1992, p.109 nota 37), 314 Le trasformazioni alle quali fu soggetto Miranduolo sono illustrate nel paragrafo 4.3. 315 FUMAGALLI, 1992, pp.38-43. 316 ALBERTONI, 1997, pp.125-126. 317 In particolare Toubert e Fumagalli hanno sottolineato che nel centro-nord la fisionomia delle campagne altomedievali non fu caratterizzata da grandi latifondi almeno sino al maturo VIII secolo. Questi erano privi spesso di una parte centrale efficiente, che emergesse al ruolo di nucleo forte nella coesione con i poderi degli affittuari. Si vedano TOUBERT, 1973a (soprattutto pp.100-104); TOUBERT, 1973b; TOUBERT, 1995, pp.181-245. Inoltre FUMAGALLI, 1966; FUMAGALLI, 1968; FUMAGALLI, 1970; FUMAGALLI, 1976; FUMAGALLI, 1978. 318 ANDREOLLI, MONTANARI, 1983, pp.45-55. Sulla stessa posizione FUMAGALLI, 1976 e
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dominica poco estesa potrebbe essere un indizio di insediamenti così tipologizzabili; ma come archeologi sottolineiamo solo il nostro modello di villaggio-azienda per la matura età longobarda, che si presenta con le caratteristiche indicate.
5.5 – Trasformazione dei villaggi in curtes
Tutti i contesti scavati mostrano, con l’età carolingia, l’inizio di una stagione di rinnovamento urbanistico legato ad un controllo decisamente forte sulla popolazione e sul lavoro, ad una nuova capacità di organizzare la società locale. L’effetto più evidente fu una sistematica riprogettazione dei villaggi che si lega all’introduzione dell’organizzazione latifondistica di modello franco. Il villaggio di Scarlino cambiò quasi del tutto fisionomia fra VIII e IX secolo; venne fortificato e furono erette due strutture che implicano la probabile presenza di un possessor di età carolingia: la grande capanna319 e soprattutto la chiesa per la cui costruzione furono impiegate delle maestranze specializzate esterne e che doveva avere carattere privato.320 Questi eventi segnano la costituzione del villaggio in curtis e la parte sommitale, dotata ora di clausura, sembra rappresentare la casa dominica. E’ possibile che il massaricio si dislocasse sui versanti della collina, ma in queste aree non è stato scavato e non possiamo dare conferme. La presenza di una chiesa estesa 77 mq, con uno spazio di circa 60 mq utilizzabile escludendo l’area presbiteriale, quindi in grado di ospitare almeno una 120-150 persone (considerando che in 1 mq potevano raccogliersi almeno 2-3 individui), rappresenta un indizio della probabile popolazione. Avendo calcolato in 3040 unità gli abitanti della zona sommitale, Scarlino doveva avere un massaricio tre volte più popolato e posto a distanza tale da raggiungere facilmente la chiesa.
Figura 55
Un fenomeno simile è osservabile a Montarrenti e Miranduolo. Nel villaggio di Montarrenti la palizzata che cingeva gli spazi di sommità fu sostituita da una cortina muraria ed al suo interno, alcune capanne vennero soppiantate da strutture che attestano il controllo della produzione, la
FUMAGALLI, 1980a; FUMAGALLI, 1980b; ANDREOLLI, 1999, pp.69-85, 111-127. Di diversa idea (sistema curtense già maturo nell’VIII secolo almeno per l’Italia centro-settentrionale): TOUBERT, 1983; VIOLANTE, 1953; PASQUALI, 1992. 319 La struttura è presentata nel capitolo 2, sezione Capanne in armatura di pali a livello del suolo. 320 La fondazione di un oratorio privato tra IX e X secolo, oltre che per motivi devozionali, era finalizzata all’acquisizione di diritti e privilegi da parte della famiglia del fondatore. Si veda al riguardo VIOLANTE, 1977, pp.673-674; SETTIA, 1991, pp.5-6. Sullo scavo di chiese rurali databili tra VII e VIII secolo si veda BROGIOLO, 2001, pp.199-204. Si veda inoltre come esempio recentissimo il caso, un po’ più tardo, della chiesa del castello fiorentino di Monte di Croce in comune di Pontassieve, una cappella privata signorile d’inizi XI secolo (CAUSARANO, FRANCOVICH, TRONTI, 2003). 103
riscossione di quote canonarie, il loro trattamento e conservazione: un grande granaio, una macina e un fornetto per essiccare le granaglie. Le trasformazioni indicano, anche per Montarrenti, la presenza di un possessore in grado di esercitare prerogative di signoria fondiaria, capace di definire il nuovo assetto economico del villaggio accentrando beni e strutture di servizio nella parte alta della collina, cinta ora da mura di pietra. Il complesso di IX secolo è identificabile come il centro di una curtis cum clausura, un nucleo insediativo e di raccolta, dotato di strutture difensive a controllo della “ricchezza”. I versanti del rilievo e le capanne qui edificate possono essere invece riconosciute come la zona massaricia dell’azienda. A Montarrenti il controllo dei beni sembra essere stato capillare. Per gli animali per esempio, la distribuzione dei reperti osteologici mostra il persistere di una concentrazione pressochè totale nell’area di sommità: dei 472 frammenti rinvenuti solo 20, pari ad una percentuale del 2,54%, provengono dalle zone di versante. E’ possibile che le ossa fossero in gran parte gettate all’esterno dell’insediamento ma, a parere nostro, questo dato sembra indicare che nella casa dominica si gestissero quasi interamente gli animali presenti nel villaggio; inoltre che solo un numero molto ristretto di famiglie del massaricio poteva disporne, come la capanna dell’area 2000 con almeno una vacca (tutte le ossa rinvenute appartengono ad uno stesso individuo) o quella dell’area 8000 con alcuni maiali ed un piccolo allevamento di animali da cortile. Viene da chiedersi, constatata la rigorosa concentrazione di animali all’interno degli spazi cinti da mura, se la disponibilità di capi in abitazioni del massaricio non possa essere collegata alla presenza di liberi, legati a vario titolo al signore, dotati di animali propri o forniti contrattualmente.321 I dati esposti lasciano avanzare ipotesi sulla ripartizione delle attività economiche nell’azienda. Il lavoro dei campi era svolto soprattutto dai massari. La casa dominica funzionava essenzialmente come centro di raccolta di prodotti agricoli già semi-lavorati sotto forma di canone (come mostra l’alto grado di ripulitura dei resti archeobotanici), di allevamento finalizzato soprattutto all’alimentazione (il 50% del totale delle ossa è rappresentato da porci macellati in giovane età) ed allo sfruttamento delle attività casearie e della lana (37% del totale è rappresentato da caprovini quasi tutti abbattuti in tarda età). Alcuni campi dovevano inoltre essere gestiti direttamente dal dominico attraverso i propri dipendenti, impiegando dei buoi a tale scopo (presenti in percentuale dell’11% e destinati alla mensa in età matura). Anche l’uso dei boschi pare essere riservato al dominico per il pascolo dei suini e per la caccia: le uniche attestazioni di selvaggina provenendo ancora dall’area di sommità.
Si veda fra i tanti FUMAGALLI, 1976, p.33 sugli animali di grossa taglia affidati dal proprietario al livellario.
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Figura 56
Miranduolo, nella metà del IX secolo, faceva parte di una signoria fondiaria che promosse la sua definitiva trasformazione in azienda. I profondi cambiamenti topografici realizzati sono indizio di manovalanza da impiegare in un’impegnativa escavazione della roccia. Mostrano per la prima volta la presenza di una gerarchizzazione elementare, articolata in una bipolarità fra signore e contadini dipendenti, che venivano impiegati sia nelle attività rurali sia in opere decise dal signore stesso. La parte sommitale del rilievo, estesa 750 mq, fu fortificata tramite una robusta palizzata e probabilmente da un fossato. Il carattere dell’insediamento, che da aperto si cinge di difese, evidenzia una nuova realtà in cui è necessario proteggere persone, animali, strumenti e derrate agricole. Il villaggio è divenuto un centro economico distinto fisicamente dal circondario; si trasformò anch’esso, come Montarrenti, in una curtis cum clausura. La parte sommitale deve essere letta come una casa dominica di piccola estensione ed essenzialmente luogo di residenza del proprietario o di un suo agente e luogo di raccolta. Si caratterizzava come una fattoria composta da pochissime abitazioni (sinora sono state scavate quella padronale ed una capanna in cui si svolgevano attività artigianali), contornate da edifici per l’accumulo di scorte alimentari. Le considerevoli restituzioni archeobotaniche attestano un’economia agricola tesa a impiegare intensivamente tutto il territorio di catchment tramite campi seminati a cereali (grano duro, segale, orzo) e legumi (favino e cicerchia), coltivando vite, olivo, peschi e noci, sfruttando le risorse di boschi (castagne e ghiande) e di probabili piantumazioni nel loro insieme composti da querce, castagni, carpini, eriche, aceri, olmi, frassini e pioppi. Il ruolo dell’allevamento non è calcolabile essendo lo studio dei reperti archeozoologici ancora in corso. Ma alcune indicazioni lasciano intravedere (va però detto che il prosieguo dello scavo confermerà o smentirà) come la casa dominica controllasse anche la gestione degli animali; nei magazzini, infatti, oltre alle derrate destinate all’alimentazione della famiglia dominante, si sono rinvenute ampie quantità di prodotti finalizzati al sostentamento degli animali. Il dato sembra confermare quanto osservato per Montarrenti, ed anche per Poggibonsi come si esporrà più avanti, dove la gestione degli animali compare come un’esclusiva del dominico. Ugualmente non è stimabile l’ammontare della popolazione. Se l’ipotesi sulla presenza di capanne per l’intero mezzo ettaro del rilievo troverà conferma (alcune buche di palo stanno già comparendo sugli spazi a nord ovest del fossato), il villaggio aveva una notevole entità demografica. Al tempo stesso preciserà l’articolazione del villaggio-azienda in una casa
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dominica difesa e di piccole dimensioni ed un massaricio molto esteso. La consistenza della popolazione e del territorio della curtis, possono essere ipotizzate per il momento attraverso un processo di analisi retroattiva fondata su due supposizioni: coincidenza spaziale fra villaggio altomedievale e castello fondato alla metà del X secolo e coincidenza dei loro distretti. Il risultato mostra un carico demografico sulle 130-150 persone322 ed un territorio di 16 kmq circa.323
Figura 57, 58, 59, 60
A Poggibonsi, le strutture d’età carolingia nascono da una nuova ridefinizione urbanistica dell’abitato intorno al grande edificio tipo longhouse. Il villaggio, anche in questo caso, fu riprogettato secondo la logica di un controllo forte sugli uomini e sul loro lavoro e su un uso ottimizzato degli spazi. Il costante aumento della frequenza di bovini a scapito delle altre specie domestiche, accompagnato dalla presenza del grande granaio e di un magazzino molto articolato interno alla longhouse, testimoniano l’emergere di un’economia spiccatamente agricola, alla quale sopravvive solo l’allevamento di caprovini. Le differenze con il più antico villaggio di età longobarda e con quello di VIII secolo sono sensibili. Sino dal VII secolo l’economia silvopastorale aveva il ruolo di attività trainante e raggiunse l’apice agli inizi dell’VIII secolo, incentrandosi soprattutto sui suini; i decenni successivi mostrano
Un confronto con Rocca S.Silvestro (Campiglia M.ma – LI; si veda FRANCOVICH, 1991) castello più vicino tra quelli scavati in ampia estensione (80% del complesso), svolto attraverso calcoli e comparazioni sulle rispettive piattaforme GIS, lascia congetturare l’entità delle strutture abitative e quindi della popolazione. Per Miranduolo possiamo così immaginare la presenza di 20 abitazioni circa, che attesterebbero un carico demografico intorno alle 100 persone (nucleo familiare medio di 5 unità) che sale intorno alle 130-150 anime includendo i residenti all'interno del cassero. Si veda NARDINI, VALENTI, 2003. 323 Per dare un aspetto “spaziale” alla rete dei castelli appartenenti ai Gherardeschi, è stato costruito un modello dimensionale dei loro distretti, ricorrendo all’applicazione dei poligoni di Thiessen intesi come territorio teorico di pertinenza. Per diminuire il rischio di misure falsate, sono stati presi in considerazione tutti i castelli in vita fra XI e XII secolo compresi nella fascia degli attuali comuni di Chiusdino, Roccastrada, Montieri, Monticiano, Sovicille, Radicondoli e Casole d'Elsa; la maglia ottenuta mostra una serie di territori con dimensioni variabili (dai 36 kmq ai 7 kmq). Ai castelli gherardeschi, posti ad una distanza variabile fra i 3-3,5 Km, si legano distretti estesi mediamente 21 kmq, che investono tre quarti circa dell’Alta Val di Merse; definiscono così un progetto di dominio territoriale attraverso la fondazione di un “gruppo” organico di centri fortificati. Nel caso di Miranduolo, il poligono delimita un territorio di circa 16 Kmq e racchiude tutte quelle località indicate nelle fonti documentarie di metà XIII secolo come confini del suo comprensorio od in esso inserite. Si veda NARDINI, VALENTI, 2003. I valori registrati per la Val di Merse trovano sufficiente corrispondenza nella Val d’Elsa. In questo caso la taratura dei poligoni è stata effettuata considerando le attestazioni dei territori limitrofi (Castellina, San Gimignano e Monteriggioni per Poggibonsi; Casole, San Gimignano e Monteriggioni per Colle). Il risultato ha materializzato 6 poligoni intorno a Staggia, Talciona, Lecchi, Marturi, Papaiano e che rivelano un’estensione media di poco superiore ai 13 kmq (13,47962) ed i seguenti valori unitari: Staggia = 18,608462 kmq; Talciona = 14,788310 kmq; Lecchi = 13,820152 kmq; Bibbiano = 13,491514 kmq; Papaiano = 14,133508 kmq; Marturi = 6,035817 kmq. Nel complesso i territori ipotetici di dominio del centro di riferimento mostrano, una rete di grandi aziende che si sono divise più o meno equamente la terra (VALENTI, 1999).
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l’affiancarsi di attività agricole e la comparsa di nuove strutture funzionali ad un loro controllo, poi molto più stretto con le trasformazioni del villaggio di IX secolo. L’area indagata dallo scavo324 è interpretabile come il centro di un'organizzazione produttiva di tipo curtense; sembra riconducibile al modello delle curtes di tipo "classico", divise in parte domocoltile e massaricia, quest’ultima da collocare sulle superfici sud della collina non ancora sottoposte a scavo (ipotesi più plausibile) o in altra zona del territorio circostante. Nel massaricio dovevano svolgersi le stesse attività lavorative attestate nel dominico, cioè agricoltura e pastorizia specializzata; le quote canonarie venivano raccolte nel grande granaio o, nel caso di prodotti alimentari in carne, portate direttamente alla casa dominica.325 La presenza del proprietario in loco sembra accertata dalla stessa centralità della longhouse e dalle restituzioni di una struttura adiacente. Si tratta di una piccola capanna con pianta a”T” affacciata sulla strada in terra, in pratica un’abitazione-magazzino, con reperti che rivelano l’identità del signore: una lancia a foglia, una punta di freccia, elementi della bardatura di un cavallo. La piccola capanna era quindi occupata da un diretto dipendente, forse un servo, che custodiva alcuni beni fra i quali le armi del suo padrone identificabile in un miles od un exercitalis che traeva sostentamento e profitto dall’azienda affidatagli in beneficio.326 Lo spazio intorno alla capanna dominica fu organizzato come una specie di fattoria dotata di annessi e strutture di servizio; gli animali erano custoditi all’interno del centro e le attività artigianali venivano svolte sotto il diretto controllo del proprietario. La forgia da ferro e la fornace da ceramica, disposte poco lontano dalla longhouse, lasciano intravedere come la fabbricazione di alcuni beni necessari alla vita ed al lavoro quotidiano avveniva nella casa dominica e può rappresentare sia una tendenza all’autosufficienza, sia una produzione di attrezzi destinati per contratto ai livellari,327 sia l’esercizio di una bannalità: i contadini ed i pastori del massaricio potrebbero essersi dovuti approvvigionare presso il centro.328 L’autosufficenza è comunque da interpretare alla stregua di una limitata dipendenza economica dall’esterno, che non significa totale chiusura e completa autarchia come dimostrano la ceramica a vetrina pesante ed i molti reperti vitrei rinvenuti.329
Lo scavo è descritto più in dettaglio nel paragrafo 4.1. Sulla tipologia dei modelli di azienda curtense si veda soprattutto la sintesi in TOUBERT, 1995. 326 Sugli exercitales, i liberi possessori con obblighi di servizio militare e, in relazione ai beni posseduti, tenuti anche ad altri servizi come la manutenzione di ponti e strade o la custodia armata dei placiti, si veda TABACCO, 1966. 327 FUMAGALLI, 1976, p.33 per la pratica del proprietario di affidare gli attrezzi al livellario. 328 Potevano svolgere attività di tipo artigianale nei laboratori del centro dominico i massari stessi, come prestazione d’opera; su tali aspetti si veda anche DHONT, 1990, pp.33-36. 329 Sul tema dell’autosufficienza del sistema curtense, non s’intende il raggiungimento di un’autarchia in una
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Figura 61
La letteratura storica mette in dubbio la presenza di strutture funzionali alla produzione di manufatti artigianali, poichè nella maggior parte dei casi oggetto di canoni e quindi forniti dai massari. Gli inventari redatti nella seconda metà del IX secolo nel monastero di Bobbio mostrano la fornitura di prodotti artigianali da parte dei coloni del massaricio: per esempio la corte di Luliatica nel pavese era adibita alla produzione ed alla lavorazione del ferro, altre a fornire il vestimentum cioè l’abbigliamento dei monaci.330 Gli inventari di seconda metà IX-inizi X secolo del monastero di Santa Giulia di Brescia attestano infatti che circa un quinto dei coloni dipendenti (su un totale di quasi 1000 capifamiglia suddivisi in 80 aziende curtensi) fornivano annualmente censi sottoforma di beni materiali.331 Anche se esistono casi in cui si attesta l'esistenza di laboratori artigianali nella casa dominica, si precisa comunque che non si trattava di un elemento frequente.332 Ancora Fumagalli sottolinea come gli stessi inventari di Santa Giulia di Brescia testimoniano raramente l'esistenza personale impiegato nel centro della curtis per attività di tipo artigianale: così nella curtis di Nuvolera, si tratta di generici manufatti e nella curtis di Cervinica erano invece prodotte 18 libbre di lana.333 L’archeologia toscana sta però evidenziando l’esistenza di strutture artigianali e la loro collocazione sugli spazi interpretati come centro del dominico (oltre a Poggibonsi, Scarlino, Montarrenti, forse Rocchette Pannocchieschi).334 Probabilmente il tipo di organizzazione registrata dai Polittici è relativa soprattutto alla grande proprietà monastica,335 mentre casi di curtes più piccole, come quelle che sono state scavate in Toscana e che dovevano essere le più diffuse, articolarono rapporti e strategie diverse nella
singola curtis bensì nell’ambito dell’insieme complessivo delle aziende. Autarchia comunque parziale, ricorrendo al mercato per beni che il “sistema” non produceva. Si veda PASQUALI, 1981, in particolare p.94 che riprende un concetto già illustrato in LUZZATTO, 1910, pp.73-74. A livello più generale, con un’enfasi maggiore posta sui centri curtensi come promotori e organizzatori di scambi e distruggendo definitivamente il concetto curtis = economia chiusa si vedano in particolare TOUBERT, 1983 e TOUBERT, 1988. 330 Si veda FUMAGALLI, 1969, pp.38-49. 331 Sono stati calcolati circa 170 kg di ferro grezzo, attrezzi in metallo (3 falci, 2 forconi, 3 scuri, 1 mannaia, 29 vomeri), oggetti in legno (400 scandolas cioè tegole lignee per tetto), quantitativi di lana e lino, tele e stoffe grezze. Si veda FUMAGALLI, 1980a. 332 Si veda TOUBERT, 1995, pp.216-218 con bibliografia. 333 Si veda FUMAGALLI, 1980a, pp.26-27. 334 Le strutture sono descrittie nel paragrafo 3.3. 335 Pasquali, per esempio, ha stimato il patrimonio di Santa Giulia di Brescia, pur tratto da documentazione giunta incompleta, suddiviso in 93 fra corti e possessi ubicati in 73 località diverse, comprese entro una distanza massima di 60 km dalla città, con terre coltivate che raggiungevano quasi 3.000 ettari e boschi per oltre 10.000 ettari. Cifre non molto distanti dalla dotazione del grande monastero parigino di Saint Germainde-Prés (rispettivamente 4848 ettari e 11.173 ettari). Si veda PASQUALI, 1981, pp.96-97 anche per l’organizzazione spaziale della produzione. 108
produzione di strumenti ed oggetti, preferendo gestirli direttamente e, come già esposto, rendendoli eventualmente oggetto di bannalità.336 Tornando a Poggibonsi, il centro della curtis risulta articolato nella residenza padronale, in strutture artigianali ed ausiliarie, in abitazioni più piccole che sembrano essere state occupate essenzialmente da prebendari e ministeriales, quindi dei servi casati e dai dipendenti operanti nel dominico ed incaricati di presiedere all’amministrazione, al controllo dell’esecuzione delle corvées ed alla riscossione dei canoni, all’allevamento degli animali, alla produzione di generi alimentari e di strumenti di lavoro.337 In tal senso va letta la presenza e la gestione delle strutture per la macellazione e per la lavorazione della carne, per la produzione di beni e per l’accumulo di derrate e sementi; ed allo stesso modo devono essere interpretate le informazioni scaturite dall’analisi archeozoologica. La distribuzione dei reperti osteologici, il loro numero e natura, confermano la presenza di un dominus, mostrandone alcune prerogative e le scelte effettuate. Egli provvedeva al mantenimento dei dipendenti operanti nel caput curtis e gestiva il consumo della carne regolandone l’accesso (la differenziazione dei consumi in carne si rivela quindi un indicatore di gerarchia sociale). Inoltre, il grande quantitativo di reperti osteologici, interpretabile come indizio della specializzazione economica dei dipendenti operanti nel dominico, lascia ipotizzare che i lavori dei campi (la preponderanza dell’agricoltura nell’economia del villaggio è infatti confermata dalle attestazioni di bovini macellati in età avanzata, nonchè dalle strutture di accumulo) potessero essere svolti in gran parte tramite corvées. Il dominico in definitiva fu organizzato come un centro tendenzialmente autosufficiente e collettore di derrate alimentari, che in parte venivano prodotte in loco (carne, latte, prodotti caseari, prodotti agricoli dalle terre in gestione diretta) ed in parte provenienti dal massaricio. La distribuzione delle specie animali evidenzia come negli spazi dominici venivano allevati soprattutto caprovini mentre il maiale era legato ad approvvigionamenti esterni. Sono stati infatti rinvenuti unicamente elementi anatomici che corrispondono alla spalla dell’animale: i suini giungevano
Duby sottolinea con chiarezza la natura dei Polittici altomedievali: «Questi polittici, in verità, proiettano sulla realtà delle campagne una luce del tutto particolare, che forse la deforma. Ciò per tre ragioni principali. Anzitutto, gli inventari non descrivono che le aziende contadine sottoposte all’autorità e al potere economico di un padrone. Sennonché, ne esistevano certamente altre, indipendenti, delle quali, in mancanza di fonti, non si conoscerà mai né il numero, né la collocazione, né la consistenza. D’altra parte, niente prova che i ruoli in cui, nei polittici, sono registrati gli oneri incombenti ai dipendenti abbiano sempre coinciso con la vera ripartizione del possesso fondiario nell’agro, dato che, per semplificare il lavoro di riscossione, gli amministratori di signorie responsabili della redazione degli inventari continuavano a far valere artificiosamente ruoli vecchi e non più rispondenti alla realtà. Un polittico infine non è un catasto» (DUBY, 1984, pp.46-47). 337 Si veda PASQUALI, 2002, in particolare pp.76-87, per approfondimenti sulla figura dei servi nella casa dominica e l’estesa trattazione in FASOLI, 1983. Inoltre LUZZATTO, 1910; PASQUALI, 1992; PANERO, 1999.
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quindi nell’insediamento già macellati e come parti scelte di carne lavorata. Era la corresponsione di un canone tipo amiscere proveniente dal massaricio, la parte dell’azienda in cui evidentemente venne concentrato l’allevamento dei suini.338 Mangiare la carne diviene poi un fattore discriminatorio; il consumo dei tagli di bue qualitativamente migliori ed in notevoli quantità appare come una prerogativa degli abitanti della longhouse. Nella struttura adiacente, la capanna a “T”, si ritrovano, invece, tagli di seconda scelta ed in particolare quelli relativi alla spalla dell’animale, appartenenti a soggetti generalmente anziani. Infine alle famiglie residenti nelle altre capanne, erano riservati unicamente gli scarti e nella fattispecie le estremità degli arti. Oltre alla carne di bue e di cavallo, era appannaggio quasi esclusivo del proprietario quella di capre e di pecore abbattute tra il primo ed il secondo anno di vita; i soggetti più anziani, invece, venivano equamente distribuiti tra le famiglie del dominico. In altre parole, la famiglia residente nella longhouse mangiava molta carne di prima scelta e di tipo diversificato, i dipendenti più stretti accedevano a tagli di seconda scelta, il resto della popolazione a tagli di terza scelta. Anche la distribuzione delle spalle di maiale (presenti soprattutto nella longhouse) mostrano un accentramento di tale bene ed una redistribuzione di alcune spalle fra gli stessi dipendenti. Infine, le caratteristiche mostrate dalla ripartizione della carne all’interno delle strutture indagate, così come le ipotesi sulla gestione delle terre legate al dominico già presentate, sembrano confermare l’esistenza di una “signoria domestica”, dato che rinforza ulteriormente l’interpretazione di pars dominica del complesso sinora scavato a Poggibonsi.339 Lo scavo e lo studio del cimitero legato al villaggio di capanne sottolinea un dato interessante, tendenzialmente a conferma della presenza di un’articolazione gerarchica all'interno della popolazione; gli indizi sembrano rilevabili in un nucleo di quattro tombe con copertura in lastre di travertino
Il dato è stato interpretato, in base al concetto di schleep effect, come evidenza dell’importazione di carne di suino, ovvero il maiale non era allevato nel villaggio. Trova inoltre riscontri nelle fonti documentarie di X secolo dell’Italia centro-settentrionale, dove sono riportate le corresponsioni che i livellari, insediati nei mansi di proprietà di una curtis, dovevano al dominico (ANDREOLLI, 1981; ANDREOLLI, MONTANARI, 1983). In particolare, a partire dal X secolo, in alcune zone d’Italia si diffuse una contribuzione nuova riportata con il termine di amiscere, ad indicare in genere un canone che equivaleva ad una spalla del maiale (oppure sostituibile con alcuni denari). La coincidenza dei dati documentari ed archeozoologici rinforza quindi l’ipotesi del centro curtense nel quale, a differenza del villaggio di età longobarda, sembra svilupparsi un’economia variegata, dedita in parte all’agricoltura ed in parte all’allevamento dei capriovini e ovviamente dei bovini impiegati come forza lavoro nei campi. Si veda per una chiara esposizione sul significato del termine amiscere DU CANGE, 1954; inoltre ANDREOLLI, 1999, pp.206-208. 339 La particolare forma di signoria che il dominus esercitava sui contadini residenti nella pars dominica o su terreni a gestione diretta è stata individuata con il termine di “signoria domestica” per effettuare una distinzione con la signoria fondiaria; questa implica infatti «la superiore capacità del padrone di controllare e condizionare tutti i lavoratori dipendenti» e che spesso portava a poteri coercitivi su tutti i coloni (SERGI, 1986, p.379; si vedano inoltre ALBERTONI, 1997, pp.11-115; SERGI, 1993, p.17; VIOLANTE, 1991).
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inserite al centro di un’area connotata rigorosamente da tombe a fossa terragna. La particolarità di questo gruppo è rafforzata anche dalla loro collocazione spaziale (una zona ben definita) e dalla presenza di un neonato all’interno di una piccola cassetta di travertino e deposto ai piedi di un uomo, l'unico sinora rinvenuto. Il cimitero ci mostra inoltre le caratteristiche dell’abitante del villaggio di Poggibonsi, confermando la presenza di una popolazione impegnata prevalentemente nei lavori agricoli, con un tenore di vita pressoché uniforme; inesistenti sono le morti violente e molto rari i traumi. Il 45% circa degli uomini e delle donne moriva tra i 25 e i 35 anni di età ed avevano lavorato duramente per tutta la loro esistenza come dimostrano le patologie collegate al tipo di attività svolta; erano di costituzione robusta e di alta statura. Lo studio ergonomico non rivela una netta separazione sessuale del lavoro. Le donne, come gli uomini, seppure in percentuale inferiore, presentano le ossa molto modellate, con impronte muscolari marcate e con entosapatie, tanto da far supporre che fossero impegnate in lavori altrettanto pesanti di quelli maschili; avevano quindi un ruolo molto importante nell’economia del villaggio.340 Ambedue i sessi rivelano patologie comuni che derivano da impegni considerevoli della parte inferiore del corpo. Sono attestate lesioni da sovraccarico (sindesmopatie), soprattutto a livello del cingolo scapolare, conseguenti ad attività fisicamente molto impegantive, spesso collegate al lavoro dell’aratura (lo sforzo di affondare l’aratro nel terreno sollecita fortemente il legamento costo-clavicolare). Inoltre gli indici postcraniali, in particolare dei femori che sono caratterizzati da pilastrismo e platimeria, indicano una forte sollecitazione dei muscoli impegnati nella marcia. Uomini e donne si distinguono nettamente, invece, per quanto riguarda una particolare patologia vertebrale, riscontrata sulle superfici dei corpi delle vertebre toraciche e lombari: le ernie di Schmorl. Ben il 55% dei maschi ne risulta affetto, mentre nessuna delle femmine presenta questa patologia. E’ una lesione che si manifesta nella colonna vertebrale se soggetta a sollecitazioni compressive fino dalla giovane età. Sembra quindi che i maschi, a differenza delle femmine, fossero avviati precocemente al lavoro ed in età adolescenziale. Alcuni individui sono affetti da periostite, soprattutto a livello delle gambe, lesioni alle quali le popolazioni agricole e pastorali risultano particolarmente soggette in quanto, camminando su terreni
Tali caratteristiche sono osservabili a livello degli arti inferiori dove particolarmente forti sono le impronte del muscolo grande gluteo (70%), dell’ileopsoas (51.61%), del femore e del soleo della tibia (60%); l’entesopatia del tendine di Achille riguarda poi il 50% dei calcagni osservati. Le inserzioni molto marcate e le entesopatie del grande gluteo sono conseguenti ad intensi e ripetuti movimenti di rotazione esterna ed estensione della coscia; quelle dell’ileopsoas indicano ripetuti movimenti di flessione della gamba; il muscolo soleo è flessore plantare del piede. Nell’osso dell’anca, per il 28% dei casi, particolarmente forte è l’area d’inserzione del semimembranoso situata sull’ischio, muscolo che flette la gamba sulla coscia, imprimendole anche un leggero movimento di rotazione mediale.
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impervi, sono esposte a microtraumi ripetuti, in particolare, a livello delle creste tibiali. La famiglia contadina media era rappresentata da un uomo alto 175,5 cm e da una donna alta 163 cm. Il numero dei figli non è precisabile ma sappiamo che erano avviati al lavoro prima dei 15 anni, contribuendo quindi fin da piccoli all’economia del nucleo. La vita si svolgeva in condizioni ambientali poco salubri causando alle persone forti dolori artrosici e reumatici. Erano spesso soggette a malattie infettive che colpivano soprattutto la superficie delle ossa, mentre molto rari sembrano essere stati i tumori (due casi di carattere benigno ed un caso di cisti alla mano). La dieta quotidiana si basava su cibi non raffinati e carenti di minerali, quali calcio e ferro; tali deficit portavano in oltre il 40% degli individui ad anemie benchè non gravi. Talvolta questa patologia, come nel caso della iperostosi porotica, può essere ricondotta anche a parassitosi. I denti, molto consumati, venivano colpiti da tartaro anche sotto le gengive (causandone la caduta) e mediamente da circa due carie.341 L’intera famiglia era impegnata in un'attività lavorativa che sollecitava tutto il corpo con una prevalenza nei maschi per la parte inferiore della colonna vertebrale. Il fatto che camminassero molto indica che i campi erano disposti al di fuori dell’area del villaggio ed in alcuni casi anche ad una certa distanza. Non si doveva disporre di animali di grossa taglia poiché l’aratro sembra trainato dalle persone. Anche attrezzi e prodotti dei campi erano trasportati dall’uomo come mostrano il 36% dei radii con impronte muscolari molto marcate e le entesopatie del bicipite; l’ipertofia di queste inserzioni suggerisce un’attività frequente di sollevamento di pesi e di trasporto di carichi con gomiti flessi.342
Figura 62 e 63
Considerando nel loro insieme caratteristiche degli spazi insediati, tipi di strutture indagate, presenza significativa degli animali accanto agli uomini, alimentazione e patologie, si osserva inoltre che le condizioni di vita nel villaggio di Poggibonsi dovevano essere più o meno le stesse sia per gli individui che sembrano inumati in sepolture di tipo “privilegiato” sia per la massa della popolazione. Il confronto incrociato delle anamnesi delle due tipologie di scheletri rivela in realtà poche differenze sostanziali. Sia la probabile élite sia i dipendenti vivevano nello stesso ambiente, in case umide per gran parte dell’anno, a contatto continuo con buoi e caprovini, con
Si veda al riguardo FRANCOVICH, NARDINI, VALENTI, 2000. Si vedano per tutti i dati illustrati WALKER, 1996a e WALKER, 1996b. Inoltre si devono molte delle osservazioni ad Angelica Vitiello dell’Istituto di Patologia medica dell’Università di Pisa che sta analizzando l’intero cimitero.
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un’alimentazione che pur differenziandosi probabilmente non copriva con efficacia i bisogni vitaminici e proteici indispensabili per una dieta salutare e per evitare disfunzioni fisiche.343 Le reali differenze tra la famiglia detentrice della curtis ed il resto della popolazione contadina sono quindi percepibili nell’appartenenza del capofamiglia all’esercito, nella maggiore disponibilità di cibo e nel decidere la sua distribuzione (non significa però una migliore e più sana alimentazione), nel vivere in un edificio circa tre volte più grande degli altri, nell’avere servi e dipendenti ai quali si doveva provvedere per il sostentamento e che svolgevano mansioni diverse legate all’economia del centro. Gli stimoli creati dalla lettura congiunta dei dati di Poggibonsi sono indubbiamente affascinanti. Rimandiamo però ogni conclusione più certa ad un futuro in cui avremo a disposizione molti più campioni dagli scavi di villaggi altomedievali. Un esempio di villaggio-azienda diverso dalle curtis scavate, od in corso di scavo, fra Val di Merse e Valdelsa,344 è rappresentato dal contesto indagato a Campiglia Marittima che si propone nel X secolo come un insediamento uniforme di capanne, con occupazione specializzata in attività silvo-pastorali ed in particolare nell’allevamento di maiali. La vocazione economica del centro campigliese è testimoniata dalla presenza di un cospicuo numero di capi di suino e dalla distribuzione delle età di decesso dell’animale: si nota una prevalenza di soggetti consumati molto giovani (entro il primo anno) a discapito di una loro migliore resa, che non trova
Lo scheletro 36 e lo scheletro 111 rappresentano rispettivamente un individuo che fa parte del gruppo distinto all’interno del cimitero ed un individuo ben rappresentativo della massa e propongono delle carte d’identità fisica che non differiscono molto. Lo scheletro 36 apparteneva ad un individuo di sesso maschile, di età compresa fra i 35-45 anni, un soggetto colpito da artrosi primaria. Le patologie degenerative riconosciute nelle vertebre lombari e cervicali lasciano ipotizzare un'attività che impegnava in modo omogeneo tutta la struttura scheletrica. L'esostosi alla clavicola sinistra, può ricondursi ad un precoce episodio infiammatorio, occorso prima dei 15 anni; la patologia infatti si manifesta in età puberale, prima che si completi il processo di ossificazione delle cartilagini. Lo scheletro 111 era un individuo di sesso maschile, di età compresa fra 35-45 anni, in cattivo stato di salute con numerose patologie a carico dell'apparato scheletrico e di quello articolare. L'attività svolta e la malnutrizione, causarono un processo degenerativo delle ossa, normalmente sollecitate dai pesanti sforzi, sviluppando forme di artrosi anche agli arti superiori. 344 Un ultimo caso interessante che, pubblicato recentemente, è stato presentato come una sorta di villaggioazienda è a Cosa; città abbandonata che nel maturo altomedioevo vide la costruzione di nuove strutture insediative che interessarono una parte dell’antico abitato urbano. La datazione finale è stata fissata tra la metà del X secolo e gli inizi dell’XI secolo tenendo conto di due fattori: l’assenza di un’abbondante cultura materiale e la datazione più tarda (XI secolo) che potrebbe solo definire la fase di abbandono di questo tipo insediativo (la ceramica datante della cisterna della Casa di Diana è infatti presente negli strati di riempimento e non di uso). Se le indicazioni fornite dagli archeologi sono attendibili ci troveremmo di fronte ad un contesto insediativo rurale caratterizzato da difese: un ridotto fortificato in materiale deperibile nella zona alta dell’Eastern Height con una concentrazione di strutture abitative (almeno tre capanne), un fossato alle sue pendici, altre capanne nella zona del Forum V con campi ed orti (tracce di sfruttamento agricolo riconosciute sui crolli della Casa di Diana ) e sistemi di drenaggio e raccolta delle acque, altri due fossati con muri di difesa o di rafforzamento collegati al riuso di preesistenze (si veda FENTRESS, 2003). Viene comunque il dubbio che possa trattarsi di un castello di prima fase non riconosciuto dagli scavatori, in quanto conformazione urbanistica e cronologia lasciano aperta questa possibilità.
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riscontri in altre zone italiane. Mentre di minor incidenza, se non quasi insignificante, doveva essere l’attività agricola ad integrazione delle necessità alimentari del villaggio; è stato rinvenuto infatti un solo bovino anziano presumibilmente impiegato nei lavori agricoli.345 Si trattava quindi di un centro abitato da porcari, che potrebbe essere riconoscibile come componente del massaricio di una curtis, il cui villaggio di riferimento non è stato individuato ma che non doveva essere molto distante.346
Figura 64
In tal senso, il confronto con Poggibonsi sembra rivelare la differenza fra un centro dominico ed un centro del massaricio. Il confronto tiene conto dei caratteri discordi d’immediata percezione, riguardanti topografia e articolazione delle strutture (a Campiglia sono assenti edifici destinati all’accumulo, le capanne risultano tutte uguali e non si rileva una gerarchizzazione tra gli abitanti o la chiara presenza di attività artigianali) e soprattutto della diversa economia. Nella curtis di Poggibonsi l’agricoltura rappresentava sicuramente l’attività principale interagendo con pratiche di pastorizia incentrate in particolare sull’allevamento dei capriovini, che risulta invece quasi assente a Campiglia. A Poggibonsi non era praticato l’allevamento del maiale che arrivava nel villaggio come corresponsione, Campiglia invece doveva fornire dei prodotti al proprio ed eventuale centro di riferimento. Ed è singolare e significativa la coincidenza rilevabile nei due insediamenti fra corresponsioni ricevute e corresponsioni fornite. Contrariamente al centro domocotile di Poggibonsi, in quello che pare rivelarsi a Campiglia come un villaggio massaricio i quarti posteriori del maiale (praticamente assenti dalle restituzioni) e forse anche dei capriovini (che sono poco attestati) sembrano costituire i canoni che i pastori, insediati nel villaggio, dovevano forse per l’usufrutto delle aree boschive in cui venivano ingrassati i maiali. Un ulteriore elemento distintivo tra i due insediamenti riguarda la presenza di una gerarchizzazione sociale evidenziata, oltre che dall’urbanistica dei centri, dalla stessa alimentazione. A Poggibonsi il consumo di carne bovina, e quello d’altri animali di grossa taglia come il cavallo e l’asino o di particolari pennuti da cortile come l’oca, era riservato esclusivamente alla famiglia residente nella longhouse; mentre la dieta di carne riscontrata in coincidenza delle adiacenti capanne (occupate da personale accasato e probabilmente sfamato dal signore stesso) era molto più
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SALVADORI, 2004. L’azienda di riferimento di Campiglia non è nota ma probabilmente da collocare nella Val di Cornia. 114
limitata, basandosi su consumi il cui accesso sembra essere stato regolato in base alla posizione occupata nella gestione e nelle mansioni svolte nel dominico. I segni di una gerarchizzazione dei consumi proteici non sono stati invece riscontrati nel villaggio campigliese. L’analisi quantitativa delle specie presenti, in associazione all’età di decesso ed all’elemento anatomico, non ha rilevato alcun segno distintivo che possa essere attribuibile a ragioni di tipo sociale nelle tre strutture rinvenute. Ciò non significa che le famiglie delle capanne di Poggibonsi mangiassero meglio; anzi, confrontando le restituzioni degli edifici dei due centri (con l’eccezione della longhouse), la dieta sembra più completa per le famiglie di pastori che vivevano a Campiglia. Significa invece che l’alimentazione, all’interno di un villaggio con presenza signorile, rappresenta uno dei segni principali per confermare l’esistenza di gerarchia e di controllo e di una strutturazione dei consumi di tipo piramidale. Campiglia è riconoscibile come una forma insediativa ad economia specializzata e di rottura di fronte all’incolto, caratteri che molti autori attribuiscono all’insediamento definito come casale?347 Il paragone potrebbe essere fatto, non siamo però in grado di affermarlo con certezza, in quanto l’urbanistica dell’insediamento, l’organizzazione del lavoro e l’ammontare del popolamento ipotizzati trovano confronti abbastanza precisi anche in alcuni insediamenti di metà IX secolo della Berardenga, in territorio senese. Si tratta di piccoli centri, dei villaggi-azienda che facevano parte del patrimonio di un grande proprietario, quel Winigi già conte di Siena che, pur descritti con grande precisione (citando persino tutti i nomi dei servi ceduti e dei dipendenti operanti, nonché il numero degli abitanti), non vengono però definiti in tal senso. 348 Nell' 867 vengono citate «res nostra in Casprina (...) cum casis et hedificiis, cum greges ovium et greges porcorum et greges armentorum, cum servos et ancillas, et cum ipsos pastores qui animalia custodiunt»,349 per un totale di 22 abitanti raccolti in 3 nuclei familiari e una specializzazione delle attività nella pastorizia e nell'allevamento: la citazione degli uomini ceduti mostra l'assenza di coltivatori: il pecorario e il porcario. Nell’881 si descrivono «Canpi, hubi dicitur Fontebona, super fluvio Cogia, pago senese,
Il casale ha avuto una serie di definizioni più o meno coincidenti. Un'unità agricola dispersa impegnata nello sforzo di ridurre a coltura gli spazi intercalari (TOUBERT, 1995, p.65); più spesso un villaggio, originariamente semplice unità agraria di nuovo impianto, sviluppatasi in un'insediamento rurale di una certa qual consistenza; può divenire spesso un'azienda agricola autonoma (MIGLIARIO, 1988, p.56); proponendosi come gruppi di poderi accentrati (PETRACCO SICARDI, 1980, p.363) privi di dominico (FUMAGALLI, 1976, p.29). Si veda anche CAPITANI, 1992, pp.87-88. E’ paragonabile al villaggio tedesco destinato al dissodamento, tipologizzato all’interno del modello Waldhufendorf (ROSENER, 1989). Si veda inoltre per la definizione proposta nel Lexicon des Mittelalters FUMAGALLI, 1983. 348 Per i Berardenghi si veda lo studio proposto in CAMAROSANO, 1974. Per l’edizione del Cartulario della Berardenga si veda CASANOVA, 1927. 349 CARTULARIO DELLA BERADENGA, LIII anno 867.
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cum ipsa terra et silva uno tenente ipsa silva nuncupante Acceptoraria et silva et terra de Piscina sancta et villa qui nuncupante Septiminula, ibidem prope ipsa ecclesia cum casis, terris, vineis, silvis, servis pro servis, aldiis pro aldiis, liberis pro liberis, omnia et omnibus ad ipsa villa pertinentes et casa in ipso soprascripto Canpi, cum servos et ancillas, cum greges porcorum, greges caprarum, greges iumentorum, greges armentorum».350 Canpi e Septiminula si estendevano su uno spazio formato da poche abitazioni e conducevano tipi diversi di attività produttiva. Septiminula doveva il suo aspetto accentrato alla contiguità di poderi contadini destinati alla coltivazione dei seminativi e della vite integrando con le risorse dell'incolto. Canpi pare invece legato a manovalanza specializzata nell'allevamento e non c'è traccia di terra coltivata; la conferma viene dallo stesso elenco dei servi ivi residenti: il befulcus (quattro esempi), il pecorario (due esempi), lo iumentario (un esempio) divisi in sette nuclei familiari per 28 abitanti. Un ulteriore elemento di differenziazione si rivela nelle condizioni personali degli individui residenti nei due villaggi; fanno parte del primo uomini con condizioni personali diversificate (servi, semiliberi, liberi), del secondo esclusivamente persone di rango servile.
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CARTULARIO DELLA BERADENGA, III anno 881. 116
6 – Conclusioni 6.1 –Fonti materiali e fonti scritte.
Questo contributo ha tentato di muoversi nel solco della ricerca nordeuropea in tema d’insediamento delle campagne altomedievali, per ciò che riguarda l’interpretazione strutturale e funzionale degli edifici e la modellizzazione dei villaggi sotto il profilo socio-economico.351 S’inserisce inoltre in quella serie di confronti fra ricercatori italiani, svoltisi nell’ultimo decennio soprattutto al centro nord, nei quali si è iniziato a dibattere la casistica delle strutture abitative e la formazione del villaggio ma, più raramente, la sua struttura nella diacronia e gli indicatori archeologici utili a definire i caratteri economici ed i rapporti di tipo sociale in atto. Dietro tali esigenze, nell’area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena, abbiamo tentato da alcuni anni di sperimentare una metodologia interpretativa che contribusse a capire cos’è stato realmente il villaggio rurale fra VII e X secolo, come e per quali motivi si è trasformato e quali sono gli indicatori archeologici nella diacronia. La valutazione dei contesti sottoposti a indagini di scavo si è imperniata su delle analisi di micro-scala (la singola struttura e la sua funzionalità) e di macro-scala (l’insediamento come insieme di strutture che lo connotano), sfruttando a tal fine le risorse dell’informatica applicata.352 Lo sforzo di ricostruire in pianta le strutture edilizie in materiali deperibili e comprendere la loro destinazione funzionale ha avuto inizio con le indagini su Poggibonsi, contesto di lunga frequentazione in cui era indispensabile raggiungere una razionalizzazione tipologica applicando griglie interpretative. La realizzazione di un quadro di riferimento per lo scavo dei livelli altomedievali ha significato ridurre il più possibile soggettività e ipotesi preconcette del ricercatore e liberare il dato archeologico dalla distorsione dei processi post-deposizionali di trasformazione in un approccio quindi di
In particolare si ritiene ancora oggi valida l’impostazione ormai più che ventennale del lavoro di Donat: studiare la formazione delle aristocrazie locali implica un’esauriente inchiesta sul ceto produttivo contadino. Sono quindi centrali le analisi dei rapporti socio-economici mentre quelle concernenti le tecniche costruttive e loro diffusione sono subordinate a comprendere la funzionalità delle forme insediative (DONAT, 1980, pp.5-6). 352 Il percorso di elaborazione è descritto in FRONZA, VALENTI, 1996; FRONZA, VALENTI, 1997; FRONZA, VALENTI, 2000. La metodologia applicata si basa sul dialogo e sul processamento continuo dei dati attraverso la piattaforma GIS ed il Database Management Systems. Il DBMS ospita un contenitore Interpretazione contesti altomedievali impostato sul concetto di “struttura in materiale deperibile”, intesa come un contesto omogeneo ed unitario identificato durante le indagini stratigrafiche; per strutture si possono intendere unità abitative (capanna), unità funzionali (stalla, granaio, tettoia, recinto, palizzata, ecc.) o, nel caso di depositi poco leggibili, semplici “situazioni” di buche di palo. Alla struttura si legano direttamente le schede delle unità stratigrafiche che ne fanno parte, già immagazzinate nei moduli del DBMS relativi alla stratigrafia. Altri archivi-contenitori sono poi usati come collettori di dati integrativi; ci riferiamo in particolare a tutti gli archivi dei reperti e ai contenitori Capanne europee, Unità stratigrafiche e Allineamento (quest’ultimo è stato appositamente creato per tale analisi e quindi per l’applicazione delle griglie). Sulla completa strutturazione del sistema degli archivi si veda in particolare FRONZA, VALENTI, 2000.
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tipo processuale: le tracce di strutture deperibili altomedievali sono spesso comprese in contesti pluristratificati che rendono problematica una completa valutazione dei depositi più antichi. Non sempre una serie di buche o di tagli apparentemente riconducibili ad una pianta più o meno regolare sono in realtà componenti della struttura ipotizzata.353 Possono cioè dare luogo ad errate messe in fase di stratigrafie e conseguentemente a scorrette interpretazioni che falserebbero la ricostruzione dei quadri socio-economici di ogni centro di popolamento, arrivando infine a proporre modelli non attendibili o fuorvianti.354
Figura 65
Sulla lettura urbanistica e sull’identificazione tipologica dei villaggi, possono inoltre presentarsi dei limiti legati all’estensione dello scavo. La tendenza generale di ogni contesto è comunque intuibile e, di fronte a indagini stratigrafiche correttamente registrate su piattaforma Gis, il processamento dei dati riesce a far ipotizzare il numero delle strutture potenzialmente presenti, l’eventuale forma del villaggio e la sua connotazione economica, nonché l’ammontare del popolamento ed i rapporti di tipo sociale esistenti.355
La razionalizzazione dei criteri interpretativi si è basata su due diverse riflessioni. La prima riflessione affronta il riconoscimento delle tracce materiali generate dall’impianto di un palo, la valutazione di tutti i fattori coinvolti e l’assegnazione di un grado di affidabilità finale. La cautela nel riconoscimento di buche deve essere d’obbligo ma al di là dell’individuazione, definibile non del tutto appriopriatamente “classica” (articolata in buca e riempimento connotato da terra sciolta, carboni e pietre a zeppa), sono possibili in realtà molte varianti, evidenziate sia dalla letteratura archeologica disponibile sia dalla stessa e particolare storia “stratigrafica” del sito, non sempre riconoscibili per inesperienza o non conoscenza della bibliografia esistente. La seconda riflessione è invece dedicata alla lettura e all’interpretazione delle strutture (siano esse abitative, di servizio o funzionali ad attivittà agricole ed artigianali) legate alla presenza delle buche di palo, il cui grado di affidabilità è spesso alterato dalla forte attività succedutasi sullo stesso contesto in corso di scavo. 354 Secondo un processo di feedback tipico della ricerca e perfettamente aderente alla logica del mezzo informatico (in particolare VALENTI, 1998a e VALENTI, 1998b) va rilevato come, durante l’attuazione al calcolatore di analisi simili, si ricavano continui stimoli sia per il miglioramento delle metodologie archeologiche e informatiche sia sotto il profilo dell’interpretazione complessiva. Per esempio, la presenza di gerarchizzazioni sociali ed economiche nelle varie fasi di un villaggio rappresenta uno dei nodi interpretativi più complessi per capire i processi storici in atto; a tale riguardo le caratteristiche relative all’edilizia abitativa e funzionale sono indicatori importanti, già utilizzati in fase di modellizzazione. Coinvolgere nel processo i dati prodotti dalla presente analisi significa poter disporre di un nuovo insieme di informazioni, caratterizzate da un elevato grado di dettaglio e visualizzabili sulla base GIS in combinazioni multiformi e complesse. 355 L’applicazione dei sistemi di griglie attraverso il dialogo d’interscambio DBMS-GIS, rientra peraltro pienamente in quei punti che De Guio, trattando il tema dell’archeologia del potere, indica come indirizzi fondanti dell’«agenda del potere di fine millennio» (DE GUIO, 2000, p.227). Allo stesso modo l’uso della piattaforma GIS come strumento di analisi delle frequenze distributive e percentuali di ogni tipo di reperto, in una loro lettura spaziale, individua molteplici variabili attraverso quali calibrare con un grado di precisione senz’altro maggiore il modello storico che l’indagine archeologica cerca di tracciare. Per esempio, nel caso dei reperti osteologici animali, attraverso la visualizzazione spaziale della loro distribuzione, sarà possibile riconoscere elementi utili per indicare usi alimentari, attività economiche e differenze sociali, partendo dal principio che diverse tendenze distributive del materiale nello spazio e nel tempo possono fornire informazioni in tal senso (si veda NARDINI, SALVADORI, 2000).
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Figura 66, 67, 68, 69, 70
In altre parole, la sperimentazione di questo tipo di metodologia è finalizzata ad analizzare i villaggi altomedievali e le loro componenti, in modo tendenzialmente aderente alle linee di ricerca dell’Archeologia del Potere, ed avendo come obiettivo di studiare l’organizzazione sociale ed economica della campagna ed i suoi processi formativi; più espressamente di ritrovare attraverso analisi intra-site «(fra cocci, strati, superfici arate di campi...) “la firma” della complessità sociale (signature of complexity), la proiezione, cioè, nel record archeologico delle forme e della dinamica dell’interazione politica, tramite un affascinante ma impegnativo crescendo analitico di riconoscimento di “oggetti”, “modelli” e “scene”».356 La costruzione del documento archeologico porta quindi a proporre dei modelli che detengono un loro valore autonomo. Si basa su metodologie d’indagine sempre più rigorose, su raffinamenti dei postulati teorici della ricerca (nati soprattutto in ambito protostorico ma allargatisi alle archeologie storiche), sulla crescita esponenziale dei casi sottoposti ad analisi, sul bagaglio di un’esperienza ormai più che trentennale in tema di storia dell’insediamento e sull’impiego della tecnologia informatica come strumento di processamento del dato. Non si possono ricostruire attendibilmente la formazione e l’evoluzione dell’insediamento altomedievale escludendo la dimensione materiale, senza la quale risulta arduo comprendere il significato storico dei cambiamenti strutturali ed economici dei villaggi.357 Le fonti archeologiche, oggi, permettono di completare e sottoporre a verifica, discutendoli, i quadri tratteggiati dalla storiografia; non a caso, oltre venti anni orsono, Le Goff intuiva che «Le carte non esprimono più tutta la realtà medievale. Pertanto un nuovo Medioevo sta nascendo, o meglio rinascendo».358 Più o meno nello stesso periodo molti autori, fra questi lo stesso Le Goff e Toubert,359 Tabacco360 e Comba361 riconoscevano l’esistenza di una problematica storica comune alla Storia ed all’Archeologia e quindi la necessità di un’inchiesta globale. Dobbiamo però chiederci quante esperienze sono state condotte in tal senso, arrivando a conclusioni nelle quali si sono coniugati i due tipi di dato? Comba nel 1983, trattando l’apporto dell’archeologia del nord italiano
Si veda in particolare DE GUIO, 2000, pp.222-228 e bibliografia citata. Si veda come esempio il saggio di Galetti su Uomini e case nel Medioevo tra Occidente e Oriente; nonostante gli sforzi della ricercatrice, il libro si basa quasi esclusivamente su dati archeologici per tutto ciò che concerne l’insediamento rurale (GALETTI, 2001). Per il ruolo delle fonti materiali nella costruzione del popolamento altomedievale e per il carattere di autonomia che devono avere i modelli archeologici si legga ZADORA-RIO, 2003. 358 LE GOFF, 1982. 359 LE GOFF, TOUBERT, 1977. 360 TABACCO, 1979, pp.45-47. 361 COMBA, 1983, p.89.
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alla ricostruzione delle campagne, sottolineava: «Altre caratteristiche delle ricerche archeologiche dell’ultimo decennio sull’Italia settentrionale sono la disparità quantitativa e qualitativa a livello regionale e la scarsità dei legami che le uniscono a quelle svolte da quanti si basano prevalentemente sulle fonti scritte. Rari sono stati i contatti interdisciplinari e il confronto con i metodi e i risultati delle discipline che più si occupano di storia del territorio e della cultura materiale (…) e ancor più rari sono i risultati integrati».362 Il problema era di impostazione e di apertura reale della ricerca: «evitando l’isolamento disciplinare e i pericoli di chiusura insiti in ogni pur necessario lavoro di erudizione, l’archeologia medievale potrà dare un contributo davvero fondamentale all’illustrazione di ciò di cui le fonti abituali dello storico non rilevano, per dirla con Georges Duby, che l’accident ou l’ostentoire: la vie».363 Gli archeologi hanno ricercato da tempo il confronto e l’interazione con gli storici. Si pensi ad alcune esperienze come il convegno di Pontignano del 1992364 o, guardando solo al caso senese, la commissione di referees organizzata per la grande inchiesta sui castelli toscani della quale hanno fatto parte storici che hanno discusso sia l’impostazione del lavoro sia la modellizzazione proposta,365 sino al corpo docente del dottorato in archeologia medievale attivato a Siena che ha carattere misto366 od il master in storia ed archeologia dell’alto medioevo in collaborazione fra gli atenei di Padova, Venezia e Siena.367 Ed ancora in questi ultimi anni Niessen-Jaubert, trattando la spatialisation des èlites, è tornata a sperare «que les historiens et archéologues renforceront leur collaboration dans les années prochaines. L’enjeu ne serait pas d’accomoder les sources aux interprétations des deux disciplines rispectives mais d’élaborer des problématiques et des questionnement transversaux».368 Non è un caso che la più recente ed intrigante sintesi sulla diacronia dell’insediamento nelle campagne altomedievali si deve a due archeologi, Francovich e Hodges con il loro volume Villa to Village,369 i quali riflettono e progettano indagini, seguendo problematiche storiche fondanti e sottoponendole a verifica.
COMBA, 1983, pp.90-91. COMBA, 1983, pp.98-99. 364 FRANCOVICH, NOYE’, 1994. 365 Si veda FRANCOVICH, GINATEMPO, 2000. Citiamo al riguardo Paolo Cammarosano, Sandro Carocci, Maria Luisa Ceccarelli Lemut, Simone Collavini, Paolo Pirillo, Aldo Settia e Chris Wickham. 366 Si vedano le pagine web al seguente indirizzo: http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/DOTT/home.html. 367 http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/MASTERAM/.html 368 Intervento di Anne Niessen Jaubert dal titolo Historiographie de la spatialisation des élites: les approches archéologiques al convegno L’historiographie des élites dans le haut Moyen Âge tenuto all’Università Paris I nel novembre 2003 scaricabile al seguente indirizzo internet: http://lamop.univ-paris1.fr/lamop/LAMOP/elites/nissen.pdf. 369 FRANCOVICH, HODGES, 2003.
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Il pericolo d’isolamento, pertanto, ci riguarda parzialmente370 mentre significative di un comportamento inverso sono invece alcune recenti sintesi storiche dovute a Cammarosano, Montanari e Pasquali. Nel primo lavoro il dato archeologico non compare, pur trattando diffusamente di alto medioevo e di incastellamento; così come non si tiene conto del grande dibattito intercorso tra gli archeologi nel capitolo che illustra le città italiane nella Transizione.371 Anche nel secondo lavoro, un manuale di Storia Medievale, i contributi della ricerca archeologica sulla storia delle campagne sono assenti, persino nell’illustrazione di un fenomeno ben indagato come l’incastellamento e nella bibliografia ad esso dedicata.372 Nel terzo lavoro, significativo per la messa a punto e per sforzo di riordino della letteratura e delle diverse posizioni esistenti, le fonti materiali vengono invece utilizzate parzialmente ed in appendice per descrivere sopattutto la casa dei contadini.373 L’apporto riconosciuto all’Archeologia Medievale nella comprensione dell’insediamento e delle sue trasformazioni è, forse involontariamente, di basso profilo: «Oggi è possibile mettere in relazione i risultati di scavi archeologici degli ultimi decenni con una rilettura
Si pensi per esempio agli autori che si sono inseriti fra gli anni ’80 e gli anni ’90 nel dibattito sulla città. Tranne i contributi di Wickham o Delogu, gli interventi hanno considerato solo marginalmente i dati che l’archeologia urbana andava producendo. Barnish trascura l’archeologia proponendo il suo concetto di più marcata continuità urbana manifestatasi nelle regioni di frontiera, punto di contatto tra il mondo bizantino ed il mondo dei regni barbarici, dove si svilupparono i grandi empori quali Venezia, Gaeta ed Amalfi messi in rapporto alla ripresa economica di Costantinopoli dopo il fallito assedio arabo del 717 (BARNISH, 1989). In un'ottica di continuità della città e di un decadimento inesistente dei centri urbani per tutto l'altomedioevo si pongono tra 1989 e 1990 Jarnut e Gasparri. In sintesi, non considerando il dato archeologico, si afferma che l'eclissi della città tardoantica e altomedievale non avvenne, poichè i nuclei urbani restarono centri militari importanti; mentre la presunta decadenza (che l’archeologia andava rivelando) è vista come il riflesso di una documentazione scritta incompleta. Fu invece la disarticolazione dei sistemi di confine a provocare la ridefinizione degli assetti urbani e le gerarchie fra centri. Solo successivamente, con il venire meno di un accentuato ruolo militare, furono possibili nuove forme di vita cittadina che si espressero con una egemonia economica sulla campagna ed il rafforzamento dei poteri ecclesiastici al suo interno (JARNUT, 1989; GASPARRI, 1990). 371 CAMMAROSANO, 2001, pp.47-86; 185-198. 372 L’incastellamento viene descritto come «il cambiamento del ruolo politico dei grandi proprietari, che in quanto possessori di castelli riuscirono a estendere la loro autorità su comunità intere, (…). Grandi proprietari laici ed ecclesiastici, assieme agli eredi dei funzionari regi di età carolingia che avevano assorbito nel patrimonio familiare cariche e benefici, utilizzarono il timore diffuso per consolidare le rispettive posizioni di potere. L’incastellamento diventò così un mezzo per estendere l’autorità del grande proprietario non soltanto sui coltivatori direttamente dipendenti ma anche su tutti i residenti nell’area in cui si trovava la grande proprietà. L’incastellamento apportò profonde modifiche anche nel paesaggio e nelle forme insediative: scomparvero o diminuirono le abitazioni che nelle campagne sorgevano direttamente sui poderi. L’insediamento divenne più accentrato e anche il paesaggio si conformò alla nuova organizzazione del territorio: a ridosso delle mura dei castelli si concentrarono le coltivazioni di maggior pregio, orti e vigneti, contornate dai campi e poi dai pascoli e infine dai boschi. L’Europa assunse una nuova fisionomia, di carattere duramente militare» (MONTANARI, 2002, pp.110-111). Sul manuale di Montanari si veda la scheda di Pietro Corrao su Reti Medievali (Il manuale è finito, viva il manuale! Considerazioni sulla manualistica a proposito di M. Montanari, "Storia Medievale"), al seguente indirizzo internet: http://www.storia.unive.it/_RM/didattica/strumenti/montanari-corrao.htm. 373 PASQUALI, 2002, pp.113-116.
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più attenta delle fonti scritte e di quelle prodotte dalle arti figurative. Esaminiamo in primo luogo i risultati emersi a proposito delle forme degli insediamenti accentrati e sparsi. La sequenza vicus-curtis-castrum è individuabile in parecchi casi nelle fonti scritte della Langobardia; più difficile è trovare una conferma di questi passaggi nelle fonti archeologiche».374 L’analisi dei documenti scritti, da sola, non è più sufficiente per comprendere realmente cosa sono stati i villaggi ed i centri di produzione altomedievali, come si configuravano ed in quale forma materiale si manifestarono i cambiamenti economici o sociali, se non quelli organizzativi, ai quali furono soggetti. Gli strumenti di cui si è dotata la ricerca archeologica ed una pratica di ricerca sempre più raffinata, permettono di produrre modelli con un loro valore specifico, tale da far riflettere nuovamente sulla costruzione dei quadri storici del popolamento, riconsiderando con maggiori elementi di valutazione le fonti archivistiche disponibili.
6.2 – Il presunto ruolo dell’insediamento di tipo sparso.
In questo saggio si è proposta una lettura della Toscana rurale basata soprattutto sulla contestualizzazione dei villaggi all’interno di una dimensione socio-economica che mostrasse formazione e trasformazione dell’insediamento fra VI e X secolo, fermandosi alle soglie del primo incastellamento. E’ stato sottolineato il confronto con le elaborazioni storiche e l’individuazione degli indicatori archeologici per tentare di comprendere i cambiamenti ed isolare i punti di stridore o di contatto fra i due tipi di fonte. Sono emersi soprattutto dei punti di frizione; i dati archeologici contrastano con quanto emerso dallo studio della documentazione scritta e sembra che il vero dibattito sul carattere e sulla diacronia del popolamento nella campagna altomedievale deva ancora avere inizio. I quadri storiografici prospettano una presenza molto estesa della piccola proprietà fondiaria, diffusa soprattutto tramite singoli poderi o mansi allodiali. Quindi una società agraria di età longobarda e carolingia gestita da proprietari di fondi disseminati sul territorio, coltivati direttamente o concessi a servi e coloni, secondo modalità al di fuori dei modelli curtensi.375 Montanari ha ricordato più volte come «fino a tutto il secolo IX, il modello di gran lunga prevalente di occupazione del suolo sia stato quello dell’insediamento sparso, cui faceva riscontro un paesaggio estremamente frammentato, a piccole tessere giustapposte».376
PASQUALI, 2002, pp.112-113. Si veda in linea generale VERHULST, 1966 e le successive elaborazioni da ANDREOLLI, MONTANARI, 1983 sino ad ALBERTONI, 1997, pp.122-124. 376 ANDREOLLI, MONTANARI, 1983, p.188.
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L’insediamento per fattorie o per poderi dell’alto medioevo, in realtà, non ha lasciato alcuna traccia archeologica sul territorio; gli scavi hanno individuato i resti di insediamenti di tipo accentrato e di lunga frequentazione, sui quali poi si imperniò la rete insediativa dei secoli centrali del medioevo. Non corrisponde quindi ad una strategia di ricerca lacunosa se non sono stati indagati «gli insediamenti sparsi di carattere poderale (mansi)», come ci è stato rimproverato.377 Il popolamento altomedievale toscano fu soggetto infatti a scelte diverse che privilegiarono soprattutto la vita di comunità: sulla scorta del dato archeologico, si potrebbe cambiare ottica nella lettura di quei documenti che sembrano attestare una campagna punteggiata da poderi monofamiliari. La citazione di mansi continua però ad essere sempre messa in relazione all’abitato sparso se non viene esplicitata la loro collocazione in un centro d’insediamento, così riconosciuto quando il toponimo è accompagnato da termini come curtis, villa, vico ecc. Inoltre il significato di manso si è ormai definitivamente trasferito sull’unità di coltura tipica, mentre, come ricorda Duby, «questo vocabolo indica la parte abitata del villaggio, il luogo dove sorge la casa; ma per estensione esso si applica a tutto il complesso economico di cui il sito residenziale è il centro. Il mansus è così affiancato da appendicia sparsi nell’area del villaggio: terre annesse vicinissime nella cinta degli orti, campi sparsi fra i seminativi infine diritti di partecipazione allo sfruttamento collettivo delle terre incolte».378 E’ possibile quindi che molte definizioni toponimiche e territoriali di mansi siano in realtà da riferirsi ad unità comprese all’interno di villaggi; solo la mancata esplicitazione di una terminologia d’identificazione, o l’occasionale comparsa del toponimo di riferimento, impediscono di riconoscerle come tali. Sulla stessa scia, sarebbe interessante anche approfondire la riflessione sul concetto di azienda agraria. Capitani, per esempio, sottolinea che «l’organizzazione aziendale curtense si affermò in stretta connessione con il contesto territoriale di una determinata regione, e perciò non cancellò, né poteva cancellare, quelle tipologie agrarie» come il manso che corrispondeva ad una «unità poderale, di varia estensione, affidato alle cure di un rustico, proprietario o affittuario, cui possono aggregarsi altre terre ed altri rustici, a mano a mano che la colonizzazione progredisce».379
PASQUALI, 2002, p.113. DUBY, 1984, p.44. Sul significato di mansus come «dimora» dal verbo manere «rimanere» si veda BARBERO, FRUGONI, 1994, pp-164-166. 379 CAPITANI, 1992, p.91. In pratica il manso è interpretato come piccola azienda o fattoria impiantata in zone da colonizzare, dove non era parso utile alla grande proprietà laica ed ecclesiatica gestire la produzione attraverso l’organizzazione curtense, che poi potrà dare sviluppo a forme di insediamento accentrato;
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Ma quante possibilità ci sono di rintracciare sul territorio dei depositi archeologici interpretabili come un complesso agricolo estraneo alla realtà del villaggio? Probabilmente nessuna, poichè le aziende si modellarono su una rete di centri demici già esistente. In Italia non sono mai stati scavati singoli insediamenti tipo fattoria come quelli altomedievali della Germania, dell’Olanda o della Danimarca.380 L’archeologia dei castelli toscani, con le sue percentuali del 62% di continuità su insediamenti comunitari altomedievali, indica per esempio un’esclusiva presenza di villaggi, stimabile in un numero di circa 960 (su un numero complessivo di 1554 castelli presenti nella regione), la quasi totalità dei quali non trova attestazione nelle fonti documentarie o identificazione nei toponimi in esse citati. Tra tutti i castelli noti sono infatti solo 166 i casi per i quali le carte attestano una frequentazione iniziata nell’altomedioevo, evidenziando quindi una percentuale di circa l’86% di località non identificabili o mai oggetto di transazioni od i cui documenti di riferimento sono andati perduti; in estrema semplificazione si potrebbe affermare che quasi 800 villaggi altomedievali sono sconosciuti e da identificare. In Europa gli scavi hanno mostrato da molto tempo che un gran numero di villaggi (con questo termine sono identificati i contesti indagati) erano definiti proprio dalla contiguità degli edifici che facevano parte dei poderi contadini.381 Hamerow, nella sua classificazione delle strutture insediative, ha proposto come Donat una serie di definizioni di villaggio, ognuna delle quali contempla la presenza di fattorie tra le loro componenti.382
prosegue infatti riconoscendo come «il problema, in fondo, rimane sempre lo stesso: quello di riconquistare la terra stessa, di strapparla alle silvae, alle paludi». E’ un modello simile a quello del Donat per l’area germanica che vede la presenza di insediamento sparso per mansi solo nelle aree di conquista e nuova riduzione a coltura della terra (DONAT, 1980, p.136). 380 Si vedano DONAT, 1980, pp.111-125, HAMEROW, 2002, pp.80-85. Nell’area germanica ad est del Reno in particolare, Donat propone per il periodo VII-IX secolo una prevalenza di grandi mansi. Si tratta di fattorie molto simili fra di loro, costituiti da una abitazione di medio-grandi dimensioni affiancata da annessi di varie dimensioni (comunque più piccoli delle abitazioni) e funzioni (stalle, granai/fienili, magazzini grubenhaus); talvolta all’abitazione principale se ne affiancano altre più piccole con relativi annessi funzionali. Dal IX secolo e soprattutto dal X secolo si affermano mansi più piccoli, cui si conformano anche le dimensioni delle abitazioni e in parte degli annessi; inoltre la superficie occupata dal manso è più densamente costruita, mentre scompaiono le grubenhauser (attestate solo sporadicamente nell’XI secolo, quando non fungono più da tessitoi). Le cause del restringimento vanno ricercate nel venir meno delle attività produttive legate alle stesse grubenhauser, nello sviluppo di numerosi siti signorili fortificati. I casi di manso/fattoria proposti dalla Hamerow (Morup nello Jutland, Daren nel Drenthe e Norre Snede nel Mitteljutland) non differiscono dagli esempi di Donat per estensione ed urbanistica: una o due grandi abitazioni tipo longhouses, annessi funzionali e spesso recinzione in pali dell’intero complesso. 381 Questa tipologia di villaggio si caratterizza per essere composta da lotti insediativi che Galetti, esaminando i dati archeologici europei, ha definito con casa “a corte”; si affianca al villaggio raccolto nella categoria “a casa strutturata unitaria” o “elementare” (GALETTI, 2001). 382 HAMEROW, 2002, p.54. Villaggi come insieme di fattorie sono compresi nei gruppi Row Settlements (con fattorie contigue e allineate), Grouped Settlements(con fattorie raggruppate intorno ad uno spazio aperto tipo corte o ad una chiesa) e Perpendicular Settlements Settlements (fattorie ordinate quasi a scacchiera lungo le maglie di una serie di strade perpendicolari). Mentre solo il gruppo Polyfocal Settlements definisce «several clusters of buildings lie together without a clear articulating structure». Infine 124
Il villaggio era quindi un’azienda o parte di essa ed all’interno dei centri esistevano “strutture” usate dall’intera popolazione che evidenziano un carattere di comunità (il cimitero, talvolta la chiesa, gli spazi aperti tipo piazza, le aree con concentrazione di strutture artigianali).383 Come ricordava Fehring, lo scavo parziale di molti contesti aveva fatto pensare che nella campagna dell’alto medioevo esistessero insediamenti accentrati molto irregolari perchè originati dalla contiguità di fattorie spesso sorte in tempi diversi;384 mentre dagli anni Settanta interventi sistematici hanno mostrato villaggi pianificati, composti da fattorie con lo stesso orientamento, allineate e suddivise regolarmente da un’articolata viabilità.385 Si considerino i contesti francesi di Villier-le Sec, Baillet-en-France e La Grande-Paroisse,386 dove i gruppi di costruzioni pertinenti ai mansi che formavano la villa di età carolingia erano a distanza di 60-65 m e separati da fossi; si disponevano regolarmente ai due lati di una strada, ed il cimitero era in comune; la parte residenziale di ogni manso comprendeva circa due abitazioni, un fienile, un recinto per animali, talvolta una «cabanne» (laboratorio artigianale molto semplice, spesso destinato ad attività tessili) o un forno da cucina scavato nel terreno e molti silos per grano anch'essi scavati all'aperto. Altri casi simili, che trovano l’origine della loro urbanistica nella forma e nell'articolazione dei mansi, sono attestati in ambito germanico. A Warendorf tra VII-IX secolo: le quattro, forse cinque, fattorie occupavano ognuna una superficie di 4.500 mq sui quali si dislocavano edifici di ordine diverso (abitazioni e istallazioni agricole); ogni manso era abitato da una media di 25 persone ed il centro insediativo si estendeva su un'area complessiva di un ettaro.387 Merdingen fu un villaggio articolato in unità poderali affiancate, molto estese e composite; la zona residenziale di ognuna era chiusa da steccati/palizzate e si componeva di un ampio numero di edifici (una media di 14-15 strutture) in parte funzionali alle attività agricole (fienili,
segnale le Single farmsteads, precisando che spesso sono comunque collegate ai vicini villaggi per gestire ed organizzare lo sfruttamento dei campi. 383 Donat tenta di stimare la consistenza demografica degli insediamente di area germanica tra VII e IX secolo ed indica il villaggio (Dorf) nei contesti composti da 6-12 fattorie o mansi ed una popolazione compresa tra 125-300 abitanti (per esempio Warendorf e Odoorn); il piccolo villaggio (Weiler) nei contesti composti da 2-3 fattorie ed una popolazione di 30-50 abitanti (per esempio Gladbach e Burgheim); l’insediamento sparso, sottoforma di singolo manso/fattoria (Einzelhof) in contesti con 20-30 abitanti (DONAT, 1980, p.133). Come si è già ricordato in precedenza, l’insediamento sparso sotto forma di singolo manso sembra prevalere solo nelle aree di conquista e nuova riduzione a coltura della terra (DONAT, 1980, p.136). 384 In pratica l’archeologia confermava l’esistenza di situazioni simili a quelle prospettate da Capitani (CAPITANI, 1992), cioè un insediamento comunitario a maglie larghe costituito da mansi sorti in cronologie diverse e che andarono nel loro insieme a costituire quei casalia noti sino alla metà dell’VIII secolo, solo di fronte a scavi parziali; una volta estese le aree di intervento le interpretazione sono cambiate. 385 FEHRING, 1991, pp.165-171. 386 CUISENIER, GUADAGNIN, 1988, pp.142-152. 387 WINKELMANN, 1954; WINKELMANN, 1958; DONAT, 1980, pp.93-94. 125
pagliai ottagonali ed esagonali, piccole capanne con e senza focolare lette come annessi funzionali, piccoli magazzini per grano e stalle), in parte adibiti a residenza sia del detentore del manso (abitazione più estesa, con due ingressi contrapposti) sia di manodopera servile.388 Anche a Odoorn, in Olanda. dove gli otto mansi individuati erano a conduzione monofamiliare ed hanno minore estensione (compresa tra 12003000 mq), gli spazi occupati dalle abitazioni distavano circa 30 m l'uno dall'altro389 ed erano presenti dodici capanne in ognuna delle sue fasi (V-VI secolo; VII-VIII secolo; IX-X secolo).390 La storiografia tedesca, attenta alla ricerca archeologica, riconosce del resto la composizione dei villaggi in poderi contigui e di fronte a casi con ampia disponibilità documentaria, come per il villaggio di Menzingen nella Germania occidentale, ha ricostruito un agglomerato di 30-35 poderi popolato da 150-200 persone nel IX secolo.391 Negli scavi descritti, quindi, il centro insediativo era costituito dalla vicinanza delle strutture abitative e di servizio, mentre i campi compresi in ognuno dei mansi si collocavano all’esterno. Anche per i villaggi toscani possiamo immaginare situazioni più o meno simili. Prendiamo le capanne di Montarrenti poste sui versanti del rilievo e cinte, come la zona sommitale, da una palizzata; i campi ad esse legati dovevano per forza essere esterni e comporre ugualmente con l’abitazione di riferimento un’unità tipo manso.392 L’archeologia individua nei villaggi le forme insediative altomedievali dominanti nella Toscana e non sono definibili alla stregua di habitat rarefatto e provvisorio. La grande fluttuazione delle loro piante nella diacronia, a fronte di una chiara persistenza delle strutture sugli stessi spazi, mostrano centri stabili e dinamici; quindi, nonostante le trasformazioni e le ristrutturazioni susseguitesi, gli insediamenti continuarono ad essere dei centri economici di riferimento stabile nella gestione della terra. Con i distretti agricoli ad essi collegati, rappresentarono le strutture portanti della vita rurale sino alla formazione della signoria territoriale. L’organizzazione del territorio rurale dovette avvenire lentamente, prendendo avvio attraverso la costituzione di insediamenti, forse di medie
GARSCHA et alii, 1948-1950. DONAT, 1980, pp.94-95. 390 DONAT, 1980, p.154. 391 ROSENER, 1989, p.65 con bibliografia 392 Lo stesso Duby, trattanto il tema dell’occupazione del suolo fra IX e X secolo, sottolineava che «solo eccezionalmente l’esistenza del campagnolo si svolge in un habitat solitario; le case sono più o meno vicine le une alle altre, ma molto raramente isolate; il raggruppamento costituisce la regola»; «allo stato attuale delle indagini, sembra che, nei secoli IX e X, i villaggi costituissero l’ambito normale dell’esistenza, quali che fossero le loro dimensioni» (DUBY, 1984, pp.8-9). Montanari, trattando l’area dell’appennino faentino, afferma che le fonti scritte disponibili a partire dal IX secolo, mostrano una rete insediativa articolata per villaggi di piccole dimensioni e che spesso «i contadini non vivevano sulle terre che lavoravano (in tanti casi non compatte, ma formate da tanti appezzamenti, dislocati in luoghi diversi, secondo le vicende della proprietà e secondo le esigenze di un paesaggio orograficamente complicato); in questi casi l’abitazione si trovava nel villaggio» (MONTANARI, 1984, p.115).
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dimensioni, che privilegiarono tanto nuove aree quanto gli agri deserti dell’età della Transizione; o meglio sarebbe dire parzialmente deserti, poiché l’insediamento di VI secolo come si è visto, pur molto ridotto, ripercorreva in parte quei terreni già sfruttati dai complessi latifondistici romani. Colonizzarono un territorio regionale dove, tra VI-VII secolo, la presenza dei contadini era fortemente diminuita. Per questo periodo si sono ipotizzati circa 2.335 siti (una media di 0,10 per kmq, cioè 1 sito ogni 10 kmq) e calcolando una media di 5 persone per abitazione è possibile proporre un carico demografico intorno alle 11.675 unità (in media 1 persona ogni 2 kmq). Con la fondazione dei villaggi, nello spazio di trecento anni circa, si verificò una crescita esponenziale del popolamento. L’alto medioevo toscano, con i suoi 960 centri ipotizzati al di sotto dei castelli, sembrerebbe rivelare una popolazione rurale compresa tra le 100.000 e le 150.000 unità, alle quali devono essere però aggiunte le persone residenti in quei villaggi che non sono mai divenuti castelli, le eventuali poche abitazioni intorno a chiese ed i monasteri. Si può affermare che segnò la rinascita della vita nelle campagne; anche considerando il valore più basso proposto (cioè 100.000 unità) il tasso di crescita dal periodo della transizione è considerevole: superiore all’856%.
6.3 – L’apporto delle fonti materiali nella definizione delle curtes
Tendenzialmente i contesti indagati nelle campagne toscane furono centri di coagulo della famiglie contadine per meglio organizzare un territorio agrario: «un insediamento accentrato permette più facilmente di attuare forme di sfruttamento estensive, di alternare periodicamente le colture e di sfruttare al meglio attrezzi agricoli complessi».393 Le attività economiche riconosciute attestano un’iniziale specializzazione nell’allevamento degli animali ed un progressivo sviluppo dell’agricoltura. In un secondo momento sembrano trasformarsi in centri di gestione del lavoro,394 andando così a costituire le forme di riorganizzazione del potere su base locale. L’impressione che comunque si ha, è di una partenza a
ALBERTONI, 1997, p.125. Montanari, tratteggiando la figura del signore dell’alto medioevo, sottolinea come «il connotato della ricchezza viene di gran lunga secondo, perché è soprattutto il possesso fisico delle cose e degli uomini, non la loro “rendita”, che costoro perseguono. La ricchezza viene come corollario del potere, inversamente a quanto più spesso accade in epoche successive». I potentes furono soprattutto molto attenti a ribadire i propri diritti sui contadini sul piano delle prestazioni d’opera; in questo modo ottenevano il controllo sociale delle persone (MONTANARI, 1988, p.18). Ribadisce più avanti (p.34) che «la corvée rappresenta un dato centrale nell’esperienza sociale ed economica dell’alto Medioevo, consentendo ai proprietari della terra, da un lato, di disporre di manodopera agricola nei momenti cruciali del ciclo produttivo annuale senza dover ricorrere al dispendioso mantenimento di una squadra servile numerosa; dall’altro, di affermare la propria egemonia sociale tramite il controllo degli uomini». Sulle prestazioni d’opera si veda comunque l’approfondita disamina che Montanari svolge nel capitolo 3 analizzando anche le tesi esposte in LUZZATTO, 1910 e PASQUALI, 1987 (pp.33-65).
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scartamento ridotto del processo di appropriazione delle campagne da parte delle aristocrazie e di una iniziale e limitata disponibilità di forza-lavoro. Durante il VII secolo tali centri sembrano privi della gestione diretta di un proprietario o di un suo fiduciario/agente; probabilmente risiedevano altrove, ma non siamo però in grado di riconoscere in quest’assenza un legame con aristocrazie stanziate in città (che resta però l’ipotesi più probabile) o proprietari-consumatori itineranti tra un centro e l’altro; forse l’uniformità economica della popolazione può essere segno di famiglie contadine di condizione diversificata, tra le quali erano presenti sia piccoli proprietari di poderi sia servi e affittuari. Le fonti materiali mostrano una lenta trasformazione in villaggioazienda nel corso dell’VIII secolo ed una definitiva evoluzione in villaggio curtense (centro dominico o parte di un massaricio) tra IX-X secolo. In questo periodo troviamo un maggior numero di villaggi operanti, con una popolazione che pare accresciuta ed una diversificazione delle attività lavorative in cui l’agricoltura rivestiva un ruolo primario. Inoltre l’urbanistica dei centri indagati pare oggetto di una forma di progettazione ed i cambiamenti possono essere ricondotti a nuove scelte organizzative. Il riconoscimento di edifici che sembrano collegati all’esistenza di un controllo gestionale, passa attraverso la valutazione topografica e funzionale di contesti costituiti da gruppi di strutture ben riconoscibili e che compongono delle anomalie nell’uniformità dell’insediamento; si manifestano come un blocco di edifici raccolti intorno ad uno spazio aperto, tra i quali sono identificabili locali destinati all’accumulo ed alla conservazione. Questi elementi attestano nel loro complesso lo sviluppo di un’organizzazione definita dalla presenza di strutture di coordinamento della produzione in precedenza assenti dal villaggio. La trasformazione in curtes dette poi luogo ad ulteriori rinnovamenti urbanistici, con una caratterizzazione della zona dominica ancor più evidente. La stabilizzazione del potere delle aristocrazie rurali sembra quindi un processo di lunga gestazione, del quale riusciamo a cogliere archeologicamente i segni solo dalla matura età longobarda ed in maniera ancor più distinta in età carolingia attraverso un deciso cambiamento, da leggere nella presenza di una gerarchia interna che caratterizza significativamente la topografia dei centri di popolamento. E’ tra VIII e IX secolo che le élites rurali si affermano definitivamente, avendo successo nel controllo-assoggettamento della popolazione rurale e consolidando i propri patrimoni; contemporaneamente nei contesti scavati compaiono spazi distinti, chiare tracce di un’articolazione più complessa sia interna al villaggio sia nell’organizzazione del lavoro, infine la presenza tangibile di un dominus o di un suo rappresentante. I cambiamenti rilevati nei centri già
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esistenti e la nuova connotazione di quanti furono fondati più tardi potrebbero quindi rappresentare il segno della concentrazione, totale o maggioritaria, nelle mani di un unico soggetto della terra legata al villaggio. Più difficile è invece comprendere, tramite il processamento delle fonti materiali, le condizioni personali dei contadini operanti nelle nuove forme di villaggio curtense, anche se in alcuni contesti, per esempio Poggibonsi e Scarlino, la loro natura di dipendenti, se non servile, sembra evidente. I casi scavati in Toscana non mostrano in apparenza, come fanno invece i documenti scritti disponibili, una presenza generalizzata di proprietà altamente frazionate e quindi villaggi divisi fra più proprietari. Questo può significare che si dovranno individuare una serie di indicatori archeologici sinora sconosciuti per trarre conclusioni in questa direzione; inoltre che il concetto di villaggio = azienda sembra, allo stato attuale delle ricerche, estendibile alla maggioranza dei centri insediativi di età carolingia poi evoluti in castelli. In ultima analisi si può argomentare che, se la stima potenziale di circa 960 centri di popolamento altomedievale presenti in Toscana si rivelerà attendibile, il villaggio-azienda è proponibile come la realtà insediativa dominante nella regione fra VIII e X secolo. All’interno di questi centri si dovrà poi capire quanti originariamente sorsero per iniziativa spontanea delle famiglie contadine e quanti, invece, fecero parte sino dagli inizi di proprietà latifondistiche. Con la trasformazione di gran parte dei centri demici in aziende curtensi, le aree insediate subirono delle evidenti ristrutturazioni ed anche l’organizzazione del lavoro sembra cambiare. Dal punto di vista urbanistico si rilevano casi di dominico e massaricio contigui (Montarrenti, probabilmente Scarlino, Miranduolo e Donoratico) e casi di massaricio disgiunto dal centro. Questa eventualità potrebbe essere rilevabile a Poggibonsi dove abbiamo però scavato il solo caput curtis (siamo comunque convinti che il massaricio si trovi nelle superfici ancora da indagare) e soprattutto a Campiglia dove la parte sottoposta a scavo, per connotazione economica e specializzazione, per assenza di strutture di carattere distintivo e per l’uniformità sociale della popolazione, sembra da interpretarsi come un villaggio massaricio distaccato dal centro dominico di riferimento. Gli spazi del potere si presentano come un complesso molto organizzato, talvolta difeso e separato fisicamente dalle case dei contadini e collocato al centro dell’insediamento (Poggibonsi) o sulla sommità del rilievo (le aree chiuse da palizzate a Montarrenti ed a Miranduolo; lo spazio cinto da mura di Scarlino se un massaricio si trovava sui versanti non scavati; la divisione interna di Donoratico), riconoscibile come una specie di grande fattoria circondata da dipendenti (soprattutto Montarrenti e Poggibonsi). L’aspetto del villaggio cambiò quindi attraverso la costruzione di
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edifici (magazzini e granai) che mostrano la presenza di un possessor in grado di razionalizzare prelievi sulla produzione agricola (Montarrenti, Poggibonsi, Miranduolo, probabilmente Scarlino), di accentrare le strutture per la fabbricazione di beni (forge e fornaci: soprattutto Montarrenti e Poggibonsi, probabilmente Donoratico e Rocchette) o per il trattamento dei prodotti alimentari (forni per essiccazione dei cereali, strutture per la macinatura, edifici per la macellazione e la lavorazione della carne: Montarrenti, Poggibonsi, Donoratico), di esigere opere dai propri contadini (erezioni di palizzate o di muri, escavazione di fossati: Montarrenti, Miranduolo, forse Scarlino) o di assoldare maestranze specializzate per specifici interventi (la costruzione della chiesa di Scarlino). In definitiva è possibile descrivere la casa dominica come un’area residenziale poco estesa (dai 750 mq circa di Miranduolo, passando per i probabili 2700 mq circa di Montarrenti, sino 3360 mq circa di Scarlino), articolata in un’edificio residenza del padrone o del suo agente (la longhouse di Poggibonsi, le grandi capanne di Scarlino e Miranduolo), contornata da magazzini e granai, aie, stalle e recinti per gli animali, da strutture funzionali alla produzione di manufatti artigianali od alla lavorazione ed al trattamento dei prodotti agricoli. L’occupazione principale dei diretti dipendenti e dei servi sembra essere stata lo svolgimento di attività artigianali, l’allevamento e la cura degli animali (concentrati nel dominico a Poggibonsi e Montarrenti). Dovevano inoltre essere parzialmente impiegati nei campi gestiti direttamente dal centro domocotile, ai quali si destinavano comunque alcuni buoi e talvolta degli equini per operazioni di trazione; l’impegno quasi preminente nella pastorizia e nelle attività di tipo artigianale, lasciano intravedere la presenza di opere svolte dai massari e per le quali non è possibile quantificare archeologicamente l’apporto o l’ammontare ma che sembrano essere state prevalenti.395 Lo studio delle ossa animali fa luce sulle diverse strategie economiche in atto nella diacronia e sui cambiamenti ai quali andarono soggette; per esempio a Poggibonsi mostra l’evoluzione progressiva da nucleo di pastori sino a centro agricolo con una minore importanza finale dell’allevamento; ancora a Poggibonsi ed a Montarrenti gli animali venivano gestiti rigorosamente nel dominico, mentre alcuni centri (come Campiglia o come il massaricio che si legava al centro domocotile di Poggibonsi) erano
Dal punto di vista strutturale un confronto archeologico calzante, si osserva in alcuni scavi francesi tra i quali Juvigny (nella regione Champagnes-Ardenne), contesto frequentato fra metà VII-fine IX/inizi X secolo, esteso per circa 3800 mq. L’insediamento di Juvigny sembra svilupparsi intorno ad un grande edificio con basamento in pietra (lunghezza massima 22 m e larghezza fra 7,5 e 9 m con superficie di 165/200 mq), situato presso uno spazio aperto (un cortile) di circa 800 mq, parzialmento inghiaiato e delimitato da fosse/palizzate. Intorno a questo spazio si trovano circa 50 capanne semiscavate (suddivise fra abitative e artigianali), una grande fornace domestica, 12 pozzi, 25 fosse granarie varie e focolari artigianali. Si tratta con molta probabità di un dominico, di grandi dimensioni, scavato integralmente. Si veda al riguardo BÉAGUE-TAHON, GEORGES-LEROY, 1995.
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specializzati nell’allevamento dei suini. La presenza di canoni in natura è attestata soprattutto dalle analisi archeozoologiche. La riscossione di corresponsioni in carne lavorata si verifica a Poggibonsi (presenti le sole spalle del maiale fra le restituzioni) mentre a Campiglia Marittima, al contrario, questi generi venivano portati al centro domocotile (dalle restituzioni le spalle sono in percentuale maggiore della coscia). Le analisi archeobotaniche forniscono invece solo indicazioni indirette sull’esistenza di canoni in prodotti agricoli che sono riconoscibili soprattutto nella presenza delle strutture di accumulo (gli edifici destinati alla conservazione delle derrate agricole sembrano rappresentare un chiaro indizio del versamento di quote parti della produzione), mentre fanno luce sul tipo di agricoltura in atto. A Montarrenti per esempio era attuata la pratica della rotazione biennale, con un’ampia varietà di cereali, vigne e piante destinate all’alimentazione degli animali. A Miranduolo, per il momento, si osserva una strategia articolata nello sfruttamento dei campi sia per l’alimentazione dell’uomo (cereali, legumi, canapa o lino), sia per l’alimentazione degli animali (favino e cicerchia) di vigne, di oliveti, del bosco di querce e dei castagneti, nonchè la raccolta di frutta, delle noci e di nocciole, di arbusti con diverso impiego. Anche rinvenendo i prodotti raccolti e conservati nei granai e nei magazzini, non riusciamo a fornire indicazioni sull’ammontare dei canoni; neanche in casi privilegiati come, appunto, Miranduolo dove la straordinaria restituzione archeobotanica potrà far luce in futuro sui più svariati aspetti economici ed ambientali ma non ci dirà mai quali e quanti erano i canoni corrisposti dai massari.
Figura 71, 72, 73
Più nello specifico, l’analisi archeozoologica si rivela indispensabile per individuare l’esistenza di rapporti di tipo gerarchico ed economico, le loro caratteristiche, gli obblighi e le limitazioni. L’alimentazione, come abbiamo tentato di dimostrare, è uno degli indicatori più evidenti per riconoscere la presenza di una differenziazione sociale e di gerarchie. Ma ancora più interessante è il tipo di distribuzione della carne che, nel caso di Poggibonsi, effettua il dominus tra i suoi diretti dipendenti con un ulteriore collegamento fra qualità della carne e diverso ruolo o posizione rivestiti dai dipendenti stessi.
Figura 74
L’assenza di reperti osteologici legati ad animali selvatici mostra un uso limitato dei boschi, dove certamente si raccoglievano legna e frutti spontanei e si pascolavano gli animali ma dove non si poteva cacciare (Montarrenti, Poggibonsi, Campiglia). La caccia sembra quindi essere stata
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un’attività probabilmente esclusiva e riservata al solo signore, un elemento distintivo e che costituiva una prerogativa di chi deteneva proprietà e potere. Il caso di Campiglia sembra bene illustrare questo fenomeno. Nel corso dell’XI secolo, la comparsa delle specie selvatiche tra le restituzioni faunistiche (il cervo, il daino, il cinghiale, la lepre ed il tasso) pare coincidere con la trasformazione del villaggio in castello e la probabile presenza di un rappresentante dell’aristocrazia militare, insediato dai Gherardeschi a controllo del centro e del territorio limitrofo. In tal senso è stata interpretata anche la ripartizione anatomica del cinghiale e la presenza di specie di grossa taglia.396 In conclusione, si sottolinea come l’archeologia stia iniziando a dimostrare nella Toscana altomedievale l’esistenza di un governo della terra e del lavoro che si articolò stabilmente su insediamenti accentrati. Villaggi, le cui connotazioni cambiarono nel corso di almeno tre secoli, che in età carolingia (ma con un processo già iniziato in età liutprandea) si trasformano in centri curtensi. La curtis si inserì e si modellò su un sistema di centri rurali già esistenti, che la riorganizzazione di un proprietario trasformò urbanisticamente. Spesso l’intera struttura della curtis permeò in toto il villaggio, venendo così ripartito in dominico e massaricio. Più raramente, ed ancora senza definitive certezze archeologiche, il villaggiò potè rappresentare il solo centro dominico od il solo massaricio. Il modello storico collegato all’immagine delle curtes di tipo polverizzato, composte cioè da nuclei d’insediamento e poderi disposti a “macchia di leopardo” sul territorio e con dominici molto spesso inesistenti, deve essere ridiscusso sulla base dell’informazione archeologica.397 Ed allo stesso modo deve essere
Salvadori, nello studio archeozoologico dei reperti di Campiglia (SALVADORI, 2004), illustra come la ripartizione anatomica del cinghiale, caratterizzata da una prevalenza di elementi craniali, rappresenta un caso anomalo che introduce alcuni elementi di discussione riguardanti le consuetudini degli aristocratici. Il consumo della testa dell’animale era investito da un valore simbolico, che si identificava con la capacità di comando, la forza ed il potere; era quindi invalsa l’usanza da parte dei signori di farsi consegnare, dai coloni dipendenti, le teste degli animali cacciati (BARUZZI, MONTANARI, 1981). La presenza stessa di specie selvatiche di grossa taglia, quali il cervo ed il daino, riscontrata nel campione, potrebbe essere stata determinata da ragioni che coinvolgono nuovamente alcune espressioni culturali tipicamente nobiliari. La caccia agli animali di grossa taglia aveva assunto, nel corso del medioevo, il carattere di un vero e proprio costume aristocratico (al riguardo si veda anche GALLONI, 1993). L’esercizio venatorio rivestiva un’importanza indiscussa come mezzo di affermazione del proprio status sociale. Le battute si svolgevano soprattutto nelle foreste, secondo precise norme di comportamento che trasformarono tale attività in un vero e proprio rito, enfatizzandone l’aspetto ludico. Queste valutazioni porterebbero a considerare l’eventualità di un profondo cambiamento nella struttura sociale dell’insediamento. Se così fosse, i rapporti tra classi egemoni e subalterne, in particolare il presunto diritto dei contadini di cacciare nelle selve (MONTANARI, 1979; ADREOLLI, MONTANARI, 1983 pp.20-21), sarebbero da riconsiderare alla luce dei rinvenimenti faunistici. 397 I casi archeologici toscani, mettono in dubbio l’esistenza di una «pars dominica, spesso spezzettata e dispersa sul territorio» che non riuscì a ricoprire un ruolo guida nell’organizzazione del lavoro e della produzione, così come affermato nella sentesi sull’Italia carolingia di Albertoni (ALBERTONI, 1997, pp.126127).
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riconsiderato il concetto di curtis come «un’unità teorica e gestionale in cui, soprattutto dall’VIII all’XI secolo, sono organizzate presenze fondiarie disperse, facenti capo di solito a più villaggi».398 Questo modello, peraltro citato come il più frequente, si avvicina solo in parte alla casistica individuata attraverso l’indagine archeologica nella Toscana. Gli elementi in comune sono rappresentati dal tipo di insediamento sul quale si impostava la curtis e dalle sue caratteristiche: il popolamento rurale era raccolto in villaggi la cui urbanistica, a maglie strette, derivava dalla contiguità di case ed annessi agricoli (la parte insediata dei mansi), alle quali si legavano una serie di campi variamente distribuiti in un coltivo posto nella fascia esterna al villaggio stesso (le terre che componevano i mansi).399 Gli elementi discordanti sono invece quelli sull’articolazione della curtis; composta da una serie di villaggi al cui interno erano variamente distribuite case massarice, case di piccoli proprietari e di dipendenti di altre curtes, case gestite direttamente dal dominico. Il «”caput curtis” (cioè il centro amministrativo definibile anche “curtis” in senso stretto, con edificio padronale e magazzini) era di norma collocato nel villaggio con la maggior quota di dominicum».400 Probabilmente, è più difficile riconoscere attraverso le fonti archeologiche la composizione e la topografia di questo modello di curtis, ma i casi individuati da scavo mostrano con insistenza il binomio singolo villaggio-azienda od al limite (in un solo esempio) il villaggio di piccole dimensioni inserito in un massaricio.
6.4 – Un’agenda della ricerca da rinnovare
Le domande che restano aperte sono comunque molte, così come sono da verificare tutte le possibili variabili alle tendenze riconosciute nelle vicende del popolamento rurale toscano tra VI e X secolo. Più nel dettaglio dobbiamo costruire ed affrontare un’agenda della ricerca archeologica impostata sui seguenti punti: 1) Verificare definitivamente la presenza reale dei castra altomedievali e comprendere come si svolgeva la vita al loro interno, se esisteva una gerarchia che lasci riconoscere i segni di una presenza distintiva di esercitales longobardi e come, se presenti, questi segni si rivelino. 2) Effettuare ricognizioni territoriali sistematiche sulle aree in cui esistevano castra e comprendere il rapporto tra questi e le vicende della rete insediativa. 3) Individuare e scavare casi di ville con rioccupazione o trasformazione tra fine del V-VI secolo per appurare il carattere e la densità del popolamento che riusava le strutture in rovina dei complessi. 4) Scavare i dintorni di chiese attestate fino dall’alto medioevo e
SERGI, 1993, p.7. Al riguardo si veda lo schema di villaggio medievale-tipo proposto in SERGI, 1993, p.8. 400 SERGI, 1993, p.10 anche per lo schema impostato su una casistica esemplificativa di quattro villaggi.
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tentare di capire la presenza (o l’assenza) di un rapporto abitazione del possessores di età longobarda-oratorio privato con sepolture privilegiate come si inizia ad appure nel nord Italia. 5) Incrementare i casi di scavo di villaggi altomedievali continuando a verificare e ricostruire le fasi di una linea evolutiva che si lega ad una progressiva gerarchizzazione delle componenti insediative. 6) Continuare a costruire ed a discutere un registro degli indicatori archeologici che lasciano interpretare i centri insediativi come nuclei di un dominico o di un massaricio. 7) Comprendere le diverse variabili delle componenti insediative, cercando di appurare se le realtà di villaggio sinora scavate sono quelle più diffuse o se il peso di centri come il vicus wallari sia stato più incisivo, proponendo quindi una serie di rapporti di gerarchia territoriale più ampia e pressochè sconosciuta al momento attuale della ricerca. 8) Iniziare a programmare saggi di scavo nei dintorni della rete insediativa di tipo sparso ancora presente sul territorio, scegliendo i punti di approfondimento sulla base dell’esistenza o meno di tali località nella documentazione d’archivio medievale. Si tratta di un lavoro che richiederà molti sforzi, che non potrà essere esaurito nello spazio di questa generazione di archeologi (e nemmeno in quella prossima), ma che dovrà essere affrontato se s’intendono costruire attendibilmente modelli antagonisti alla ricerca storica e soprattutto utili a far luce definitivamente sulle vicende insediative dell’alto medioevo toscano.
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